Archivio mensile:maggio 2013

TriBelli in Azione

CaldaroSiamo il popolo della fatica, membri di una nazione che non ha né confini, né etnie, né lingua, né moneta, una nazione senza governo e costituzione ma con poche semplici leggi fisiche da dover indissolubilmente rispettare. Nel corso dei secoli, siamo stati cacciatori e guerrieri, esploratori e poeti e oggi, in un mondo dove ormai è stato scoperto e scritto tutto, dove il cibo si ordina con un gesto e le guerre si combattono con un bottone, abbiamo rivolto lo sguardo all’unico territorio dove restano ancora barriere da superare e muri da abbattere, vale a dire dentro di noi. Osserviamo cose che gli altri non vedono, proviamo sensazioni che gli altri intuiscono a stento e facciamo esperienze che pochi arrivano solo ad immaginare. Lo sport è semplicemente il nostro arco, la nostra spada, il nostro veliero e il nostro inchiostro. Siamo odiati e allo stesso tempo invidiati, derisi e comunque temuti; qualcuno ci valuta come semplici folli, altri ci considerano addirittura completamente dissociati dalla realtà. La verità però è che noi non ci accontentiamo di lambirne la superficie, ma della vita vogliamo possederne le profondità, succhiandone l’essenza come neonati che da essa dipendono per il loro stesso sostentamento. Il prezzo di questa eterna giovinezza è che siamo troppo spesso soli. Ci muoviamo oltre quella pellicola trasparente che separa tutti gli altri dal mondo che li circonda e, anche se loro non la vedono, per noi esiste e ci fa sentire distaccati e poi, col tempo, inevitabilmente distanti. Sono rare le volte in cui ci è data la possibilità di farci compagnia e allora vorremmo imbrigliare il tempo per obbligarlo a fermarsi, perché in quel momento, qualsiasi emozione, anche la più sfuggente, diventa un ricordo indelebile. E’ però solo la carezza di un istante, perché subito si riparte, ciascuno al suo ritmo, ciascuno verso la propria destinazione, ciascuno per la sua strada, dove l’unica consolazione è che sappiamo che, coloro che sanno vivere sotto la superficie delle cose, prima o poi, sono destinati a ricontarsi. Mezzocorona, primo weekend di Maggio, una ricorrenza che alcuni ricordano per una dipartita poetica, o uno scudetto illustre, oppure una gara assolutamente indimenticabile. Un manipolo allargato di RiBelli alla partenza della funivia scruta il cielo plumbeo ed elettrico della sera con sguardo pensieroso che brilla di rassegnata determinazione. Così si apre la nostra avventura nella prima triplice della stagione. Poi seppelliamo tutte le preoccupazioni sotto soffici strati di piumini e coperte, e la notte fa il resto, trascinandoci delicatamente al mattino, dove ad attenderci c’è un commovente cielo azzurro fin dove l’occhio riesce a spaziare, e a quota ottocento, dove la montagna si è spezzata secoli addietro, la vista riesce a cavalcare lo spazio ben oltre l’immaginazione. Da lì ci sono solo poche ore da riempire di metodica preparazione, tecnica, muscolare e alimentare, fino a quando ci troviamo immersi fino alla vita nella non calorosissima acqua del lago di Caldaro in attesa di assumere una nautica posizione orizzontale. Alla sirena, centinaia di braccia cominciano a schiaffeggiare l’acqua all’unisono. Siamo pesci che si agitano nella rete, frustandoci selvaggiamente gli uni con gli altri, falene impazzite che inseguono la luce, senza badare a quel che succede intorno a loro, le foglie di un albero agitato vorticosamente dal vento. Il mondo è per lo più uno spazio verde ed ovattato, nel quale s’intrufolano cangianti immagini di cielo e paesaggi in lontananza che però dopo un po’ somigliano più a delle rumorose reminiscenze che a scorci reali. A metà frazione, l’immanenza riprende per un istante il controllo, sotto forma di un spiaggetta dove è obbligatorio passeggiare prima di ritornare ad immergere corpo e pensieri. Poi c’è di nuovo silenzio, sfondi singhiozzanti, fino a quando non appare un tappeto rosso e con esso il segnale che si può ricominciare a inalare soltanto aria. Si dice che un uomo non riesca a fare bene più di due cose contemporaneamente, quindi trovandomi in quel momento a correre e respirare allo stesso tempo, togliere la muta risulta molto complicato, di aggiungere la capacitò di ragionare, poi, non c’è la minima possibilità. Quando alla fine sono in sella alla mia accompagnatrice di alluminio e carbonio, tiro un sospiro di sollievo che scopro però immediatamente essere il primo e ultimo dell’impresa. La salita che parte senza sconti davanti a me, infatti, non è tremenda ma richiede il giusto rapporto, sia nel senso meccanico che sociale del termine. Quindi, quando la fatica comincia a pungere, scatta una lunga discesa, dove l’unica cosa che può rallentarmi è la paura di una curva ballerina. E non so se è questione di ormoni o immaturità ma a me le curve sembrano sempre che ballino tutte. Infine un lungo sali scendi che termina con due rettilinei paralleli dove potrei facilmente rendermi conto di quante persone sono dietro di me, se solo ce ne fossero a sufficienza da farne un censimento accettabile. Tutto questo costituisce un giro, da ripetere tre volte, prima di tornare in zona cambio a ricoverare nuovamente l’amato, e odiato, mezzo a due ruote. Quando rientro, dal numero di bici ormai presenti mi sento come un abito fuori moda, un orologio fermo da tempo, il festeggiato in ritardo alla sua festa di compleanno. Allora parto a correre, giurando a me stesso di dare subito tutto, promessa che mi accorgo però di aver già mantenuto diverse centinaia di metri prima. Il giro podistico consiste in una breve salita e conseguente discesa, un tratto di sterrato arso dal sole, una rampa che normalmente faresti in corda doppia ma oggi ci chiedono di scalarla in solitaria e di corsa, una discesa tipo alto volante dove mandi avanti le gambe e speri che il Signore abbia fatto bene i conti quando ha progettato il tuo corpo, e infine un altro tratto misto frutta che riporta all’inizio delle ostilità. Circuito da fare sempre tre volte. Sul primo passaggio ho le gambe in palese e strenua serrata contro qualsiasi indicazione giunga ai muscoli dal sistema nervoso centrale. La seconda volta invece riesco a sorpassare qualche altro arrancate corridore e questo mi da un filo di speranza di trovare ancora aperto al mio arrivo il parcheggio dove ho posteggiato la macchina. Alla terza tornata cerco semplicemente di mettere un piede davanti all’altro, come un novello Pollicino che tenta disperatamente e allo stesso tempo meticolosamente di trovare la strada verso casa. Superato il traguardo, assaggio una profonda sensazione di pace, scalzata subito dopo dalla consapevolezza di aver forse vinto una battaglia, ma che della guerra l’esito appare ancora un lontano e grigio orizzonte. Forse però è meglio così, non viviamo per vincere, viviamo per combattere. Ora, che vi siete scaldati, arrivano glaciali come l’androne di casa del Depi e limpide come il cielo della Val di Non, le tremendissime pagelle.

Gigi – Voto 6/7
L’uomo che ormai si nutre solo di frutta tropicale, cubetti di lego di sua figlia e pasticche per l’alito per equini si presenta sulle rive di Caldaro tirato come il filo interdentale. Quando poi sfoggia tutti i suoi tatuaggi gli organizzatori prima non sanno su quale lembo di pelle scrivergli il numero di pettorale, poi insistono per scortalo di persona in zona cambio perché temono abbia posteggiato al posto della bici una Harley Davidson. Esce per secondo dall’acqua ma riaggancia sui pedali quasi subito Supermario, in particolare quando quest’ultimo sulla prima salita torna indietro a recuperare un paio di limoni che gli sono caduti dal body. Poi la sua è una gara il solitaria, tanto che nessuno lo vede più né nei giri successivi né durante la corsa, facendo sorgere il sospetto che non si sia fermato al secondo cambio ma abbia affrontato la frazione a piedi ancora saldamente in sella. Riappare solo a fine pomeriggio tra gli stand in cerca di un tatuatore per farsi stampare sulla schiena l’immagine di uomo che apre le acqua e passa in mezzo in bicicletta. Nome di Battaglia: Mosèr.

SuperMario Voto 6,5
Dopo mesi di allenamenti massacranti, diete da pesce rosso e lezioni segrete di salsa e merenghe, SuperMario arriva al primo olimpico della stagione carico come un telefonino e secco come la lisca di un pesce palla anoressico. L’arringa motivazionale, nonché la sequenza di consigli tecnici recapitatigli il giorno prima dal suo allenatore via mail sono stati sapientemente sintetizzati da quest’ultimo in due parole: “Animo, animo!! Le mattinate a mangiare crostate e bere spremute dopo la piscina sono però subito ripagate, perché Marietto esce primo dall’acqua e parte a pedalare come se non ci fosse un domani e neppure un dopo domani. Sulla bici tuttavia, un incidente con dei limoni prima e un problema con la spremi agrumi dopo, lo rallentano quel tanto da farlo sorpassare prima da Gigi e poi dal sottoscritto. Durante la frazione di corsa non riesce quindi più a recuperare, ma lo ritroviamo a fine gara mentre vende spremute da un carrello ambulante, ripagandosi così l’iscrizione alla gara. Nome di Batatglia. T. D. Lemon Vernazza.

Giova – Voto 6
Le pendenze caprine del Triathlon di Caldaro non valorizzano sicuramente le carrieristiche tecniche e fisiche del Giova, in particolare mi riferisco al suo micidiale ritmo da passista, la sua falcata da pennuto imbalsamato e la sua passione smisurata per la caponata. Se però il lago fosse stato in discesa, la frazione di bici in piano e quella di corsa avesse previsto l’utilizzo di un ascensore i primi avrebbero certamente sentito il suo fiato, condito dalla suddetta caponata, sul collo. Durante il tratto a nuoto si difende alla grande, anche se si deve fermare qualche secondo per una bevuta a seguito di un strano colpo subito da una delle canoa dei giudici guidata da un ex baleniere in pensione. Poi cerca di recuperare in bici, ma rischia un incidente a causa di alcuni limoni lasciati proditoriamente in mezzo alla strada. A metà frazione si ferma anche a raccattare una cassa d’uva con la quale spera di mescere un paio di bottiglie di spumante decente. Quando comincia a correre ormai è quasi buio, il percorso è stato interamente sbaraccato e nel prato della zona cambio sono già in azione gli annaffiatoi Decide così di completare solo il primo giro e poi si ferma direttamente ad una cantina vicina dove è in corso una degustazione. Nome di Battaglia: Giovan Traminer.

Elisa – Voto 7
La nuova RiBelle per un giorno arriva al suo esordio assoluto nella triplice concentrata come un pranzo liofilizzato per astronauti. La sera prima della gara ha addirittura affittato una stanza in un convento vicino per preservare la concentrazione e nutrirsi solo di germogli di bambù essiccati; i RiBelli, tuttavia, non se la sentono di abbandonarla nella solitudine del triatleta e alla dieta da panda, quindi la coinvolgono nell’allegra notte organizzata in ghiacciaia per temprare spirito e corpo. La mattina seguente però, temendo per la durezza dell’impegno e preoccupata per non aver mangiato i germogli, decide di sostituire il canneto con una forma di gorgonzola, un trancio di speck che sembra la gamba di un cristiano e una barretta energetica ai mirtilli. Quest’ultima, oserei dire inspiegabilmente, purtroppo la rimetterà durante la frazione a nuoto, cosa che la debiliterà per tutta la gara e farà dichiarare al vincitore della classifica maschile che partiva subito dopo che Caldaro è un posto meraviglioso perché perfino l’arqua sa di frutti di bosco. Tra un rigurgito a l’altro tiene duro sia in bici che di corsa, ma alla fine, superato il traguardo, sviene e viene rianimata solo grazie ad una flebo a base di polenta e stinco. Nome di Battaglia: Vomitino.