Archivio mensile:giugno 2013

Bardo e Lino

LupettoPrima di andare oltre vorrei salutare un RiBelle e un grande amico che oggi imbocca la direttrice per una terra lontana. Ci mancherai tremendamente Lupetto, ma per quanto le nostre direzioni si possano dividere, l’amicizia è la strada dove ci ritroveremo sempre. A presto, intanto vivi un po’ di sogni anche per noi. You Never Walk Alone.
Ci sono giornate che riesci a vederle nascere, altre invece le osservi solamente morire, ma poi ci sono quelle per cui sei presente in entrambi i momenti e quelle sono le uniche giornate che puoi dire di aver veramente vissuto, perché diventano come delle piccole vite, complete, faticose ed entusiasmanti, tanto che, quando capitolano, sai con certezza che allora si può vivere più di un’unica vita e che ciascuna di esse ti lascia qualcosa, non costringendoti a ricominciare ogni volta tutto da capo. Certo, mentre sono lì che aspetto la mia diligenza diretta al Garda, vedo i primi avventori del sabato mattina e penso a quanto sono quiete e semplici le ore che li attendono, mentre quelle che aspettano me promettono ostacoli e turbolenza. Chiudo gli occhi, e quando li riapro sono vestito come Superman rimasto a corto di tessuto, ho una cuffia viola in testa e guardo il lago mescolarsi all’afa dell’orizzonte, in un torrido e trasparente amplesso. Non c’è tempo per porsi altre scomode domande, una strozzata sirena rimbomba nel nulla e si parte ad aggredire l’acqua con la ferocia di un branco di lupi. Nuoto sulle persone, come se il lago fosse pieno solo di corpi che si contorcono. Respiro i loro spruzzi e dopo pochi secondi mi rendo conto che le branchie sono un gadget non ancora in faretra. Il mondo finisce in un vortice di schiuma e sfumature colorate. Le seguo come un sordo a un concerto di mimi, alcune ombre sembrano molto confidenti sulla direzione da seguire, altre meno, quando imparo a distinguerle è già troppo tardi e ho percorso diverse decine di metri più del necessario. Il Garda è inquieto. Onde nate chissà dove mi vengono incontro, infrangendosi contro la mia disperata ricerca di molecole respirabili. Quella che tento di remare indietro non sembra acqua, ma una miscela di viscide sostanze gassose. A ogni bracciata ho come l’impressione di guadagnare poco più di un centimetro. Alla fine però, tutti quei centimetri sbattono fortunatamente contro la riva. La prima transizione, la definirei vorticosa, solo i primi salti sui pedali riportano terra e cielo nella giusta posizione. A quel punto si comincia a spingere. Ogni gruppo che passa via è un biglietto in prima classe per l’arrivo. Se hai la forza ti timbrare, ti porta agile, fermata dopo fermata, fino al traguardo. Tiro a mi faccio tirare. Come una molla arrugginita alla ricerca di una sua stiracchiata dimensione. Su una salita pecco di arroganza e vado in fuga; poco dopo, sono ripreso e staccato. A metà percorso mi ritrovo solo lungo un drizzone tremendo. Cinquanta metri più avanti un folto plotone variopinto procede implacabile. Raggiungerlo significa il rifugio dalla tempesta, la brezza che placa la calura, una lieta novella in una giornata disastrosa. Niente da fare. Ci sono traguardi che si divertono a sfuggirci, sogni che nitidamente finiscono per rimanere tali. L’ultimo tratto turbina di nuovo verso la zona cambio. Un giudice distratto non mi segnala una deviazione a gomito, costringendomi a un traverso non voluto che mi fa perdere parecchi secondi e, in compenso, guadagnare diversi anni di purgatorio. La seconda transizione è fulminea, anche se ho il tempo di intravedere il vero, micidiale avversario dell’ultima frazione, il caldo. Prorompo a correre i primi chilometri, le gambe girano e le sensazioni sono buone. Poi arriva, infuocata e taciturna, la detonazione. I muscoli prima stridono, poi grippano, infine si bloccano. La seconda parte del percorso sembra la scalata al cratere di un vulcano in eruzione, il traguardo, semplicemente l’uscita di sicurezza dell’inferno. Spingo il maniglione anti panico e sono dall’altra parte. Ho la sensazione di evaporare, per fortuna una doccia gelata pochi metri più avanti spegne la lava, regalandomi sensazioni paradisiache. Il cronometro non soddisfa. Troppi errori, troppe cose che una mente lucida avrebbe gestito diversamente, peccato che prima della partenza abbia controllato e preparato tutto, ma mi sia dimenticato di lucidarla, la mente. Ci sono sport dove allenarti duro ti porta a destinazione, ma ce ne sono altri dove, a stento, il sacrifico ti concede di sopravvivere al viaggio.
E ora, che le pagelle, come sempre, siano con voi.
Gigi – Voto 7,5
L’uomo che ha riscritto sul suo corpo l’intera storia della sua vita, dalla caduta del primo dentino, fino al secondo figlio, tanto che quando i giudici lo devono punzonare ormai gli scarabocchiano il numero direttamente sulle guance come una groupie minorenne, si presenta sulle rive del Garda con la solita dichiarazione di stampo calcistico, secondo cui non si allena decentemente da quando ancora si pagava con le lire. A stridere leggermente con la sua affermazione appare il fatto che risulta tirato come una stecca da biliardo e sfoggia un indice di massa grassa paragonabile a quello di una zanzara anoressica. È talmente secco che una nota azienda alimentare ha deciso di chiamare e vendere la sua pastasciutta come pastagigi. Ci regala così una grande prestazione, sfondano il muro delle due ore e trenta ed andando ad essere l’unico Ribelle a terminare la gara prima che comincino a sbaraccare il percorso. Nome di Battaglia: Gigi Rana.
SuperMario – Voto 6,5
Dopo essersi iscritto a tutte le gare di multi-disciplina organizzate in Europa, compresa una caccia al tesoro da fare bendati, nudi e interamente coperti di vaselina, e una castagnata sui trampoli, SuperMario replica placidamente le fatiche dell’olimpico della settimana scorsa come se stesse partecipando ad un campionato di scacchi. In quanto nuotatore di punta del gruppo è selezionato per partire tra le prime batterie, anche se, il fatto di scambiare un pattino in lontananza per la boa di arrivo, lo depista leggermente pregiudicando la sua frazione natatoria. In bici i lunghi allenamenti sul ciclo mulino danno però i loro frutti, non tanto in termini di tempo, quanto per il fatto che, alla fine, oltre ai chilometri macini anche abbastanza grano da sfamare la prole per il prossimo inverno. La corsa infine va via liscia come sul velluto, peccato che i quaranta gradi esterni non fossero molto adatti a tale tessuto. Finisce così un po’ in apnea, ma con una pelle morbidissima. Nome di Battaglia: Velvet Mario
Giova – Voto 8
L’uomo che in divisa da gara ricorda per alcuni versi un wrestler anni ottanta e per altri un cartone animato giapponese, dopo l’exploit di Rimini, su cui alcuni scienziati tra l’altro stanno scrivendo un trattato intitolato “Lo Sport che Giova”, si presenta all’appuntamento carico come un venditore di tappeti in saldo. Per paura di non avere sufficienti riserve energetiche durante il tragitto in automobile svaligia un autogrill, polverizzando la scorta di Camogli e Rustichelle preparata per l’intero weekend. Durante la gara mantiene un’andatura estremamente regolare, nel senso che la velocità di crociera acquisita durante la frazione a nuoto, la mantiene poi anche durante la parte in bici e la corsa. Quando termina la gara, nel prato della zona cambio sono già in funzione gli annaffiatori notturni. Nome di Battaglia: Ivan The Giova
Davidone – Voto 7
Dopo essere stato scartato ai provini del Grande Fratello, in quanto non sufficientemente ingellato, e alle selezioni per l’Isola dei Famosi, in quanto non sufficientemente famoso al di fuori di Via Manin, Davidone finalmente mette e frutto le scuole serali per Tronisti in un evento di cartello, dove i suoi pettorali trovano la giusta esposizione. Si presenta così sulle rive del Garda dopo mesi di dieta ultra proteica a base di uova e creste di gallo crude, tanto che ormai al portiere di notte che lo saluta quando arriva in albergo al mattino risponde con un incontrollabile: chicchirichìììììì. In quanto ex nuotatore chiude agevole la frazione in acqua, poi perde tempo in zona cambio poiché dà dieci euro ad uno degli addetti perché gli vada a prendere la bici, ma quello si dilegua, ed infine paga la scarsa abitudine al sellino non foderato durante la frazione in bici. Recupera un po’ sulla corsa dopo aver sgranocchiato un paio di snack energetici che alcuni giurano essere in realtà delle barre di uranio impoverito. Nome di Battaglia: Colombo Cedrone.
Cane Pazzo – Voto NC
Dal momento che lo specchio d’acqua più esteso con cui ha avuto a che fare nella sua giovinezza è quello della tazza del cesso di casa sua, il rapporto di Cane Pazzo con le superfici liquide risulta abbastanza complicato. Quando gli comunicano che la muta è vietata, prova a contrattare con i giudici di gara prima l’utilizzo di un materassino, poi di un giubbotto salvagente ed infine di una paperella da usare almeno come supporto morale. Non avendo avuto fortuna, parte così ad affrontare la frazione natatoria con la tranquillità di un un indovino sul ponte del Titanic e all’ennesimo tentativo di omicidio perpetrato dai compagni di naufragio, lancia un razzo di segnalazione e abbandona la competizione ufficiale. Tornato a terra però, prende paperella, giubbino di salvataggio e materassino e percorre l’intera frazione in bici andando a prendere i primi con cui fa la volata finale che non vince solo perché nell’ultimo chilometro rallenta per sgonfiare il suddetto materassino che potrebbero non gradire in zona cambio. Nome di Battaglia: LeonAldo Di Caprio

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Straminchiata

TazzaIo sono single, ma dopo aver visto una rappresentanza di altre cinquemila persone nella mia, fino ad oggi, gongolata condizione, ho deciso che è venuto forse il momento di cambiar partito. Domenica mattina in Sempione gabbie decisamente aperte, guardiani in sciopero contro il governo e zoo deserti. Tutti fuori a pascolare. Un folcloristico gregge di animali da fattoria in cotonato rosso a fare una roba che non è una corsa, non è una marcia, ma è una sorta di goffo rituale d’inseguimento, nel senso più fisico del termine, dell’agognata anima gemella, fino ad arrivare al traguardo dove ci si accorge però che i gemelli non son poi così tanti e difficilmente sono fidanzati. Lì un aperitivo (dieci dieci e mezza del mattino) tiepido (quaranta gradi esterni) era servito per brindare e magari rompere un po’ il ghiaccio, peccato che a Giugno a Milano il ghiaccio non s’è mai visto e in generale avrei trovato più adatta e caritatevole la distribuzione di aranciata avvelenata. Il progetto originario era portarci il Vez come ultimo respiro a pieni polmoni delle gioie della singletudine, il risultato ottenuto è che mi è venuta voglia di sposarmi pure a me. Non credo sia il caso di aggiungere altro, se non l’inevitabile e meritata pagella al novello sposo.

Vez – Voto 9
Il Vez è così sicuro di aggiudicarsi Ajeje anche quest’anno che in lista nozze ha già messo una teca allarmata e climatizzata per conservare la reliquia ed è in trattative con Lella per dare il nome del trofeo ad un eventuale primogenito. In più dopo aver visto appassionatamente le finali NBA sta pensando di fare il verso a Lebron James ed al suo tatuaggio a tutta schiena The Chosen One, con The Ajeje’s One. Domenica mattina si presenta alla gara con testosterone sufficiente a rifornire l’intero Giro d’Italia. Dopo i primi cento metri nella folla di cacciatrici di dote imbizzarite però, è già pronto ad adottare un intero orfanotrofio. Il resto della gara diventa solo una lunga e concitata discussione su sfumature dei serramenti, servizi di piatti e posate e nomi maschili o femminili che ricordano fiori e piante. Alla fine, solamente il contatto con qualche birra d’emergenza gli impedisce di recarsi di corsa all’Ikea. Nome di Battaglia: Desperate Vez.
Ora permettetemi di concludere facendo di nuovo gli auguri ai novelli RBelli sposi che ieri sotto gli occhi dei testimoni, del Signore e di Ajeje si sono uniti in matrimonio. Sono già stati fatti tanti discorsi, inutile farne altri. Vez e Lella, voi vi meritate di stare insieme, il resto verrà da se.