Archivio mensile:luglio 2012

AronaMen 2012

AronamenLa domanda che il fastidioso e implacabile zufolo della sveglia desta improvvisamente, ancor prima dei nostri sensi, ancor prima delle nostre membra e ancor prima dei nostri stessi pensieri è quella che ha tormentato filosofi e scienziati attraverso i secoli, quella che alla fine ha mille risposte come nessuna, quella che Emmett Brown, il visionario scienziato di Ritorno al Futuro, definiva la più universale di tutte le domande: Perché? Sono le cinque di una domenica mattina di fine Luglio, una di quelle che è facile che alcuni di noi non abbiano mai neppure conosciuto da svegli, e il mondo visibile, che ci scorre davanti come un oscuro film muto, non ci aiuta certo a risolvere il quesito e a dare una forma sensata alla risposta. Ma del resto, il 70.3, dalla somma delle distanze in miglia delle frazioni che lo compongono, è una gara oltre le ragioni, oltre la Ragione e anche approcciandolo da staffettisti, da semplici pellegrini in una terra di figure mitologiche, si percepisce che la dimensione del compito sconfina ben oltre il chilometro e nove da fare a nuoto, i novanta da coprire in bici e la mezza maratona da affrontare con quel che resta delle gambe. La prima cosa che notiamo mentre cerchiamo senza successo di confonderci tra statue semoventi è che non c’è nessuno dall’aspetto e sguardo improvvisato, nessuno è lì per provare, non ci sono fisici impreparati, ma ogni corpo è una macchina perfettamente settata con il suo pilota pronto a guidarla fino alla fine. Poi chi arriverà dietro o non arriverà affatto sarà solo per errori o incidenti, non per mancanza di mezzi adatti allo scopo. L’alba intanto arricchisce il lago di una cangiante patina striata d’oro e d’argento. L’atmosfera è semplicemente preziosa. Alle sette, poco più di un grido determina la partenza, prima gli individuali, seguiti pochi minuti dopo dalle staffette. Descrivere la tonnara che sfrigola nell’acqua è difficile dall’esterno; immaginate un branco di mulinelli silenziosi che fendono l’acqua di spumose scintille verso un’unica, lontana, meta, ma attraverso traiettorie pressoché infinite. Sullo sfondo il giorno fa capolino curioso, come richiamato da quel sordo trambusto di braccia e piedi che si agitano. Nella zona cambio ad aspettare non ci sono delle biciclette, ma delle sofisticate macchine di tortura pensate per pugnalare l’aria e addormentare la gravità. Quando i nuotatori arrivano come un branco sparpagliato di animali in fuga, un esercito multicolore parte ad aggredire la prima salita come se fosse anche l’ultima. La frazione è lunga, troppo lunga per provare a pensare a quanto sarà lunga. Tre ore o forse più, da sentire con ogni singola parte del corpo, partendo dai piedi che pestano i pedali, su per le gambe che litigano con l’attrito d’aria e asfalto, fino alle mani e alle dita che provano a sfiorare il cambio come un pianoforte per comporre note che allevino la fatica. Intorno, la solitudine, condizione atavica di “chi ascolta il vento ma non può raccontarlo a nessuno”; una compagna silenziosa e malinconica, imposta da un regolamentano che vieta i gruppi per concedere armi pari tra te ed il tuo unico e vero avversario, te stesso. Il sole è alto nel cielo quando l’arrivo riveste nuovamente i panni della partenza. La frazione di corsa inizia come una lunga arrampicata attraverso minuti scanditi più che dai chilometri che passano, gradi della temperatura che cresce. Qualcuno sfreccia, qualcuno trotta, qualcuno arranca, qualcuno precipita soltanto. Il traguardo è il materasso si cui tutti però alla fine più o meno rovinosamente atterrano, compresi noi, anche se, nonostante la buona prestazione, ci sentiamo comunque solo dei nani che hanno avuto la sfrontatezza di aver preso parte a giochi riservati ai giganti. Solo una piccola grande soddisfazione resta nel cuore e cioè che appoggiandoci sulle loro spalle anche noi abbiamo intravisto quel che vedono loro, magari non un mondo popolato da piccole creature, ma semplicemente più lontano, oltre l’orizzonte.
E ora, immancabili come i temporali estivi e insostituibili come gli stecchi del Mottarello arrivano le pagge.

Vez: Voto 7,5
L’imparziale sorteggio delle discipline gli cambia all’ultimo momento la frazione, tanto che il Vez è costretto a recarsi in tutta fretta al famosissimo Museo del Ciclo, del Motociclo e del Riciclo dove aveva dato in esposizione la sua due ruote per riscattarla donando in cambio una sedia a rotelle motorizzata sottratta alla sua anziana vicina a cui ha lasciato in sostituzione uno skateboard con le ruote in caucciù. Risolto il problema tecnico, apre le porte del suo castello ad un famigerato manipolo di RiBelli in assetto da combattimento ed intestino agitato. La mattina, quando il plotone abbandono i locali, viene convocato un esorcista per valutare la situazione. Non si conoscono gli esiti dell’intervento, quello che è sicuro però è che il sant’uomo è stato successivamente visto dar fuoco all’abito talare e partire sgommando in direzione Lugano. Il vez regala comunque una prestazione d’altri tempi tanto che quando termina la frazione in bici diversi atleti stanno già imboccando l’autostrada per tornare a casa. Nome di Battaglia: Via Col Vez.

Supermario: Voto 7
Per prepararsi alla frazione natatoria sembra abbia passato la settimana direttamente in costume, dormendo nella vasca da bagno per abituare il corpo alle condizioni del lago e recandosi in ufficio solamente a nuoto sfruttando navigli e canali di scolo interrati. Vedendolo riemergere dal silo di Piazza Diaz alcuni passanti hanno richiesto l’intervento della autorità denunciando sospette attività illecite a sfondo sessuale, avallate ulteriormente da avvistamenti della Minetti nei paraggi. Il giorno della gara attacca a nuotare rapido come un’anguilla paralizzata e feroce come un coccodrillo vegetariano, tanto che una nota griff di abbigliamento, che vuole restare anonima, sta pensando di utilizzare la sua immagine per sostituire il suo noto marchio. Uscito dall’acqua sfreccia verso la zona cambio urlando a squarcia gola: “Viga, viga!!” Gli altri concorrenti, ancora leggermente assordati dall’acqua, pensano prima che stia esultando, perché felice di partecipare, e poi che invece sia solo un pappone locale che pubblicizza la sua mercanzia. Nome di Battaglia: Il Doge.

Gigi: Voto 7,5
L’uomo che con le sue corse del meriggio cittadino ha ridefinito il concetto stesso di pausa pranzo, tanto che diverse aziende della circonvallazione interna hanno cominciato a sostituire i ticket restaurant dati ai dipendenti direttamente con dei gellini, si presenta sulle sponde del lago con la sicurezza di chi sa di poter sverniciare agevolmente diversi amatori chiari di carnagione. Nonostante la partenza della sua frazione sia prevista nell’orario a lui più consono, cioè quello di mezzo giorno, fresco come un cecio in scatola, assiste il resto del team nelle operazioni antelucane di preparazione fisica e psicologica, in particolare confortando il Gianpi che alla vista degli avversari assume una tonalità tendente al giallo color crema pasticcera. Poi si diletta ad ingannare l’attesa partecipando prima ad un torneo di burraco, poi presenziando ad una rassegna fotografica in cui espone anche diversi suoi scatti fatti al momento intitolati “Povere Bestie” ed infine completando cinque settimane enigmistiche arretrate. Preso di sorpresa dall’arrivo repentino del sottoscritto non riesce a terminare l’ultimo Bartezzaghi, cosa che lo distrae mandandolo fuori ritmo nei primi chilometri. Alla fine però si conferma ancora una volta il RiBelle più veloce; l’Ance magari di sta cosa non è sempre contentissima. Nome di Battaglia: Aggettivo o Detersivo Usato per i Piatti, 6 lettere.

Giova: Voto 7
Completamente fasciato nella sua muta color antracite, con la cuffia in testa ed il petto in fuori, ricorda moltissimo l’omino Micheline in versione dark tanto che diversi atleti gli chiedono se sia l’addetto ad supportarli in eventuali forature ed un paio gli domandano pure quali siano i migliori ristoranti n zona. Il Giova tuttavia si presenta alla gara tirato a lucido come un ottone la sera della prima. Parte a nuotare come un filetto di tonno, tallona Supermario come le vecchiette in coda al supermercato, si stacca solo sull’uscita dall’acqua quando viene fermato da due turisti che gli chiedono la strada più breve per il Lido di Meina. L’ultima emozione ce la regala all’arrivo insieme ai suoi compari di staffetta, quando decide di tagliare il traguardo cuffia in testa e sfoggiando solo una prestigiosa mutanda arancione sulla quale è raffigurata la ricetta dello Spritz e la frase: “Agitare, ma non mescolare.” Nome di Battglia: Giova-nnone Coscialunga.

Lella: Voto 9
Solamente una persona tremendamente pura di spirito potrebbe sopportare nuovamente l’invasione barbarica e la compagnia coatta di un gruppo di animali mai cresciuti che si presenta con la solita guascona esuberanze a trasformare un romantico fine settimana in riva al lago in una massacrante e testosteronica epopea. La bella che aveva a che fare con una sola bestia era in vacanza al confronto. Tuttavia Lella c’è, con la sua solita morbida disponibilità, anche se le male lingue dicono che stai portando a termine un voto e che Calcutta fosse troppo fuori mano. Nome di Battaglia: RibLella.

Gianpi: Voto 10
Dopo aver ingenuamente accettato il vacante ruolo di terzo staffettista, il Gianpi passa tutta la settimana nel convento del famoso ordine dei Monaci Tributari, sperando di espiare così il maggior numero di peccati possibile in vista dell’ultimo grande viaggio. Nel testamento dichiara poi di lasciare tutti i suoi beni a un pesce rosso del laghetto del Sempione di nome Walter e di donare i suoi organi alla ricerca scientifica. La ricerca scientifica fa subito sapere però che lo ringrazia ma declina l’offerta, non trattando reperti antichi. Si è fatta invece subito avanti la sezione di paleontologia del Museo Egizio di Torino che spera così di completare la salma di un antico faraone a cui i sudditi non troppo soddisfatti avevano operato degli espianti, non si sa se prima o dopo la morte. La divisa che sfoggia il giorno della gara è però di un prestigio incommentabile. Panta aderenti grigio topo al ginocchio completamente sformati, maglia tecnica azzurra tipo Nazionale anni ottanta due taglie più grande, cappellino da pesca stesso colore modello da giovane esploratore, con tanto si segno lasciato dalla spilla. Nel complesso uno che la madre lo ha appena vestito, probabilmente al buio, per una gita all’aria aperta. Non siamo a Greenbow, Alabama, ma non si nota la differenza. Alla partenza tuttavia arriva piuttosto sciolto, come dimostrano le diverse e prolungate gite al cesso del Bar del paese, che successivamente verrà incendiato d’urgenza dal nucleo Rischio Batteriologico. In mezzo alle divise attillate e ai fisici statuari degli altri concorrenti ricorda parecchio Carletto il Principe dei Mostri, quando se ne andava in giro con Lupo Franky e Dracula. Durante la gara poi, spinge come un profugo, arranca come un impiccato e sugli ultimi chilometri, in preda a visioni, chiedi agli alberi quanto pagano di IMU e cerca di far firmare un rogito ad un bambino che costruisce un castello di sabbia sulla spiaggia. La grandezza di un RiBelle tuttavia non è qualcosa che può essere percepito con sensi sopravvalutati come la vista. La grandezza di un RiBelle non si compone di muscoli e carne imbrigliate tra attillate fibre sintetiche. E la grandezza di un RiBelle non si misura in chilometri all’ora o minuti al chilometro. La grandezza di un RiBelle invece sta nella sua capacità di andare a toccare sempre e comunque i propri limiti, a volte solo per accarezzarli, altre proprio per spintonarli ancora più avanti. Il coraggio è la materia che la compone, la follia il tessuto che la ricopre. E se è vero che siamo stati solo nani in mezzo ai giganti, il Gianpi è stato un titano. Nome di Battaglia: Grande Gian-bione.

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Nobody wins them all

Gruppo

Vi farà piacere sapere che sabato tre RiBelli hanno combattuto. Vi farà un po’ meno piacere sapere, spero, che però sono stati sconfitti. Certo, mentre i loro coetanei sorseggiavano aperitivi e poi andavano comodamente a stravaccarsi a cena, loro spedivano a fare la doccia anzitempo molteplici sbarbati con parecchi anni in meno e diversi centimetri in più; certo alla fine hanno capitolato solamente in finale e vendendo carissima la pelle, tuttavia se c’è una cosa che un RiBelle odia più delle sconfitte è trovare delle scuse. Quindi non è il caso di cercarne. Secondo posto che brucia, anche se tra essere sconfitti e perdere c’è una bella differenza; entrambi fanno male, ma il primo caso purtroppo può capitare, quando si arriva dietro a qualcuno che magari ha anche solo più energie e forza di noi, il secondo invece è sinonimo di resa, agli anni, al tempo, ai chilometri, e un vero RiBelle una cosa del genere non potrà mai accettarla, un vero RiBelle non si arrende mai. Ora però, dolci come un bacio della buona notte e taglienti come un foglio di carta da regalo, arrivano immancabili le pagelle.

Frada: Voto 8,5
Pensando che il torneo si risolva solo in un paio d’ore di romantica rimpatriata coi vecchi amici e che il premio finale consista in un weekend alle terme per due e una boccia di Amaro Lucano, arruola un paio di RiBelli ed un indigeno per partecipare all’evento. Quando si accorge che trattasi invece di interminabile maratona polverizza serata di circa sei ore in cui fare a sportellate con un’orda di sbarbati rigonfi di ormoni, è costretto a correre ai ripari, assumendo preventivamente antidolorifici e firmando un paio di tremende clausole prematrimoniali oltre ad accettare un 20% di riduzione della sua lista di invitati a favore di quella della futura moglie. Il talento tuttavia è ancora cristallino come una sorgente di alta montagna, tanto che il Frada predica ore di pallacanestro come la guida spirituale di gruppo di questuanti. A fine serata sarà pero ritrovato semi svenuto da Alfredo mentre si fa iniettare direttamente in vena uno spago al cartoccio frullato e una mezzo litro di bianco della casa. Nome di Battaglia: Reverendo.

Ludo: Voto 9
L’uomo che nell’immaginario collettivo ha riscattato l’intero popolo filippino da etnia di bistrattati domestici e sontuosi interpreti del terzo tempo rovesciato, tanto che la comunità hippie di Manila ormai si saluta solo al suono di “Pacces and Love”, si presenta nell’arena dei giardinetti acchittato come Malcom X in visita a una sinagoga. Scrutandolo come uno di quei vecchietti che si ferma curioso a osservare i lavori in corso, molti dei virgulti in panta corto sghignazzano. Le risate si tramutano però presto in sospiri, all’ennesima retina che si muove via tabellone 45 gradi tuo amico, per poi divenire vere e proprie smorfie di dolore quando il Ludo trasforma alcuni tagliafuori in amichevoli rettoscopie. Un paio di giovani, particolarmente suscettibili, chiederanno alla fine l’intervento del telefono azzurro, che però in Liguria è stato smantellato anni fa, sostituito da un Diving Center che confondendo la parola delitto con relitto gli prenoterà per il giorno dopo una visita ad una vicina nave da guerra affondata durante l’ultimo conflitto mondiale. Nome di Battaglia: Discovery Ludo.