Archivio mensile:luglio 2014

Mare e Monti

AuronzoSeduto, gambe a penzoloni sul pontile, assecondo dondolando i minuti che passano lenti e osservo l’unico, assoluto, trionfatore della gara. Nel suo verde ametista infatti, il lago sembra sorridere, gelido e beffardo, sapendo che nessuno proverà più a disturbarlo, che nessuno proverà a distoglierlo dal riflettere ciò che vuole, anche un cielo e una cornice impervia che forse non esistono, oppure immagini che sono solo pallide memorie di epoche lontane.
Sono passate due settimane dall’olimpico Ligure, eppure la stanchezza sembra non avermi ancora abbandonato. Genova e il suo mare che sa di porto, Genova e la sua sopraelevata che imita male la pianura, Genova e la sua passeggiata che non ce la fa a non arrampicarsi un pochino, sono ancora incastrati tra muscoli troppo attorcigliati perché li lascino andare. C’è poco altro da ricordare della gara “da fuge”, sennonché, tra le possibili cose che gli amici liguri fanno bene oltre la focaccia, non c’è di certo organizzare gare di triathlon. Non che i colleghi veneti a sto giro abbiano fatto meglio però. Certo, non è colpa loro se il campo di allenamento estivo della Lazio è a cinquanta metri dalla zona cambio e se, nell’operazione di consegna bici, ieri pomeriggio, siamo finiti in mezzo ai tafferugli tra tifosi e polizia, però è una settimana che la temperatura dell’acqua non avvicina i dodici gradi, impedendo così alla maggior parte degli esseri viventi a sangue caldo l’attraversamento, e non posso pensare che la miglior alternativa di partenza escogitata sia questa versione ciclistica bulgara di Le Mans che, a questo punto, mi auguro almeno durerà meno di ventiquattro ore. Sono scarico, addirittura poco preoccupato del percorso che promette durezza e gravità senza compromessi; solo il fatto che non abbia neppure un sentore di accenti provenienti dalla circonvallazione interna mi lascia in fondo un filo di tensione. Siamo gente di pianura, navigatori esperi di città, e se il mare ci fa da sempre un po’ paura per quell’idea di troppa libertà, le montagne ci lasciano invece sgomenti, insignificanti, isolate formiche disperse tra le pieghe aguzze dell’intero pianeta.
Per fortuna, il dondolio accelera, e prima che la scintilla delle candele si spenga completamente, sono in sella, diretto a tutta verso Cortina. I primi venti chilometri sono un lungo serpente che abbandona Auronzo e s’infila insidioso tra cime contrariate. Mai visto però un piano così falso! Vedo bruciare lo stoppino delle gambe con sorprendente e preoccupante velocità. Poi finalmente attacchiamo il passo Tre Croci, dieci chilometri poveri di tornanti e ricchi di sospiri. È una di quelle classiche salite che non pretende grandi scalatori ma solo semplici, piccoli uomini, dotati però di grande umiltà, perché se pensi di sconfiggere i suoi modesti blasoni con forza dirompente, vice sempre lei. Invece ci vuole pazienza, rispetto e una collaborazione totale tra muscoli e cervello. In cima un vento tagliente ci dà il benvenuto. La discesa verso Cortina è allora immediatamente rapida, tecnica, ma meno spaventosa del previsto. Gli errori tuttavia non sono ammessi, la montagna ama i coraggiosi ma odia gli stolti. In paese una discreta folla assiste alla macchinosa transizione. Si sale di corsa sull’ottovolante. Prima una discesa senza senso in cui le gambe cercano di non disintegrarsi, poi una salita senza pietà dove il cuore prova a scappare fuori dal petto e tu lo tieni a bada imboccandolo con disubbidienti molecole d’ossigeno. Marciare è l’unica alternativa praticabile, ma lo spetto dei crampi fa subito capolino tra gli umidi alberi del bosco. A questo punto parte un’altalena sterrata di cambi di pendenza, dove contrazioni muscolari più o meno volute, più o meno dolorose, mi portano claudicante fino al traguardo. Oltre zittisco tutto a colpi di crostata e penso che anche se buona, novecento chilometri per un combinato e una torta sono, forse, un filo troppi. So che ci sono delle regole e so che sono fatte per la nostra sicurezza, ma togliere il nuoto a questo sport significa mutilarlo in modo irreparabile, significa trasformare una sfida in un semplice allenamento, un’avventura in una povera gita all’aria aperta, lasciando la fatica orfana dell’adrenalina che da sempre l’accompagna nei moneti che contano. Se la sofferenza è la porta, la paura è la chiave per accedere a un più vasto mondo di emozioni, poi ci vuole la forza e il coraggio di far scattare la serratura, ma ne vale la pena.
Ora ritornato al piattume di questa settimana, lascio i sogni a si sognatori e le porte ai portatori e vi regalo, per concludere, la doppia pagella dell’unico RiBelle, oltre a me, sopravvissuto alla combinata.

Davidone – Voto 7

La sua doppia performance comincia nel capoluogo Ligure dove, ormai fervido sostenitore della dieta a zona, interpreta i dettami del nuovo regime alimentare come, legati alla zona geografica di ubicazione, e quindi, a colazione prima della gara, si spara farinata e totani fritti per bilanciare. Inutile dire che il mix non raggiunge la prima boa della frazione natatoria, ma viene eiettato in mare per la gioia dei bagnanti della spiaggia limitrofa. L’imprevisto non ferma comunque la marcia del tronista della triplice sulla sopraelevata, dove un paio di suoi versi sotto sforzo fanno pensare ai portuali che la Concordia sia arrivata con due settimane d’anticipo. Finisce poi la gara piuttosto provato e viene bloccato, mentre, sempre per tener rigorosa fede alle nuove strategie geo nutrizionali, tenta di bere acqua di mare. A Cortina invece, il percorso, diciamo, non gli è particolarmente congeniale, viste le pendenze dittatoriali e considerato il fatto che, chilo più chilo meno, il Davidone pesa quanto un intero Age Group di suoi avversari. Se la due ruote che sfoggia poi, fosse esistita un paio di millenni fa, sono certo che il passo in programma non si sarebbe chiamato Tre Croci, ma Tre Bici. Alla fine riesce comunque ad arrivare al traguardo prima che l’albergo ci addebiti un’altra notte di soggiorno. Nome di Battaglia: Scamoscio.

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Prologo

CampinoSulla bocca della Liguria, qui dove mare e montagne ballano uno dei walzer più seducenti dell’intera penisola, sorge Santa Margherita: patria di pescatori e ricchi coloni lombardi, luogo dove la focaccia è una professione e il turismo un hobby, questo paesino è anche la mia casa. Quando e come ci sono arrivato veramente non lo rammento. Una mattina mi sono svegliato e ho spalancato gli occhi sotto questo cielo. Intorno a me silenziose e colorate case, che prendono vita solo in alcuni periodi dell’anno, e un verde scorcio di monte, però niente mare! Quello ahimé non ho mai potuto vederlo, anche se l’amico vento, tra le altre soffiate me ne ha spesso narrato le vicende; già perché il vento mi racconta anche tante altre storie, quello spiffera tutto, non è capace di tenere un segreto che sia uno. Così ho saputo degli amori che gli Scogli si vantano di aver fatto nascere, delle Spiagge che hanno imparato a cantare e a ballare e di quelle che hanno invece gettato la spugna; sono sempre aggiornato su chi arriva e chi se ne va, sui volti nuovi e sulle vecchie conoscenze, anche se adesso che la Grande Palma è morta, i pettegolezzi sono un po’diminuiti. Poveraccia, che brutta fine! Un giorno sei al centro del mondo, il giorno dopo ti segano e non ci sei più. Nessuno sa se è stata la vecchiaia, oppure, come dice quell’acido del Faro perché “aveva visto e sentito troppo”. Credo siano solo insinuazioni, quell’invidioso, si sa, fa una vita d’inferno, non dorme mai, sempre da solo, al massimo qualche pescatore a tenergli compagnia. Io invece di amici ne ho avuti molti, così tanti che faccio fatica a ricordarmeli. La mia vita è stata lunga e difficile. Sono nato senza un nome! Qualcuno tuttavia mi ha soprannominato Campino, altri Campetto; qualche nostalgico mi chiama anche Pista, forse perché somiglio a quella tizia che abitava qui prima di me. Io però sono più nobile e bello, perché le mie linee, che tentano di stare dritte, e quei due canestri, che svettano verso il cielo, servono il gioco più affascinate che mente umana abbia mai immaginato: la pallacanestro o Ze Game come decantato dai miei pomposi colleghi d’oltreoceano. Queste mattonelle hanno visto così tante persone sfidarsi e hanno raccolto così tante gocce di sudore da riempire un altro oceano. Ora sento che l’epilogo si sta avvicinando, come un solitario vecchietto ho sempre meno occasione di vedere gente, ma come tutti coloro che sono sul culmine del viale dell’esistenza mi è venuta voglia di raccontare ciò che ho visto e vissuto, prima che l’oblio si faccia strada nella mia memoria, o prima che qualcuno tenti di zittire pure me. L’unico problema è che non sono un narratore, ma solo un Campino di pallacanestro, che ha imparato a parlare ascoltando imprecazioni di bambini mai cresciuti, quindi mi scuserete, se a volte le mie parole non saranno all’altezza di ciò che tentano di dipingere. Ora sono pronto, affido alla brezza marina le mie storie perché le ripeta come un eco a chiunque abbia piacere di ascoltare. Qualora capiti a voi tenete presente sempre una cosa: ciò che udirete non è frutto di fantasia o immaginazione, non è il parto di una mente pindarica, ciò che state per ascoltare è la verità, che solo il tempo ha parzialmente tinto di leggenda. Le persone che conoscerete non compaiono nei capitoli dei libri di storia o tra le pagine di qualche colorata rivista; i loro nomi non escono dalle labbra di famose conduttrici né ricoprono i diari di trasognanti adolescenti. Eppure ciascuno di loro attraversando i miei verdi cancelli e duellando sopra il mio ventre, solo una volta oppure mille, è diventato protagonista di un entusiasmante spettacolo, che non ho il cuore di lasciar svanire, senza tentare di portarlo in scena per la sua prima e ultima rappresentazione.