Archivio mensile:ottobre 2012

DJ Ten 2012

MagliaDJTenDieci chilometri non sono poi tanti. Per questo non ci si può aspettare di vivere sensazioni forti, magari profonde, che imprimano nella mente il ricordo indelebile dell’avvenimento. Ma la DJ Ten in fondo non è un avvenimento, è solo un evento, e ha un difetto, un difetto tremendo che rende poi imperdonabili tutte le altre piccole grandi mancanze organizzative, strutturali e competitive su cui normalmente si sarebbe disposti a soprassedere, magari con qualche sbuffo, che però non condizionerebbe il giudizio finale sullo spirito della manifestazione. È una gara per gente che si prende troppo sul serio. Non tutti certo, ma la maggior parte. Persone per cui la corsa è solo una scampagnata, un gesto ginnico di moda, una passerella dove conta apparire, con la maglia giusta, della taglia giusta, del colore giusto, per non stonare ma divenire semplicemente testimonial occasionali di un modo tristemente superficiale di interpretare la vita. Uomini e donne anni luce lontani da cogliere il significato profondo, direi spirituale, di cosa vuole dire correre, di cosa significa andare avanti puntellandosi sull’intero mondo, per raggiungere un traguardo che non è fisico, ma mentale, e che non si supera come un qualsiasi arco, ma si costruisce, mattone dopo mattone, fin dal primo passo trascinato in allenamento, come un tempio in cui alla fine rifugiarsi per stare in pace solamente con se stessi, sia quando la corsa finisce sia poi per i giorni, mesi, magari anni a venire. Questa mancanza la rende quindi una gara vuota, senza poesia, dove troppi cuori battono solo per fatica e non per passione. Tuttavia i RiBelli c’erano. Sparuti fiori tra colate di ruvido cemento. Perché quando Milano rallenta, non si ferma, quello non succede mai, ma quando va più piano per accogliere chi corre, i Ribelli ci sono sempre. E hanno corso insieme facendosi largo tra la folla come uno stormo di giovani anatre rivoltose. Compatti, aggraziati, silenziosi nel loro chiassoso modo di restare in contatto, fino all’ultimo chilometro dove ognuno ha preso il suo ritmo per tagliare con esso il traguardo, perché il nostro santuario è uno solo, ma ciascuno ha una porta privilegiata e una chiave propria per poterci entrare. Alla fine la scelta è piuttosto semplice, o ti adoperi per fare il pastore o finisci a fare la pecora. E ora come sempre arrivano le pagelle, perché anche se non corriamo come dei DJ, siamo comunque un pochino schiavi anche noi delle classifiche.

Supermario: Voto 6
Maestro della strategia per gara, rilascia una serie di dichiarazioni agli organi competenti, dove lamenta diversi guai fisici che potrebbero condizionare negativamente la sua prestazione, tra cui un principio di otite, un’unghia incarnita, alla mano destra, e un sospetto di daltonismo dovuto al fatto che sta concludendo un affare con dei cinesi ma non gli sembrano poi tanto gialli. Tuttavia la mattina della corsa si presenta in splendida forma, avvolto nella nuova divisa che lo fascia perfettamente, nascondendo la panciera e il rotolo di carta igienica cinque strati ultra morbida che porta sempre con se. Corre placidamente in formazione la maggioranza del percorso al grido di “ragazzi facciamola tranquilla tutti insieme”, salvo poi, come sempre, sferrare un attacco letale nell’ultimo chilometro per garantirsi il successo di tappa e agganciare il primo posto in classifica. Nome di Battaglia: Foxy Supersoft Vernazza.

Nick: Voto 6
Da quando è nata sua figlia appare fresco come un politico dissidente cui viene inflitta costantemente la tortura del sonno. Il tribunale dell’Aia ha promesso che risolta la faccenda di Guantánamo si occuperà presto di casa Balossi Restelli. Alla sua creatura nel frattempo è stato dato il secondo nome di Oregon Scientific per la puntualità con cui si attiva tutte le notti alle ore prestabilite…da lei. Nick tuttavia si presenta sulla linea di partenza, fresco come un rosmarino e con la solita faccia da giocatore di poker. Sonnecchia nelle file del gruppo quasi tutta la gara, fino a circa un chilometro dal traguardo, dove sfrutta il suo apparente aspetto fisico ultracentenario per infilarsi in una corsia riservata agli over settanta, andare quindi in fuga e ottenere così un indecente secondo piazzamento. Nome di Battaglia: Nonno Fedaino.

Gianpi: Voto 5
Arriva come sempre vestito più che da corsa da giovane esploratore. Mancano solo distintivi e foulard per portarlo al posto che alla DJ Ten ad un corso di richiamo per volatili feriti. Per fortuna la divisa ufficiale gli ridona immediata credibilità e anche una certa fiducia che il Giampi tuttavia come sempre nasconde dietro un andatura claudicante ed espressioni di sconforto. A metà gara infatti si lascia andare al solito monologo strappalacrime dal vago sapore shakespeariano in cui chiede a suoi compagni di abbandonarlo al suo fatale destino per non doverli rallentare. Diversi altri corridori ascoltandolo si fermano in preda a pianti e singhiozzi e uno si offre addirittura di portarlo fino al traguardo in braccio e successivamente di adottarlo. Ricompare però a trecento metri dall’arrivo, dove tagliando in linea retta una curva contro mano e calpestando un paio di spettatori invalidi, supera i suddetti compari con uno scatto felino e un compiaciuto ghigno alla Muttley. Nome di Battaglia: Pitagora.

Lupetto: Voto 6,5
Nonostante ogni domenica sia pressato da estenuanti impegni lavorativi, primo tra tutti quello di dover andare allo stadio in ferreo regime di Hospitality All Inclusive Super Vip King Package God Status incastra magistralmente la sua agenda, in una mensola, per partecipare alla gara. Lupetto del resto prende molto sul serio il proprio lavoro, tanto che dopo le responsabilità sulla scelta dell’abbigliamento e della divisa del Milan ora ha influenza diretta perfino sulla pettinatura dei giocatori anche se il suo recente discorso alla squadra sulla necessità di ritornare sulla “cresta” sembra sia stato interpretato un po’ troppo alla lettera. In gara però se la cava alla grande, nonostante la respirazione da fibrosi polmonare e il passo da koala artritico, tiene a bada gli avversari e solo le traiettorie cumplanari del Gianpi lo tengono giù dal podio. Nome di battaglia. Jean Louis Lupèt.

Depi: Voto 5/6
Il RiBelle da alti pascoli e aria pulita si presenta in sede a bordo della sua Ulrike, un bolide a due ruote che un recente articolo apparso su Focus ha definito il tostapane più veloce presente sul mercato. Con spocchia lo parcheggia in mezzo al passaggio pedonale, lasciando un cartello con scritto: “La Strada è di tutti ma questo marciapiede è mio!” In gara parte come sempre leggiadro con un’andatura che ricorda da vicino un cerbiatto al forno. Se fosse circondato di patate l’immagine sarebbe perfetta. A metà gara risente del clima afoso dell’autunno meneghino e perde contatto. Sarà ritrovato solo tempo dopo nei pressi nel traguardo mentre si abbevera direttamente alla fontana del Castello e mangia dei fiori, per i quali dovrà pagare poi un salatissimo indennizzo al proprietario indiano che era intenzionato a venderli alle coppiette. Nome di Battaglia: Cervino.

Patty: Voto 8
Alla sua prima dieci chilometri regala una prestazione maiuscola, tanto che riesce a terminare la gara tranquillamente prima del brunch pianificato qualche ora dopo senza che ci sia bisogno neppure di inviare le pattuglie già pronte della protezione civile a cercarla. L’unica nota che le crea disappunto è che la gara alla fine, nonostante l’elevato numero di maglie rosse, non presenti nessuna vittima scorticata, o rivolta sindacale comunista, o spettacolare naufragio. Patty tuttavia non si scompone, inserisce l’out of office e imposta un’andatura di crociera che la porta a flirtare per tutta la gara con l’ora, risultato che riuscirebbe tranquillamente a raggiungere se non si fermasse ad ogni presidio della polizia per chiedere informazioni su eventuali recenti omicidi accaduti in zona. Nome di Battaglia: Patty Fletcher.

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London Triathlon

LondonSiamo in aeroporto, sono le sette di un flaccido mattino di fine estate e siamo solo all’inizio di una spazientita coda che sembra non avere più fine. Ci hanno cancellato il volo, quindi non sappiamo cosa ne sarà di noi. Forse niente più Londra, niente più gara, niente più di niente. Sembra un segnale, uno di quelle spie che ogni tanto si accendono sul cruscotto della realtà a identificare un problema, un guasto, un invito a fermarsi e a non proseguire oltre. Un aereo che non parte, una porta che non si apre, uno sguardo che non ti cerca e mille altri piccoli grandi segni che ti sussurrano, gridano, implorano risposte a domande che non hai neppure ancora iniziato a fare, risposte a domande che forse non farai mai. Destino lo chiamano in molti, dandogli del “culo” quando volge a favore o “sfiga” quando si rivolta contro. Io non ci credo più molto, anche se conservo ancora un timore reverenziale che l’ignoto sia poi tale solo per me. Così, combattendo e pazientando come a un estenuante duello di scherma, alla fine trasformiamo la traversata della manica in una gita transoceanica e, prima che il sole tramonti completamente, siamo a destinazione, mentre sullo sfondo arrivano nuvole che non minacciano, ma promettono un mare di guai. C’è poco da dire sulle ore che precedono la gara. C’è il freddo, nero come l’acqua del rabbioso canale che ci scorre davanti; il vento, grigio come le nubi del cielo che si urta e ringhia furiosamente; la pioggia, bianca come un fradicio lenzuolo che sventola giocando a soffocarci. E poi ci siamo noi, stretti in questa gelida morsa, marinai terrorizzati che si danno già per naufraghi che nessuno andrà mai più a cercare. La prima bracciata però è come una coltellata che fa sanguinare di luce l’oscurità. Quando la testa riemerge dal buio del fiume, la paura comincia a sgretolarsi. Il motivo è semplice. Nel triathlon non c’è tempo per avere paura. Nella tonnara che ti circonda, perdi completamente ogni riferimento, geografico, fisico e morale. Diventi un motore, un fuoribordo che manda avanti un corpo estraneo eppure indissolubilmente attaccato a se stesso. Respiri aria, a volte acqua, inghiotti entrambe come una miscela pirica e lasci che sia la massa che spingi a litigare con le onde e a discutere con correnti o altri concorrenti. Solo quando ritrovi completamente la gravità, ritrovi completamente anche te stesso. Togli la muta, attento che sangue e terra non rincomincino a girare insieme. Nel triathlon però non c’è tempo per girare senza una meta. Così inizi a correre, fino alla zona cambio che a Londra è grande come il parcheggio dell’Ikea e tu speri che quelle decine di metri ti facciano ricordare dove hai lasciato la bici. La trovi. Giusto il tempo di infilare un ulteriore strato da dare in pasto all’intemperie e stai già sfrecciando per le vie della City. L’asfalto ha le squame, Dio sta annaffiando il mondo e tu ti trovi a passare proprio in quel momento; l’orizzonte finisce a venti metri. Ogni curva è una scommessa. Ogni tombino un nemico. Tieni le mani sul manubrio come uno scalatore che afferra l’ultima corda che gli è rimasta. Sbagliare significa cadere. Cadere significa qualcosa cui non vuoi neppure pensare. Il primo giro pesti sui pedali con umiltà, assecondi il percorso, lo rispetti, accetti perfino che l’acqua e la fatica che sputi ti tornino in faccia, il secondo invece prendi letteralmente gli attacchi a calci; ormai hai una meta da raggiungere, tutto il resto diventa trasparente. Quando rimetti di nuovo un piede a terra, ti senti il comandante di una nave scampata a un maremoto. Partire a correre allora è una liberazione. Sei nel tuo ambiente, sulle tue gambe, ormai è quasi solo una questione di muscoli e attrito. Quasi, perché c’è lei, tanti nomi, quante sono gli abiti che può indossare, eppure un unico volto familiare. Credo che la sofferenza sia il dizionario che Dio ha dato all’uomo per comprendere la realtà, una sorta di drammatico sesto senso che amplifica gli altri, permettendoci di penetrare in profondità e comprendere meglio ciò che ci circonda e soprattutto noi stessi. Quattro giri da percorrere, il vento ormai non soffia più, ma letteralmente dilania ogni cosa. Alla fine arriva il traguardo e dopo poco meno di tre ore di tempesta, troviamo la pace, una sensazione cui ti sembra di non essere più abituato, tanto che ti stupisce, addirittura ti ferisce e allora succede la cosa più assurda di tutta la mattina, più assurda di aver nuotato in un gelido canale, più assurda di aver pedalato sotto un’acqua torrenziale, più assurda di aver corso infischiandotene dei mille dolori, una cosa totalmente folle, hai voglia di ripartire.
E ora, altrettanto assurde e spietate come una giornata londinese arrivano le pagelle, come sempre in rigoroso ordine d’arrivo.

Vez: Voto 8
Temendo che la sua prestazione potesse mettere in imbarazzo i professionisti locali, gli organizzatori decidono di dimezzare la frazione natatoria della sua batteria per evitare rischiosi paragoni. Il Vez, prendendola sul personale, la completa, percorrendone la maggior parte in apnea. Uscito dall’acqua, si scuote via le alghe e una discreta quantità di cozze, che saranno poi servite nei ristoranti della zona, e parte a pedalare come fosse stato sparato da un cannone. Durante la frazione in bici manda in tilt due autovelox e viene inseguito da un giudice che lo scambia per uno in motorino e cerca di farlo accostare. Il Vez accelera e lo stacca. Quando parte a correre, il tempo è così peggiorato che gli organizzatori stanno approntando dei San Bernardo con fiaschette di whisky per andare in soccorso di coloro che sono ancora in gara. La batteria successiva infatti verrà annullata e i concorrenti invitati a partecipare in sostituzione ad un torneo di Carta Forbice e Sasso. Nome di Battaglia: Speedy Vez

Supermario: Voto 7,5
Viste le tremende condizioni atmosferiche previste il giorno della gara, Supermario passa la settimana precedente all’evento assumendo solo acqua tiepida e Activia e tentando di contattare direttamente la Marcuzzi per avere il corretto dosaggio. A Londra arriva influenzato e con abbastanza medicine in corpo da poter essere condannato per spaccio clandestino. Durante il nuoto alcuni concorrenti che lo tampinano svengono misteriosamente, mentre un altro è visto uscire dall’acqua con la muta ridotta a brandelli e balbettando frasi senza senso con la tonalità di Paperino. In bici parte a bomba, ma è vittima quasi subito di una foratura che si trascina fino alla fine della frazione, dove arriva insieme ad un paio di concorrenti con la Graziella e uno su sedia a rotelle. Cerca di recuperare sulla corsa, dove sorpassa talmente tanta gente che al terzo giro una pattuglia della stradale lo ferma e gli fa l’alcol test. Nome di Battaglia: Zerinol.

Lupetto Voto 7
Quando scopre che è vietato sfruttare la scia degli avversari durante il tratto da fare in bici, utilizza i suoi contatti locali per trovare qualcuno che lo sostituisca nella frazione. Il suo diabolico piano però naufraga quando si presenta un autista di risciò che ceca di posteggiare il suo mezzo in zona cambio e viene subito allontanato. Per nulla scoraggiato tuttavia, parte forte a nuotare, anche se gli è fatale la pausa merenda che vorrebbe fare a metà percorso, poiché, nel tentativo di afferrare un Kinder Bueno, gli si slaccia la muta e perde minuti preziosi oltre a dover corrompere, non sappiamo come, un bagnino locale di nome Pedro per farsela riallacciare. “Non ci vedevo più dalla fame”, sarà la giustificazione che riporterà in seguito. Uscito dall’acqua, affronta il percorso in bici bardato come un motocilista in tangenziale. Si dice che solo i minuti persi durante il nuoto gli abbiano impedito di montare anche parabrezza e tettuccio. Alla fine dà tutto sulla corsa, dove conta i giri fatti prendendo a riferimento il gazebo del rinfresco che però dopo alcuni minuti viene spazzato via dal vento, costringendolo a terminare la gara sulla fiducia. Nome di Battaglia: Suscito Dallamuta.

Patty: Voto 9
Vedendola alla gara, partono subito voci incontrollate che la manifestazione conti già qualche vittima. Quando invece si scopre che Patty non è stata richiamata come sempre da qualche strana mattanza ma è semplicemente in vacanza, un paio di suoi fan tra i concorrenti tentano comunque il suicidio per dare un senso più importante alla sua trasferta. Visto il tono della competizione, il loro gesto passa tuttavia inosservato. Durante la gara scatta circa tremila cinquecento fotografie di cui tremila quattrocento ottanta alle porzioni di pubblico tra due RiBelli che passano e il restante alle loro facce immortalate in espressioni di autentico dramma. Tuttavia sopporta la pioggia e il freddo con meraviglioso entusiasmo, dimostrando ancora una volta che tra tanti muscoli è solo uno quello che rende tale un RiBelle: il cuore. Nome di Battaglia: Instant Patty.

Lella: Voto 9
Ormai una spedizione RiBelle senza Lella è come una brioche senza crema, una notte senza sogni, un tramonto senza sole, un racconto senza poesia. Scrivere il suo nome e numero di telefono dietro ai pettorali come la persona da contattare in caso di emergenza è diventato così automatico che i suoi dati compaiono anche in diversi certificati medici o documenti anagrafici personali di parecchi RiBelli. Credo che mio abbonamento si Sky sia a nome suo. Convinta per l’ennesima volta dalla promessa di un romantico weekend tra shopping, musei e tenere passeggiate sulle sponde del Tamigi, si trova invece ad affrontare un nubifragio, lungo un fetido canale in totale periferia, con la borsa piena degli unici articoli che c’erano da acquistare: i gellini. Questo tuttavia non le toglie neanche per un istante il sorriso, dando adito ad alcune teorie sulla sua misteriosa serenità. Qualcuno azzarda che si tratti d’ipnosi praticata dal Vez, altri che in realtà sia un robot proveniente dal futuro, altri ancora che giunga semplicemente da un altro pianeta e, nel qual caso, ditemi dov’è che ci voglio andare. Nome di Battaglia: Seren Lella.