Archivio mensile:settembre 2013

Zell Am See

ZellTutti noi abbiamo una bilancia, dove soppesare le sfide della vita. E gestirle è un equilibrio instabile sopra la frenesia di questa esistenza fatta di continue accelerazioni, cambi di pendenza, vento che infuria sempre e solo nella direzione opposta anche perché, quando soffia a favore, naturalmente non ce ne rendiamo conto. Alla base di un braccio allora, continuiamo ad accumulare sogni, speranze, obiettivi, passioni, mentre vicino all’altro semplicemente accatastiamo tutto il resto. Poi dosiamo minuziosamente ogni carico in nome di una stabilità che, ci hanno insegnato, essere il segreto per essere felici, ammesso che ci si senta veramente felici solo sfiorando e annusando le esperienze al posto che arrischiandoci ad afferrarle per immergerci la faccia dentro e prosciugarne l’essenza. Così un giorno ci rendiamo conto che questo continuo centellinare è solo un gioco vigliacco a fare i burattini che si tirano i fili da soli e, in un impeto di RiBellione, sul piatto dei desideri ne facciamo scivolare uno, fatto metà di ferro e metà d’immaginazione, così pesante da farlo schiantare. Il danno è fatto! Solo che non siamo eleganti velieri progettati per solcare gli oceani. Non riusciamo a navigare con ubriacante inclinazione per sfruttare le brezze che accarezzano il mare. Siamo treni lanciati verso destinazioni che spesso non possiamo più neppure evitare, al massimo c’è concesso il lusso di proseguire oltre. Così, per andare avanti, sull’altro piatto della bilancia siamo costretti a caricare un lungo e faticoso contrappeso. Prima ci illudiamo di colmare con i nostri vizi e qualche polveroso interesse ritrovato chissà dove, ma nulla si smuove. Poi proviamo a rastrellare tutte le passioni rimaste, i nostri momenti di libertà, persino quelle che ci sembrano sacrosante ricompense delle continue e quotidiane fatiche, ma otteniamo solo una leggera oscillazione. Allora tocca passare a qualcosa di più pesante e carichiamo carriera, opportunità, riconoscimenti e vediamo che qualcosina comincia a smuoversi, ma non basta. Alla fine siamo costretti a usare ciò che pesa veramente, ciò che conta più di tutto, e facciamo uno scomodo carico di affetti, amici, famiglia fino a quando ci ritroviamo con le mani completamente vuote e la paura di aver stretto troppo i pugni per porteli un giorno dischiudere nuovamente.
Zell Am See, non c’è il sole a sorriderci una fredda domenica mattina, dove l’estate sembra aver già fatto le valigie e l’autunno si è insediato prepotentemente tra le cime conficcate nella plumbea e impenetrabile cortina di un cielo incavolato. L’acqua davanti a noi è fredda, scura, immobile. Le boe all’orizzonte sono una flebile speranza, più che una concreta visione. Sembrano piccole macchie di ruggine sopra una lastra di metallo che appare impenetrabile. La musica in sottofondo e lo speaker rimbombano afoni, tutto quello che senti, ti viene da dentro e tremi provando ad ascoltare le parole che il tuo corpo tenta di sussurrati. Poi lo sparo, e il lago inizia a ribollire. L’oscurità ti avvolge, poi di nuovo la luce, poi buio, luce, buio, luce e ancora buio, un valzer psichedelico dove sei sospeso tra acqua e aria, tra attrito implacabile e inerte scorrevolezza. La macchia spumeggiante si trasforma presto in un lento serpente che inesorabile striscia tra i galleggianti, diventati a quel punto imponenti carcasse di mongolfiere adagiate sullo specchio d’acqua sottostante, e poi di nuovo si dirige implacabile verso la partenza. L’uscita dall’acqua è fradicia. Un diluvio incessante lava via il lago dalle nostre mute. La transizione è macchinosa ma delicata. Si parte a pedalare con solo un paio di strati appiccicosi, oltre a pelle e muscoli, a tener lontano le intemperie dal cuore che, a quel punto, comincia a battere all’impazzata. La strada è viscida e veloce, stretta, spezzata, a volte fracassata, le lenticolari ronzano a ogni rettilineo, alieni sdraiati sui manubri alzano nuvole di pioggia da far concorrenza al temporale stesso. Il primo giro termina rapidamente. Salto letteralmente sui pedali come una scimmia da circo per non perdere posizioni. A quel punto il secondo giro mi aspira nel suo vortice di fatica. Il freddo non molla, la pioggia non molla, io non mollo e l’asfalto ci scruta tutti con sguardo duro ma divertito. Gli ultimi chilometri si allungano come fossero di gomma e i servi dell’aerodinamica cominciano a superarmi. Tocco la canna della bici per sentire se ho ancora sensibilità nelle mani, poi tocco le mie gambe e non noto nessuna differenza rispetto al contatto precedente, e a quel punto per scaldarmi, prima di correre, sono disposto veramente a sdoganare parecchia creanza. La seconda transizione è ovattata dalla sofferenza e dal freddo. Non piove più, ma meglio non pensare a cosa ci sia davanti, meglio pensare a ciò che ci si è lasciati alle spalle e che adesso arrivare in fondo è solo questione di mettere un piede davanti all’altro. Lo faccio per qualche centinaio di metri con discreti risultati. Poi crampo, doppio crampo e contro crampo, che non è una trasmissione televisiva sui crampi, ma è il classico ulteriore crampo che sopraggiunge mentre cerchi di farne passare uno appena venuto. Mi accascio pietrificato su una panchina, dove una signora, mossa a compassione, mi supporta e mi disseta mentre tento di ritrovare una postura meno agghiacciante e un’espressione di nuovo da essere umano. Riparto. Sono teso come la corda di un impiccato. A ogni passo i muscoli si contorcono agonizzanti, i metri diventano chilometri, i chilometri distanze per cui non è stata ancora inventata un’unità di misura ufficiale. Tre giri da completare. All’inizio di ognuno m’infilano al braccio un anello colorato per ricordarmi a che punto sono e oltre che dalla fatica vengo subito corroso dall’invidia per quelli che incontro lungo il tracciato e che sfoggiano più colori di me. Al primo passaggio sento che voglio farcela, al secondo invece sento che devo farcela, al terzo infine sento che posso farcela e comincio ad aumentare leggermente l’andatura per grattare via qualche inutile ma meraviglioso secondo al cronometro ufficiale. Il rettilineo finale m’inghiotte. Un ultimo respiro e sono dall’altra parte, il traguardo è alle spalle, davanti trovo ad aspettarmi un’argentea mantella che m’investe come un cavaliere errante tornato a casa dopo secoli di vagabondaggio, poi subito gli amici da abbracciare e poco più avanti una bilancia ormai vuota da caricarmi in spalla prima di avviarmi lentamente verso l’albergo. Mezzo Ironman lo chiamano gli agnostici. 70.3 gli addetti ai lavori. Per me è semplicemente l’ingresso di un mondo che sta oltre i dubbi, oltre l’incredulità, oltre la paura, un mondo solo di chi se lo merita, un mondo che ha edificato i suoi limiti sui confini del possibile solo per tenere fuori l’impossibile stesso. Un mondo dove se puoi immaginarlo, puoi allenarti per farlo.
Ora, immodificabili come le sentenze penali ed eleganti come le receptionist tirolesi arrivano le temutissime pagelle in rigoroso ordine di arrivo:

Gigi – Voto 7
La gara di Gigi inizia diverse settimane prima con una pretattica da fare invidia a diversi allenatori anni ottanta dello sport minore. A inizio Agosto infatti, dichiara dolori muscolari diffusi e ci chiede di suggerirgli un massaggiatore di fiducia. A metà mese, racconta di febbre e dolori lancinanti e ci chiede di consigliargli un medico specialista di fiducia. Qualche giorno prima della gara infine, non segnala niente di preciso ma scrive per sapere se consociamo anche un prete di fiducia. Giunto oltre confine poi, simula un’uveite berlusconiana per confondere ancora di più le acque e, il giorno dell’evento, si presenta sulla linea di partenza con asciugamano e infradito sostenendo di farsi solo un bagnetto prima di tornare subito in albergo per evitare di aggravare ancora di più il suo precario stato di salute. Da lì sparisce, venendo avvistato però, qualche ora dopo, in zona cambio mentre smanetta con la bici, facendo finta di cambiare il disco orario. Poi ancora non se ne sa niente, fino a quando non riappare sul percorso podistico mentre fa il suono gutturale del clacson con la bocca verso i concorrenti che non gli danno strada. Alla fine lo troviamo alla conferenza post gara, dove lo intervistano per il grande tempo ottenuto e alla domanda su come si sente, risponde sereno: “Mi sento OKI.” Nome di Battaglia: Gigi alla Ligure.

CanePazzo – Voto 9
Si presenta oltre confine carico come un cacciatorpediniere a largo delle coste siriane e allenato come Rocky se avesse girato in sequenza tutti e sei gli episodi. Più che una bici sfoggia un elicottero con le ruote, così leggero che lo scarica dalla machina con uno stranuto. Il giorno prima della gara si allena tentando di camminare sul lago, ma quando gli dicono che è contrario al regolamento, oltre che a rischio scomunica, è costretto a tentare qualche bracciata nell’acqua gelida, elemento che Cane Pazzo, viste le sue origini transalpine, ha scoperto esistere, al di fuori dei servizi igienici, solo qualche mese fa. All’inizio delle ostilità è pronto e concentrato come uno sciroppo fatto in casa, ma dopo lo sparo perde qualche secondo prima di cominciare a nuotare, pensando che ci sia l’omino di ordinanza che gli alza la sbarra di partenza. Sopravvissuto al nuoto, comincia a pedalare così forte che a Salisburgo, cento chilometri più a nord, allertano la protezione civile per la formazione di alcune inspiegabili trombe d’aria. A metà percorso un tedesco, che nella borraccia ha messo del Laphroaig al posto dell’Enervitene, lo tocca mandandolo a lustrare l’asfalto. Cane Pazzo si rialza, aggiusta la bici usando degli arbusti e il nido di un uccello in via d’estinzione che non supererà l’inverno e termina la frazione sanguinante come un martire dato in pasto ai leoni. Si fa ricucire nella tenda medica, dove non vogliono che si ritiri ma vogliono addirittura che si faccia operare sul posto, mentre lui decide di provare a ripartire a correre. Trotterella i primi chilometri, poi più che il dolor petè il marone fumante, innesta le marcie alte e chiude la gara con un tempo per cui molti avrebbero venduto svariati parenti della prima cerchia. Nome di Battaglia: Cane SemprepiùPazzo.

SuperMario – Voto 8
Da quando si è iscritto alla gara, tutta Zell Am See è in subbuglio attendendo il suo arrivo. L’uomo che, infatti, è diventato ambasciatore per lo sport di General Electric nel mondo, tanto che il Board centrale ha deciso all’unanimità di dare il suo nome al più grande stabilimento americano di gas naturale, battezzandolo Vernazzaland, è chiamato a sfoggiare i risultati di mesi di complicatissimi allenamenti. I suoi fans su Twitter superano quelli di Jim Morrison e Padre Pio messi insieme. Il giorno della gara sono tutti per lui, tanto che mentre nuota tuta Zell Am See ripete senza sosta: “Mariò (alla francese) bomaye!”. Uscito dall’acqua, sale sulla sua bici con le corna in posizione stile Harley, infila il giubbotto di pelle e parte a pedalare. Regala un’ottima frazione ciclistica, perdendo solo un po’ di tempo quando si ferma e far benzina e poi col resto decide di comprarsi anche un paio di gratta e vinci, che non resiste a raschiare durante la seconda transizione. Infastidito per non aver vinto niente, parte a correre alla garibaldina, macinando chilometri su chilometri, meglio di Banderas alla direzione del Mulino Bianco. A metà percorso è in sofferenza, ma poi attinge alla sua famosa riserva di energia intestina per arrivare a sprintare e superare in volata il traguardo, dove un tizio che si stava accendendo una sigaretta muore carbonizzato. Nome di Battaglia: Imarium Vernazza.

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