Archivio mensile:agosto 2014

A Schioppo Nel Parco

Ingegneri si nasce, ed io mestamente lo “nacqui”. Credo sia un po’ come una deficienza caratteriale, qualcosa d’insito nel codice genetico, fatto sta che può chiamarsi scelta tanto quanto si sceglie il colore dell’iride, la forma della bocca, le dimensioni del naso. Così come scrive Baricco nel suo Novecento a me questo destino me lo potevi leggere negli occhi fin da piccolo, fin da tempi in cui tutto era facile, tranne capirlo – intendo capire che era facile – quello è sempre stato difficile. Dal di fuori, uno come tanti, uno di quelli che la mattina vedi sfrecciare in motoretta per le vie del centro. Calzoni grigio scuro, perfettamente incastonati tra scarpe lucide e cintura dello stesso colore; camicia della sfumatura del cielo all’imbrunire o del latte ancora chiuso nel cartone, giacca, niente cravatta – non mi sono mai abituato a portarla – affusolati occhiali di chi ha passato più tempo a leggere e a studiare cose, piuttosto che a farle e a viverle direttamente; il tutto semi nascosto da giubbotto e sciarpa arrotolata ad affrontare il perfido risveglio settembrino. Volto sempre un pelo assonnato, serio, ma apparentemente sereno; uno che ha tanti pensieri ma nessuna difficoltà a metterli in riga, come un plotone di obbedienti e ordinati soldatini. Capelli mossi ma composti, qualche decisa sfumatura di grigio, occhi scuri, sorriso morbido ma tirchio, spalle larghe a incorniciare una corporatura massiccia ma allo stesso tempo essenziale.
Dentro però, una storia molto diversa. Muscoli in perenne tensione, tenuti insieme da un inestricabile garbuglio fatto di virtù e difettacci. Uno spirito mai domo, quasi primordiale, che non ammette limiti, neppure quelli più naturali suggeriti da salute e ragione. Pensa poco e riflette troppo. Sparse ovunque, cataste di sogni, collezionate negli anni a indicare chi, le speranze, un po’ le abbandona in fretta e un po’ non le abbandona mai. E ogni tanto questa natura ancestrale scappa fuori, rompe proprio quell’armatura che allo stesso tempo la difende e la tiene prigioniera, per fuggire e liberarsi. Dopo il tramonto solitamente, quando, consunte “fanghe” ai piedi, strido dietro a una biglia a spicchi o maltratto decine di chilometri d’inerme asfalto.
Così eccomi a latitare sull’ultimo giro della recinzione. Le sbarre di ferro che scorrono via, sono sottili e aguzze come il mio umore. Grondo sudore. La maglia mi si è appiccicata al corpo come una seconda pelle fatta di fradice fibre sintetiche. I calzoncini dipingono chiaramente due colori irregolari. Giugno in città non perdona, soprattutto nella tarda mattinata. Il parco è abbastanza affollato, gente che cerca conforto dalla calura, ricopre i prati. Molti prendono il sole, qualcuno legge, qualcuno dorme, qualcuno infila la testa sotto le braccia della persona che ha di fianco. Sul campo da basket cestisti più o meno improvvisati scambiano un paio di tiri. Sono più che altro genitori con bambini, che passano un po’ di tempo insieme. E’ una scena confortante in un’epoca che insegna la solitudine come imprescindibile modello di vita. Di lì a poco però la fauna cambierà. Sopraggiungeranno i “campettari” del week end. Creature d’asfalto, io le conosco bene, sono uno di loro, anche se in un altro luogo, in un altro tempo, in un’altra storia. Poi arriveranno i soliti “nizzi” ad appollaiarsi sulle panchine intorno con annoiata partecipazione. Infine i suonatori di bongo, quelli che battono il ritmo del cuore verde metropolitano per tutto il pomeriggio, come se così si fossero assunti il sacro compito di mantenerlo in vita. Nell’aria c’è odore di cibo, frittate fatte in casa, torte salate, pasta frolla. Le badanti e le donne di servizio polacche organizzano sulle panchine banchetti degni dei migliori catering. Ognuna si presenta con qualcosa, poi cinguettano in lingue incomprensibili intorno a tutte quelle portate e, per una volta, le signore servite e riverite, solo loro.
Sto facendo un tempo da schifo. Quindici giorni fermo per una malefica contrattura e mi tocca ricominciare da capo. Novembre non è poi così lontano e la Maratona, si sa, non aspetta nessuno, non attende che tu sia pronto o che tu ti senta pronto. È la terza volta che la provo, nonostante mi fossi ripromesso di non farlo mai più, e mi fa ancora una paura fottuta. Sì, la provo, perché la Maratona, non la si fa, ma la si prova, poi è lei che sceglie se concedersi, oppure no. È la gara più lunga, la più affascinante, la più emozionante, un traguardo che devi conquistare metro dopo metro; se non l’approcci col giusto riguardo, con quel giusto miscuglio di fiducia e rispetto, vince sempre lei, come una donna capricciosa e inafferrabile che un bel giorno decidi di voler conquistare. Devi mandarle fiori, cioccolatini, regali, e poi alla fine non c’è comunque nessuna garanzia, in ogni momento sai che ti potrebbe scaricare, senza una spiegazione, senza un perché, ma lasciandoti solo e stordito a chiederti che cosa hai fatto mai di sbagliato.
Mentre mi lascio alle spalle l’ultimo vialetto, non posso fare a meno di ritornare con la mente alla Grande Mela. Quarantadue chilometri e cento novantacinque metri, e giuro che se anche potessi riempirli di parole, cesellate piccole piccole su ogni centimetro d’asfalto, su ogni lembo di terra, non sarebbero sufficienti a descrivere ciò che accade tra le note con cui The Voice risveglia Staten Island e il sordo tripudio che incanta l’East Side di Central Park. Tutto comincia una mattina, una giornata destata dal suo giaciglio ben prima che il sole sia di ritorno dal suo consueto pellegrinaggio ai territori orientali. Mattina fredda, che improvvisamente si profuma di marmellata e frutta candita. Mattina tersa, che dolcemente arrossisce ai primi sinceri e felici complimenti di uomini poco vestiti. La navetta che scivola tra le avenues trova strade assopite ma mai addormentate e quando poi riemerge dalla sponda opposta del Hudson, un orbo sguardo rosso incendia lo skyline di riflessi dorati. Il tempo vola, ma con la calma placida di una mongolfiera, e permette di respirare l’aria carica d’atmosfera, di controllare che il cuore batta e le gambe siano là, dove le avevamo lasciate. Poi un intenso acuto intona l’inno nazionale, tremano le ginocchia, ecco il cannone e “if you can make it there, you can make it everywhere”, Verrazzano bridge è nostro. Non ti accorgi neanche della pendenza, sei sospeso sul mondo, come potrebbero esserci salite o discese? Solo cielo, terra, acqua e Brooklyn, che spunta dietro a una curva col sorriso accogliente di un “colored” intento a sbraitare in allegria. Inizia New York, inizia la folla, la gente e il suo affetto che, come la fatica, ti accompagneranno fino alla linea d’arrivo. Sul marciapiede uomini e donne di tutte le età tifano, incitano e offrono ogni cosa pensano possa essere utile ad atleti quasi famosi, amici, famigliari o perfetti sconosciuti. I bambini tendono il braccio per un cinque o un semplice saluto e se hai un nome disegnato sulla maglia, non importa chi tu sia e quale sia il tuo distacco, puoi star certo che quel nome risuonerà a ogni metro, gridato o sussurrato, come un vento che ti sospinge innanzi, fino a quando avrai abbastanza orgoglio e fortuna per andare avanti. Un cartello scritto a mano dice: “Love is Beautiful!” Già l’amore è meraviglioso, dovunque esso sia! Dopo i primi dieci chilometri, il Queens lentamente mi avvolge e non capisco se sono le strade che si stringono o i primi sintomi della fatica che si desta. Il segnale di metà percorso è una boccata d’ossigeno, presto soffocata dal ponte Queensboro, tre chilometri di tetro asfalto silenzioso, dove per la prima volta si fa largo la disperazione e la paura di non farcela. Qui le prime consistenti presenze deambulati, e un cartellone, in perfetto anglo umorismo, che recita circa: “Wellcome to Manhattan, last ten miles, the easiest part, if ten miles are the easiest part. Wellcome to the easiest part.” L’anello di folla che ti getta sulla First Avenue, però, spazza via ogni dubbio, ogni malsana idea. La Prima Strada è un serpente striato di gente che si arrampica sgargiante diritto verso nord. Il frastuono della folla leviga a stento le schegge di vetro che si conficcano nelle gambe. Caccio indietro le lacrime, poi l’orchestra, Philadelphia, l’immagine di una scalinata e un uomo che ci sale di corsa; non si può mollare, non ora, nel Bronx c’è gente dura, non sarai mai come loro, ma mai inizia domani, oggi hai una possibilità. A Harlem una bambina mi dà una banana, le avrei dato un regno, se ne avessi posseduto uno. Non è più una questione di chilometri, è una questione di passi. Sai che ne hai un certo numero ancora da spendere. Stimi quanti ne possono mancare e cerchi di fare la differenza, ma sei troppo stanco e non ci riesci; forse è meglio. L’Upper East Side è stracolmo di gente che ormai non mi spinge più, ma mi trascina letteralmente in avanti. Sulla destra il parco appare come una foresta millenaria. Sembra non finire mai. Sembra avere occhi per vedere e orecchie per sentire. Quando m’insinuo al suo interno la strada spiove in avanti e, in qualsiasi altro momento della vita, quella sembrerebbe una buona notizia, ma non in quel istante. Lì le gambe guerreggiano contro il cambio di ritmo, e il cuore media con difficoltà. L’ultimo miglio è un coro stonato di dolore e fatica, diretto dall’orgoglio; davanti a me c’è un tipo che barcolla, sembra abbia un lenzuolo bianco sul volto e con gli occhi cerca una fine che non arriva. Giunge invece una signora da dietro, una di quelle a cui, con eccesso di zelo, lasceresti tranquillamente il posto a sedere su un mezzo pubblico; intuisco che non si sono mai visti prima, ma quella lo acchiappa per un braccio e lo trascina, costringendolo a correre. Non so chi dei due rischi di più la pelle: lui perché gli viene un accidente, o lei perché l’altro potrebbe finire per strozzarla. Poi una visione: un arco, il cronometro con le quattro ore appena scoccate, il traguardo. Il sudore si bagna di sale, le urla si ovattano di sospiri, un passo, l’ultimo e sono dall’altra parte. E qui ricordo succedere una cosa strana, imprevista, perché mi sarei aspettato di oltrepassare un confine immaginario, una frontiera invisibile che distingue l’inferno dal paradiso, la sofferenza dalla gloria; invece la fatica m’invade con la violenza di fiume in piena e le gambe bruciano come carboni ardenti, mentre il resto del corpo congela, liberando brividi di ghiaccio che nessuna tormenta, nessuna paura, nessuna donna sarebbe mai in grado di provocare. Così c’è voluto un altro abbondante migliaio di metri trascinandomi quasi senza dignità, una mezz’ora di pullman rannicchiato tra i sedili e una doccia fondente, prima di capire, prima di scoprire cosa sia veramente il traguardo di una maratona: è una porta! Una soglia per entrare e guardare dentro di sé. Per questo si sente così freddo, per questo si prova così tanto dolore. Non c’è altro da dire, bisogna provare, per attraversarla. Eppure, anche ora che i ricordi stanno di nuovo scolorendo, come tante altre sensazioni ed emozioni cadute vittime innocenti del bombardamento d’informazioni cui sottoponiamo continuamente la nostra vita, c’è una cosa che credo porterò sempre e comunque con me: la grandezza. È un oggetto misterioso che tutti inseguiamo continuamente, rincorrendolo in giro per il mondo, in lavori più importanti, in proprietà più prestigiose, in donne più affascinanti e così ci dimentichiamo di cercare nel posto più facile, più vicino, più ovvio: dentro di noi. Una volta trovata però, per quanto possa essere breve, o addirittura istantanea, la grandezza un uomo, la porta sempre con se.
Quando penso al passato, quando provo a dargli una forma, mi viene in mente una grande onda capace di investire e far perdere facilmente il senso dello spazio e del tempo a chiunque venga a trovarsi sulla sua strada. Probabilmente in questo momento ci sono finito proprio nel mezzo e solo lo schiocco secco di una bocciata al volo mi riporta sul terreno su cui i miei piedi combattono attrito e gravità per arrivare là, dove qualche segnale nervoso ormai scomparso ha deciso dovessero sopraggiungere. La bocciofila da strada sorta sul confine esterno del parco è ormai un’organizzazione amatoriale a tutti gli effetti. Ci sono campi tracciati sullo sterrato, squadre e sfide che vedono un numero di partecipanti incredibilmente eterogeneo per età, ceto sociale e razza; una comunità ogni giorno crescente. Ammiro come le persone siano capaci di lottare contro l’emarginazione. Poco più avanti un paio di senza tetto attingono generosamente da vino in cartone di qualità rivedibile. Dove nessuno la combatte invece, l’emarginazione vince.
Passo oltre, pregustando gli ultimi metri, la doccia che seguirà e il pomeriggio di sole tutto da inventare che mi aspetta. Fermo il cronometro. Lo sapevo! Tempo da schifo. C’è confusione sul sagrato della chiesa di fronte. Qualcuno si sposa. C’è una frase che mi piace particolarmente nel rito del matrimonio: ”l’uomo non osi separare ciò che Dio unisce”. È un’espressione forte e potente, quasi una minaccia, verso i presenti, attraverso le navate, dritto fino al portone e poi fuori, per gli ignari che passano e che t’immagini ne vengano quasi investiti, come da un ceffone inaspettato; e questo è solo un avvertimento! “Ma noi cosa c’entriamo?” Sembrano dire quelli più stupiti che doloranti. Voi c’entrate, c’entrate sempre, perché l’uomo è per natura geloso, suddito del desiderio, un rompiscatole inopportuno e colposo, egoista al punto di guardare le stelle sperando di vederle cadere.
Riso e risa saturano l’aria, la curiosità è sempre stata una mia irrinunciabile debolezza, così per vedere meglio, anche se impresentabile, mi avvicino. Il sole pietoso mi picchia sul volto con inspiegabile insistenza, poi viene tradito dal vento che sposta un ramo, i raggi rimbalzano, ed io la vedo.

Annunci

Chi siamo noi?

NoiNoi siamo QUELLI.
Siamo QUELLI che la mattina si svegliano con un’idea fissa in testa, un sogno sopravvissuto alla notte, e non a una notte in particolare, a ogni notte, una visione che spesso e volentieri non ci dà da mangiare, ma solo da vivere.
Siamo QUELLI che corrono, saltano, nuotano, vanno in bici. QUELLI che remano, scagliano, sciano, inseguono palle o tentano di colpirle.
Siamo QUELLI alti, piccoli, magri, tozzi, pesanti, leggeri, un sistema di muscoli con uno scopo che non è mai banale apparenza e che gli altri, il più delle volte, chiamano follia.
Siamo QUELLI ossessionati delle nostre passioni e appassionati delle nostre ossessioni. Non seguiamo le gesta altrui col fiato sospeso, ma le inseguiamo col respiro pesante. Non ci accontentiamo di rispettare, abbiamo bisogni di sfidare. Amiamo i riflettori, le luci che ci permettono di allenarci oltre la notte. Ci godiamo le copertine, i ripari che ci consentono di riposare caldi durante l’inverno.
Siamo QUELLI che oggi in ufficio è una giornataccia perché stamattina le gambe non giravano, QUELLI che oggi a lavoro non mi deconcentrate che stasera ho la partita, QUELLI che oggi tra una riunione e l’altra non mi passa più perché mi tocca il giorno di riposo.
Siamo QUELLI che la sveglia non la smorzano mai, QUELLI che la pausa pranzo dura chilometri e che la giornata è finita solo quando azzerano e spengono il Garmin.
Siamo QUELLI che hanno più di una vita da affrontare, più di una famiglia da accudire, QUELLI che l’amante non sta sotto il letto ma dentro lo zaino o appesa al muro.
Siamo QUELLI che pensano che le cose più preziose non siano fatte d’oro e diamanti ma in carbonio e titanio.
Siamo QUELLI che con solo due magliette, tre mutande e un pantalone di ricambio partono comunque con la valigia strapiena.
Non siamo stelle, pianeti o comete che passano in cielo, siamo QUELLO che c’è dietro, lo sfondo scuro, l’universo in perenne espansione, l’orizzonte che se ne frega delle stelle che cadono, dei pianeti che si suicidano e delle comete che attraversarono le nostre vite una volta e poi non si fanno più vedere.
Noi siamo QUELLI, noi siamo lo Sport, tutti gli altri sono solo spettatori.

Compressport ProRacing Triathlon Short Black

ProRacing-Triathlon-Short---BlackFacciamo conoscenza…

Il pantalone da Triathlon della svizzera Compressport – http://www.compressport.it/ – è un capo tecnico a compressione per la pratica del suddetto sport, sia in situazione di allenamento, su una o più delle tre discipline – anche se è da rinchiudere uno che lo usasse solo per andare a nuotare in piscina – sia in un contesto di gara, nel caso siate uno di quei barboni che non indossa una divisa sociale o qualcosa che ci somigli.
È disponibile in colore “total black” o “total white” – quest’ultimo solo per gli amanti delle feste di Dolce e Gabbana – a un prezzo di listino di circa 99 iuri, che facilmente possono scendere intorno agli 85 se comprato su siti internet specializzati.
Le taglie disponibili vanno dalla T1 alla T4, che non corrispondono alle zone di transizione di una nuova multi disciplina, ma a misurazioni della circonferenza di inizio e fine coscia. Attenti a come vi misurate il perimetro cosciale però, perché non è cosi banale – e fa pure rima – e, nel caso cadiate sul confine di due taglie, il consiglio è quello di scegliere quella inferiore, mentre qualora non troviate proprio la taglia adatta a voi, il consiglio è quello di ridurre drasticamente le gite da Burger King, oppure di farvi qualche mese di leg extension a seconda di dove le vostre misure vadano a cadere.

Perché far girare l’economia…

  • Perché la fattura è ottima, le cuciture insistenti e il fondello preserva i delicati bassifondi durante le uscite in bici anche con chilometraggi importanti – e se non fate mai chilometraggi importanti, probabilmente avete sbagliato pagina.
  • Perché è adatto quasi a tutte le stagioni e condizioni climatiche: fresco e traspirante ai massimi quando l’estate pesta giù duro, perfetto anche in primavera e primo autunno. Non teme la pioggia, però non è un capo invernale, ma non credo serva una recensione per arrivarci.
  • Perché l’effetto della compressione è notevole e, se scelto nella taglia giusta, il pantalone, una volta attentamente indossato, non risale di un millimetro lungo la coscia, spostamento che purtroppo altri prodotti simili tendono a fare rompendo, oltre al delicato equilibrio psicofisico di ogni sacrosanta sfacchinata, anche le balle e la preziosa linea dell’abbronzatura, faticoso particolare di cui ogni ciclista, o magutto che si rispetti, va profondamente fiero.
  • Perché dopo innumerevoli lavaggi, delegati anche a poco addestrate mani stipendiate, il tessuto sembra essere uscito sempre come nuovo dalla scatola.
  • Perché l’indosso a vita bassa garantisce una fantastica libertà di movimento mentre si pedala e, soprattutto, mente si corre oltre la soglia del tapascio.

…e perché rinfoderare la carta di credito.

  • Perché l’indosso a vita bassa tende a lasciare uno spiffero dove le shampiste della circonvallazione esterna si fanno tatuaggi provocanti, soprattutto se siete uno di quegli insaccati che compra le maglie due taglie più piccole o le ruba alla fidanzata per sembrare più grosso.
  • Perché tasca sul davanti, in prossimità dei gioielli di famiglia, può, sì, ospitare dei fazzoletti, una chiave, un gellino o delle banconote di diverso taglio – utili se siete in giro la domenica a mezzogiorno in periferia e vi sentite soli – ma in caso di utilizzo, soprattutto i luoghi affollati, comporta la probabile denuncia per atti osceni in luogo pubblico.
  • Perché in materiale anti scivolo presente sul cavallo a volte rende poco scorrevoli continue entrate e uscite fuori sella.

Ai posteri l’ardua sentenza

Facendo un bilancio, in una scala da 1 a 10, dove 1 è il Kalenji base layer contraffatto e 10 è il vello d’oro fatto a pantaloncino, personalmente ritengo che questo articolo superi abbondantemente l’8.
Tuttavia se siete inguaribili e fedeli amanti della lycra firmata con la reclam della macelleria sotto casa o della ferramenta all’angolo – e in questo caso avete tutto il mio rispetto – risparmiate questa sensibile uscita di cassa per altri prodotti più romantici. Se invece cercate un capo che, quando pensate ad allenamento triathlon e mettete il braccio nell’armadio, sia sempre quello che stavate cercando vi suggerisco l’investimento. In qualunque caso però ricordate: non è mai la freccia, è sempre l’indiano. Buona Fortuna.

Kalmar, Sud-Est della Svezia

mario54Mattina fresca, svedesi nudi, latini pochi e imbacuccati come a capodanno. Ci sono 15 gradi e l’acqua è a 20. Alle 5:30 sono in zona cambio per mettere le borracce sulla bici, legare alla canna i miei 10 mezzi toast, attaccare le scarpe ai pedali e mettere cappellino, gellini e scarpe nella borsa della corsa. E anche una pastiglina di Imodium, che magari le due che ho buttato giù a colazione non durano per 12 ore. Predizione fin troppo facile.
Segue uno spazio doverosamente riservato alle pippe mentali pre-gara: “allora quando esco dall’acqua, mi sfilo mezza muta, prendo il casco, corro, l’Ivana (la bici) è agganciata al corridoio G, la prendo e ce ne andiamo a ballare. Ok so fare l’Ironman”.
Esco dalla zona cambio ed esorcizzo i tatuaggi minacciosi e i super muscoli dei miei “fellow competitors”: i tatuaggi a forma di teschio NON nuotano e questa è una gara di endurance, non un incontro di wrestling: ci vuole il motore, bisogna sentirsi, essere presenti, controllare i pensieri negativi e stare lì. “Cabeza y corazon”, dicono – “le difficoltà sono la sola garanzia”. Non è diverso da una giornata qualsiasi, in fondo.
Il Mio Gregario mi accompagna alla partenza del nuoto. Abbiamo lasciato i due Giovani Gregari alla piana precedente: hanno fatto un grande lavoro – veramente – e allora abbiamo risparmiato loro gli ultimi chilometri. Adesso mancano poche centinaia di metri all’imbocco dell’ultima, lunghissima e bellissima salita e il Mio Gregario è ancora lì, come sempre, con i suoi polmoni infiniti ed un cuore grande come una portaerei. Il rispetto per il lavoro dei Miei Gregari è l’unica responsabilità che sento sulle spalle. Ma è una responsabilità buona, una spinta propulsiva. Per il resto, la gara è come una festa di fine anno.
La partenza del nuoto dà sempre un po’ di stress a tutti perché si tiene nell’ambiente dei pesci, non dei cristiani. Però, sull’arco gonfiabile sopra la partenza non c’è scritto “Hic Sunt Leones”. C’è scritto “SWIM”. Io ci voglio leggere un invito: “DANCE!”.
Saluto il Mio Gregario, il suo lavoro adesso è davvero compiuto – impareggiabile, insostituibile – per lui (esagero: per lei) è tempo di recuperare. So che non lo farà, perché i gregari non sanno pensare a se stessi, è il loro DNA.
Quando il mostro è molto brutto e grosso, non sai da che parte iniziare ad avere paura e allora ti ritrovi abbastanza tranquillo: m’infilo con un po’ di ottimismo nel gruppo che mira a terminare il nuoto tra 1h10 e 1h15 e allo sparo del cannone mi ritrovo nella tana del Bianconiglio che – vi svelo un segreto – è bagnatissima!!!
3.860m in acqua salmastra – non si vede molto – ma i ceffoni non durano tanto, perché lo sanno tutti che le energie non vanno sprecate a menarsi in acqua. Gli aspiranti uomini di ferro hanno studiato.
C’è un bel sole e mentre nuoto, penso che non c’è altro posto in cui vorrei essere, perché quella lunga nuotata iniziale ce la siamo sudata: nuotiamocela allora!
Quando imbocco il pontile per uscire il cronometro mi fa un piccolo sorriso: 1h15m, qualche minuto in meno del previsto e ho nuotato tranquillo senza spendere tanto – che era l’obiettivo della frazione di nuoto.
Zona cambio (versione HARD – passare alla versione SOFT qualche riga sotto, se si desidera): entrando in zona cambio, mi accorgo che mi scappa una sontuosa pipì e – siccome non si possono fare schifezze evidenti pena la squalifica – me la faccio alla chetichella nella muta, con il calduccio che ne consegue, poi mi tolgo la muta pisciata, prendo il casco, infilo i miei occhiali azzurro-zarro e vado a prendere l’Ivana, profumato come una gardenia.
Versione SOFT: prendo il numerino, attendo paziente il mio turno, imbocco la toilette, una delle più profumate del nord Europa e – dopo l’opportuno bidet e manicure – mi avvio a recuperare l’Ivana.
Le zompo addosso in un modo un po’ brusco per una donna della sua classe, ma dopo pochissimo mi si concede e siamo una cosa sola.
Imbocchiamo i 6km del ponte di Oland, che collega Kalmar all’isola di Oland (maddai!), sbatacchiato a destra e sinistra dalle onde del mar Baltico: è panoramico, mastodontico e soprattutto super-esposto al vento! Che però soffia piano e – soprattutto – è dietro, quindi iniziamo in discesa!
Alla fine del ponte attacco a mangiare e bere come a un pranzo di famiglia: mi impongo di bere ogni 10min e di mangiare ogni 30min. I toast con la bresaola sono la mia arma segreta!
Oland è un prato. Grosso. Di 1.350km quadrati, verde di quel verde dei posti in cui piove spesso e rigorosamente tagliato al millimetro, con i colori abbaglianti e dove gli Olandesi (!?) passano la vita a rasare prati e fare barbecue.
Ma per un giorno l’anno, fanno un colpo di testa, cambiano vita e sapete cosa fanno? Il tifo! Quintali di campanacci sferraglianti e migliaia di voci che ci urlano l’equivalente svedese di “forza”, “go”, “vamos”: HEJA!!! Se avessi un capello ogni volta che ieri ho sentito dire HEJA, sarei Bob Marley.
Dopo 20km sale un pochino di vento, ma è dietro e ogni volta che controllo il cronometro siamo sopra i 30km/h, che è la media che vorrei tenere. Bene dunque. Toast time per festeggiare.
Ma anche male perché al ritorno quel vento lo avrò sparato sul faccione.
Al km 30 un imprevisto. La sella incomincia a basculare e non sta ferma e mi ritrovo sdraiato sulla bici, accporc@merd! Potenzialmente un casino serio perché se la sella si stacca, ho finito la gara e posso tornare a casa, io, l’Ivana, i Gregari e tutto l’Ironman.
Ma la prospettiva è talmente catastrofica, che in qualche modo credo di averla rigettata e cerco di andare avanti come meglio riesco.
Mi sparo mezzo toast per consolarmi!
Ma dopo 5km di pedalata incerta – come un angelo – vedo una macchina accostata con la scritta “bike service”. Faccio un freno a mano ciclistico, mi danno una brugola, stringo il dado fetente e riparto. Ora è tutta un’altra roba: andiamo Ivana, mezzo toast e poi torniamo a ballare.
Siamo al 50esimo, il vento sale e gira, adesso è al traverso, calo un po’ ma non vado male. La posizione in bici è buona, sto all’occhio col cardiofrequenzimetro per non bruciarmi le gambe senza rendermene e conto – stiamo lì e ci facciamo un mezzo toastino.
Arrivo all’80esimo, giro un angolo e mi ritrovo all’improvviso una facciata di vento mostruosa. Adesso il vento è sparato contro. Incomincio ad andare tra il 18 e il 23km/h, alleggerisco i rapporti per non sfondarmi le gambe. Mi passa un sacco di gente, mi demoralizzo un pochino – ma cerco di ricordarmi che ci vuole pazienza. Ci mangio su.
Sono un po’ in difficoltà e al km 105, la sella fa di nuovo lo stesso scherzone di prima, ma peggio.
Ma come è possibile? Beh – mi dico – se prima la macchina del bike service è spuntata dopo 5km, vuol dire che ce ne sono tante in giro e ne troverò altre tra non molto.
Rifaccio il ponte Oland, con un toast in bocca, il vento è ancora forte e contrario e di bike service non se ne vedono. Passano un po’ di Marshall (degli specie di arbitri che controllano che non si stia in scia perché è vietato! Bisogna stare da soli!) e chiedo aiuto a loro. Mi dicono che hanno avvertito e che una macchina arriverà prestissimo.
Arrivo al 120esimo leggermente sopra le 4ore di bici, sono un po’ in ritardo, ma vedo il Mio Gregario che mi incita e tanto mi basta. Toastino e poi imbocco l’ultimo terzo di gara di bici, aspettando fiducioso la macchina bike service… Che però non si vede.
Inizia a piovere, se mi si stacca la sella ce l’ho in saccoccia. In tutti i sensi. Andare in bici così è uno schifo, un po’ sono sdraiato, un po’ in piedi, però l’importante è che non caschi giù.
Mancano 60km e continuo a chiedere notizie a chiunque della macchina magica, che però è dispersa.
Smetto di pensarci, bisogna fare con quello che c’è e smetto di immaginare lo sgancio della sella. Se succede sono morto. Per non morire affamato, mi faccio un toast.
Non riuscirò – mi dico – a chiudere la bici in 6 ore, ma se faccio una maratona decente forse riesce a stare nelle 12 ore totali di gara. L’obiettivo è ancora vivo.
Gli ultimi 60km sono lunghi lunghi e gli ultimi 20 non finiscono mai: sono mezzo stravaccato sull’Ivana (a volte nei rapporti consolidati si danno per scontate troppe cose!) e quando arrivo a 10km dal cambio, incomincio a fare il check delle gambe. Come state Girls? Silenzio…
Il modo per scoprirlo è uno solo: provare.
Entro in zona cambio, smette di piovere, saluto l’Ivana e faccio il primo test delle gambe nella corsa verso la sacca RUN, con l’ultimo toast in bocca.
Sono imballato, ma sono anche scalzo e per terra è bagnato e ruvido e quindi rimando la conclusione.
Ancora due gocce di plin plin alla chetichella (stavolta senza muta – questo è professionismo vescicale!), mi metto calze, scarpe, il mio cappellino fidato e mi nascondo dietro ai miei occhiali, come avessi un avversario a cui celare la mia potenziale futura stanchezza. Potenziale e futura, perché al momento sto benone. Soprattutto quando incontro il Mio Gregario, che fa qualche metro con me e si lascia leggere negli occhi la sorpresa di trovarmi bene.
La parte dove sono una vera pippa (bici) a questo punto è alle spalle, adesso non siamo più né in acqua né seduti sulla sella scassata di quella traditrice dell’Ivana.
Siamo con i piedi per terra e una maratona – che presa isolata è un mostro – può diventare la tua amica del cuore.
Sono passate 7 ore e 40 di gara, se corro la maratona in 4 ore e 20 sto nelle 12 ore. Si può fare, andiamo.
Testo le gambe, provando a correre controllato per 2km e poi guardo il cronometro per vedere cosa mi dice: 5:20/km.
Troppo forte, però mi sento bene. M’impongo di rallentare un pochino fino al 15esimo.
Incontro il Mio Gregario che mi dice che alcuni di voi mi stanno seguendo live. Sono contento, mi viene ancora più voglia e le dico che sto bene.
Al 14esimo, sto già meno bene: mi parte un attacco di mal di pancia e devo accomodarmi in un prestigioso bagno chimico, dopo aver maledetto di essermi scordato nella sacca RUN la dose aggiuntiva di Imodium.
Doveva succedere – mi dico – me la faccio sotto quando corro 5km, quindi nell’Ironman è il minimo che mi possa capitare!
Quando lascio il posto più putrido della terra, l’andatura media sui primi 14 km è diventata di 6min/km. Siamo ancora vivi, con pochissimo spazio per l’obiettivo delle 12 ore, ma tutto sommato il pit stop di 5min mi ha fatto riposare. Bicchiere mezzo pieno.
Riparto, prendo il primo bracciale e senza il problema della pancia mi sento bene – il cardiofrequenzimetro me lo conferma. Ho spazio per accelerare un po’.
Mi forzo a mangiare dei gel alla Coca-Cola e caffeina che fanno vomitare le capre – butto giù, non devo finire la benzina (e i toast sono scomodi da portare di corsa!!!!). Bevo acqua ed elettroliti a ogni ristoro, ma non mi fermo mai. Non sento il bisogno di camminare. Tutti segnali positivi che consolidano sicurezze. Ho fatto tanto volume nei mesi passati, credo di poter tenere il minimo per tanto tempo. È una grande certezza questa in una gara del genere, ma manca ancora molto.
Accelero un pochino gradualmente e vedo che cronometro e frequenzimetro vengono con me. Tanta gente adesso incomincia a camminare perché è stanca, mentre le mie gambe sono ok e il motore fa il rumore giusto: ho voglia di andare a prendermi la nostra gara, la Mia Squadra mi sta aspettando.
Mi fisso il 22esimo km come punto a cui darmi un nuovo mini-obiettivo. Ci arrivo – mi pare in poco più di 2 ore e mi dico (con un po’ di incoscienza): mancano 20km, l’obiettivo delle 12h totali è quasi raggiunto, adesso voglio fare la maratona in 4h. La strategia è tenere fino al 38esimo e poi fuori tutto, prendendo la spinta di tutto quel pubblico che aspetta nel centro di Kalmar. Andiamo.
Nei 16km che mi separano dal 38esimo, tengo, bevo, supero tanta gente che è saltata e cammina e soprattutto prendo coraggio.
Infilo il secondo bracciale e al 28esimo rivedo il Mio Gregario e le dico convinto (fin troppo) che adesso vado a fare gli ultimi 14, mi vado a prendere il terzo bracciale e ce ne andiamo al traguardo, perché questo è quello che ci siamo meritati. Andiamo, cazzo.
Tra il 28esimo e il 32esimo tengo il passo e penso. È il momento di sentire il gusto del fondo del bicchiere. Voglio che la nuvoletta sopra la mia testa improvvisamente si condensi, poi piova e scarichi a terra tutto il mazzo di mesi che la Mia squadra ed io ci siamo fatti. Avrei voglia di andar forte se fossi capace. Mi accontento di tenere, ma ho fame di chilometri e ho una voglia matta di tirar fuori tutto.
Tra il 32esimo e il 36esimo, mi sale una specie di strana rabbia, un energia animale. Voglio prendere quelli che ho davanti, spremermi, sentire puzza di fatica e non ho paura di niente. Sento che potrei andare avanti all’infinito, anche se so bene che non è vero.
Infilo deciso il terzo e ultimo bracciale e al km37 – con un km di anticipo – incomincio ad accelerare: non resisto più perché sento che questo è il momento ed è ora di andare.
Accelero bene tirando via 30 secondi al chilometro negli ultimi 5km di gara ed entro nel paesino dove ci sono le ali di folla. Accelero ancora, siamo al 40esimo: spengo la cabeza e la ringrazio “grazie, hai fatto un bel lavoro, oggi”. Accendo il corazon perché questi sono i suoi chilometri. E lui mi porta inevitabilmente li, alla Mia Squadra. Che si è fidata di me e che insieme a me ha costruito la casetta mattoncino dopo mattoncino, senza chiedermi quanti ne avessimo già messi e quanti ancora ne mancassero, anche quando sembrava che stessi costruendo la casetta tutta storta, con mattoni di seconda scelta e in un posto discutibile.
Imbocco la passerella finale in sprint, sono pronto a toccare il cielo dopo averlo scalato.
Alzo le braccia e lo tocco – bisognerebbe provarlo, è troppo bello.
Lo speaker mi da’ un grande hi-five e poi mi dice che sono di ferro.
Dovresti vedere la Mia Squadra allora, caro speaker.

Mario  V

Prefazione

Che strana sensazione ripassarci davanti. Una sferzata di malinconia e ricordi, violenta come il primo freddo – quello che ti schiaffeggia le ossa – e rapida come il motorino che sfreccia accanto ai quei quaranta metri di cemento e opache vetrate. Un anno e qualche mese, dieci ore o più ogni giorno, non abbastanza forse da chiamare un luogo casa, ma sufficienti a fartene sentire la mancanza, quando sai di certo che non ci tornerai mai più. La mia Parigi, la mia Casablanca, la mia Pleasantville, la mia Tannhauser, un palazzo con tante cianfrusaglie e qualche frammento d’inestimabile valore; un luogo in cui ho vissuto una commedia molto più umana che divina, arrivando a imparare che il tempo non si misura solo in ore e secondi e che le cose preziose non sono fatte, sempre e solo, d’oro e d’argento, ma spesso anche d’acciaio, e ogni tanto anche di carne e sogni.
Ricordo la prima volta che ci sono entrato in quegli spazi squadrati tra cristalli e frivolezza. Io, fresco rovente di fonderia, mi mancava solo di sentire “teletrasportaci Spock” e non avrei avuto dubbi di essere salito a bordo di una vera e propria nave spaziale. Poi, potersi svegliare un’ora più tardi la mattina e pensare che forse un pezzettino di futuro veramente potesse essere, come per l’arcobaleno, alla fine di un semplice viale fatto d’alberi e traffico – uno di quelli che la città è piena, eppure l’ho girato avanti indietro così tante volte che ormai posso quasi sentirlo scorrere ruvido persino sulla pelle. Infine, avere la certezza che la felicità mi sorrideva se, trafficando con la catena alla moto, giravo la testa dalla parte giusta, per prendere una boccata di un colore un po’ più acceso di quello del grano, ma ugualmente indimenticabile. Forse sì, c’è anche qualche demone rimasto imprigionato tra mura che adesso non fanno a tempo ad accorgersi del mio passaggio, ma non ho rimpianti e comunque so che anche il diavolo più tremendo, un tempo, è stato un angelo meraviglioso.
Il cambio di sede è un piccolo ritorno alle origini, alle macchine che sfrecciano veloci tra marciapiedi inesistenti, all’odore stantio della mensa e alle facce in giro di chi teme decisamente più la fine di un mese del suo inizio. Una pila di traverse di distanza, tenute insieme da due lunghissimi chilometri di asfalto cinereo; mi viene da sghignazzare da solo come un matto: certo che ne ho fatta di strada!
Eppure questo piccolo grande viaggio un giorno ho sentito il bisogno di raccontarlo, anzi meglio di riviverlo, perché questo sono bravo a fare, non a scrivere le cose, ma a riviverle, come un girovago narratore che non s’illude di saper scoprire o tracciare nuovi sentieri, ma si accontenta anche solo di ripercorrerli. Da lì è nato questo racconto, più che una storia, una visita guidata nella mia mente. Forse senza avere molta fantasia e soprattutto tanta voglia di usarla è meglio non andare oltre questo capoverso, ci si risparmierà solamente un gran mal di testa e soprattutto troppe domande senza risposta. Non aspettatevi, infatti, una narrazione lineare, un racconto vero e proprio, con un inizio e una fine, una trama e una morale; quello che prenderà forma invece è una ragnatela di riflessioni, lampi di luce nell’oscurità. A volte saranno tracciate linee, altre volte cerchi, altre ancora saranno figure senza forma, punti senza dimensione che, solo se pazientemente uniti col filo invisibile dell’immaginazione, acquisteranno un senso. Pensieri talmente duri che ho dovuto faticare per riuscire a inciderli su discorsi e frasi; pensieri talmente fragili che ho spesso temuto sarebbero potuti andare in pezzi se avvolti semplicemente nelle parole sbagliate. Già, perché le parole non sempre sono leggere, anzi, ogni tanto sanno essere davvero pesanti, taglienti, aggravate da ciò che abbiamo vissuto ed affilate da ciò che temiamo o sappiamo non vivremo mai. Se però dovessi tornare indietro, non cambierei una virgola, riscriverei ogni sillaba, così come si è condensata, perché in quel momento gocciolava dalla mia mente come una lacrima di felicità o tristezza; e, una dopo l’altra, queste lacrime sono cadute fino a formare una pozza dove, oggi come allora, posso riguardarmi dentro e rivivere antiche sensazioni con immutata intensità. Ci sono ricordi che non sopravvivono il tempo di un respiro, mentre altre emozioni sono destinate per l’eternità a sfidare gli abissi reconditi della memoria. Per questo il mio presente a volte non sarà presente ma passato, o futuro, oppure niente di tutto questo, qualcosa di eterno, di extra temporale, un’immagine per cui il concetto stesso di tempo non può essere applicato. D’altronde l’anima umana è così, un oceano di sensazioni, non si può capire da che parte scorre, dov’è stata o dove andrà, ma, se uno la vuole attraversare, ci si può solo immergere dentro.

Mattoni e Mattonelle

Per molte persone, anche discretamente erudite, la distinzione tra mattone e mattonella non esiste; forse qualche inguaribile ingegnere potrebbe storcere il naso e voler sottolineare una sottile differenza tecnico – fisica, ma i più giudicherebbero l’uscita solo una pedante sottigliezza. Se però il fato magnanimo ti ha toccato con la sublime pratica del gioco tecnicamente più avanzato del globo, nella tua testa tra Mattone e Mattonella esiste la stessa differenza che c’è tra il diavolo e l’acqua santa, tra l’inferno e il paradiso, tra la vita e la morte. Il Mattone è uno spicchiato di cuoio scagliato con la grazia di un cinghiale in calore verso un incolpevole anello arancione. E’ una preghiera blasfema, un errore della natura, una speranza che si infrange drammaticamente. Per alcuni è solo un raro incidente, per altri una discreta abitudine, per qualcuno una penosa condanna. Nessuno però ne è completamente immune; anche i tiratori, superba casta di frontiera, si macchiano almeno una volta nella vita di quest’onta, necessaria però per ammettere un novizio tra i seguaci di Ze game, come una sorta di battesimo al contrario che al posto di epurare un essere umano lo macchia, sottolineando però la sua stessa umanità. Non hai mai giocato veramente se, almeno una volta, non hai scagliato un vero e proprio Mattone. Tutt’altra merce invece è la Mattonella. La Mattonella è il punto cartesiano dove il paniere non si inchina alle leggi della probabilità, ma a quelle della certezza assoluta. Quasi tutti i giocatori, degni di tale qualifica, ne hanno una; per alcuni è un inespugnabile fortino da cui non si azzardano ad uscire, per altri è semplicemente una dimora familiare in cui Lari infallibili guidano sempre la biglia dove di competenza. C’è stato addirittura chi ci ha tatuato sopra il proprio nome, per segnalare che, in sua assenza, il posto è occupato, e se ti capita di tirare da lì è meglio che non ti ci abitui. Posizione di guardia sull’arco dei 6 e 25, lì è casa Vernazza, dove Mario Bros si riposa e gioca a cestinare triple, quando non è impegnato a lavorare di Monopoli. Post basso sinistro, il monolocale del Ludo, dove improvvisa la solita regata che sempre termina con lay-up filippino ad angolo che sfugge alle leggi della geometria euclidea e non. Centro area destrorso li “Papa” Filippone abusa della deficitarie infrazioni cronometriche, tipiche dei pomeriggi d’asfalto. E ce ne sarebbero ancora infinite, ma manca il tempo di elencarle tutte. Però ciascuna è la Mattonella di qualcuno, e non sei tu che la scegli, è lei che sceglie te! Perché? Questa è ma madre di tutte le domande direbbe l’indimenticabile Doc Brown; l’Immortale Ramirez trasognerebbe con: “Perché il sole sorge e tramonta? E le stelle sono solo teste di spillo nel mantello della notte? Chi può dirlo!” E il vecchio maestro Yoda concluderebbe: “Non c’è perché:niente più ti insegnerò io oggi. Pulisci tua mente da domande.”