Archivio mensile:settembre 2014

Sempionati

Quintetto da All Star Game stamattina a fare buchi per terra in Foro Bonaparte.

Sotto canestro Filo Mazzotta, detto Scoubidou, per il tenore muscolare.

Ala piccola Ale Cisco, detto Patek, per la puntualità.

Guardia tiratrice SuperMario Vernazza, detto Beyoncé, per le gambe lisce e abbronzate.

Playmaker Andrea Frada, detto Gengis Khan, perché dice che ha a che fare solo con dei Mongoli.

In panchina, o meglio sotto, allegra ragazza in bici con caschetto e ginocchiere d’ordinanza che ci da dei coglioni perché correvamo sulla ciclabile, ovviamente più veloce di lei, detta Folletto, perché aspira una pallina da ping pong in un tubo di venti metri.

Tifo e Organizzazione RiBelli dello Sport

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Lo Sport tra le Righe

In una grande città del nord, in una strada sbilenca, simile a tante altre, dove frastuoni di vita non cessano mai di scandire il ritmo frenetico dei riservati passanti, c’è un luogo in cui lo Sport non è più sudore, concentrazione e volontà, ma diventa carta, parole ed immagini. Le emozioni però, quelle non mutano, perché non conta se è il nostro corpo a sopportarne il fardello, o se sono i nostri occhi a ripercorrerne la cadenza, in entrambi i casi è la nostra mente che ne percepisce l’essenza. In questa posto lo Sport non viene praticato, ma viene conservato, come un bene assoluto, un concetto puro, fatto di tutti gli ideali, regole e storie a cui l’uomo ha dato vita dopo essersi reso conto che la sua esistenza richiedeva “uno sforzo molto maggiore del semplice fatto di respirare”. Il proprietario e custode di questa Libreria è un amico; si chiama Paolo Frascolla, anche se a lui basta Paolo: fisico solido, piantato, sguardo serio, concentrato ma che nasconde grande tenerezza. Nei lineamenti ricorda un po’ Kevin Spacey ma con tutta un’altra presenza scenica. Se vuoi vincere, devi cercare di averlo in squadra, se vuoi faticare devi provare a marcarlo, se vuoi imparare, devi osservarlo giocare. Ze Game può sembrare un fatto d’istinto, d’incoscienza, e spesso lo è, tuttavia è anche uno sforzo troppo tecnico, troppo complicato, per prescindere da una componente razionale, da una capacità di studiare e interpretare ogni istante, ogni azione, ogni movimento, come le variabili di una inimmaginabile equazione. Questa disposizione viene spesso definita “intelligenza cestistica”; non so se sia proprio intelligenza, oppure semplicemente esperienza unita a una sorta di saggezza innata, fatto sta che la possiedono molti di meno di coloro che sono in grado di cacciare un paniere da dove conta di più o di inchiodare una biglia sulla testa di qualche spaventapasseri; il buon Frascolla sicuramente si schiera nella congrega dei proprietari di suddetto bene e te ne accorgi quando, nel caos più totale, fa tranquillamente segnare il primo discinetico che si trova malauguratamente nei pressi del canestro. E’ uno che non mi ha mai fatto visita assiduamente, non emula il compagno Stakanov presentandosi ad orari caraibici sull’asfalto, per poi essere l’ultimo ad abbandonare la rena, però le sue incursioni silenziose sono certe, regolari, nella loro imprevedibilità, come quei temporali primaverili che sai che arriveranno quando è un po’ che non si presentano. Quando non lo vedo, comunque non mi preoccupo, perché so che non sta tentando di scalare qualche pericoloso palazzo di cristallo, so che non è seduto davanti a qualche bivio immaginario chiedendosi quale strada la sua vita debba seguire, no, lui è un uomo che, con tutti i dubbi e la paure di ogni essere vivente, gioca serenamente la sua partita col destino ed è troppo avanti perché possa capitargli di perdere. Professionalmente avrebbe potuto fare tutto con lo Sport, praticarlo, insegnarlo, forse addirittura inventarlo, ma la sua umiltà lo ha portato a fare la scelta più semplice e più coraggiosa, ha scelto di raccontarlo, anzi di fare in modo che ognuno potesse raccontarne una piccola parte, dando linfa immortale a gioie, dolori, lacrime e sudore, risate e saggezza di chi la Grandezza è riuscito a toccarla oppure l’ha semplicemente soltanto sognata. Dall’altra parte della cattedra ci siamo noi, noi che ascoltiamo, noi che impariamo, noi che ci meravigliamo, noi che diciamo “grazie”.

Sempionatori

Questa mattina gruppo commovente intorno al fossato del Castello Sforzesco, così chiamato perché appartenuto a un’antica famiglia di stitici, gli Sforza.

Al piffero SuperMario Vernazza, detto Aleandro Baldi per l‘abbinamento dello spezzato.

Al trombone Davidone Colombo, detto Genny, per la Carogna che lo seguiva.

Al contrabbasso Ale Cisco detto Sushi, perché fresco come un pesce.

Alle tastiere Filo Mazzotta, detto AMSA per i colori della casacca.

Alle percussioni Ale Talenti, detto invece ANSA per lo stesso motivo precedente, solo che al mattino non ci vede molto bene e legge male le scritte.

Al piano Andrea Frada, detto Holly perché continuava a guardarsi in giro alla ricerca di Benjy.

Parole e Musica Ribelli dello Sport.

BV Sport Booster

bv-sport-booster-eliteFacciamo conoscenza…

I gambali a compressione Booster della BV Sport – http://www.bvsport.com/it/4-booster/ – sono il punto di riferimento per la tecnologia studiata a comprimere e salvaguardare i muscoli martoriati dei nostri beneamati polpacci durante tutte le attività motorie che li sollecitano, inclusi gli esercizi che implicano la costante posizione eretta, tipo sfide a flipper o tornei di biliardino.
A un prezzo che va dai 39 ai 55 iuri, sono disponibili, con taglie bidimensionali – vale a dire lunghezza e larghezza – che vanno dalla S all’XXL a seconda che abbiate una gamba, uno stuzzicadenti o un vaso da fiori attaccato alle caviglie, in tre modelli differenti: l’Originale, l’SL e l’Élite.
L’Originale, come dice la parola stessa, è il modello classico, per il corridore che va spesso oltre la sgambata al parco la domenica mattina ed è acquistabile in diverse colorazioni, comprese quelle nei toni Night Vision per il corridore che ama i lunghi in tangenziale specialmente dopo il tramonto.
L’SL è la versione semplificata, che evidentemente non potevano chiamare Booster for Dummy, ed è studiato per il corridore umile della suddetta domenica mattina che pensa però di non potersi meritare il modello più evoluto. Personalmente, corridori umili in giro la domenica mattina, non ho visti sempre pochini, quindi credo resterà un articolo un po’ di nicchia.
L’Élite infine è l’evoluzione tecnologica del modello Originale applicata alla costruzione del gambale, anche se non aspettatevi che ci sia una frattura prestazionale stile x-box e Commodore 64. È semplicemente la versione per il corridore che nel dubbio compra sempre il modello che costa di più, mica che possa incappare nel rischio di lasciare in giro per sbaglio un centesimo di secondo sulla maratona.

Perché far girare l’economia…

  • Perché funzionano. Semplice, banale ma non così scontato, tuttavia tra un lungo senza e un lungo con, i vostri polpacci avranno o non avranno da ridire e quando ai polpacci viene voglia di chiacchierare, nel linguaggio comune li chiamano crampi.
  • Perché quando la stagione è ancora indecisa, permettono di perseverare con la braga corta ed evitare imbarazzanti tenute da scassinatore mascherato.
  • Perché, se fate triathlon, la gente non vi guarderà male se non avete ogni giorno le gambe più lisce di vostra moglie.
  • Perché anche se li usate sul set di un film porno, dopo una bella lavata tornano perfettamente abili e arruolati anche senza il bisogno di stirarli.

…e perché rinfoderare la carta di credito.

  • Perché traspirano, ma non svaniscono, quindi durante le giornate più calde aumentano la sensazione di bucolica gita a una fornace.
  • Perché non contribuiscono a farvi vincere il premio del corridore più elegante della truppa e lasciano un segno dell’abbronzatura stile totem Navajo.
  • Perché, come specificato dal produttore, sono un prodotto da utilizzare solo a cavalli sciolti e non per il recupero come altri validi articoli della stessa parrocchia.
  • Perché dopo che iniziate a usarli, la volta che ve li dimenticate a casa, fate tutta la gara tesi per paura che vi vengano i crampi e a quel punto i crampi vi vengono di sicuro.

Ai posteri l’ardua sentenza

Facendo un bilancio, in una scala da 1 a 10, dove 1 è il gambaletto color carne per le vene varicose di vostra nonna e 10 è il copri polpaccio dell’armatura di Pegasus dei Cavalieri dello Zodiaco, penso che questo prodotto raggiunga serenamente il 7. Tuttavia, se evitate salite e discese come i sondaggi telefonici e il lungo a piedi vi pesa più di un pranzo eterno con i suoceri, usate le vostre risorse economiche per un calzino di livello che vi sarà molto più utile. Se invece, nonostante la natura vi abbia fatto più orso che gazzella, ambite a poter rimbalzare per ore sulle vostre fanghe ammortizzate alla ricerca di qualcosa di più di una banale gratificazione da curva dello stadio, vi suggerisco di prendere bene le misure e procedere all’acquisto. Come sempre, però ricordate: non è mai la freccia, è sempre l’indiano. Buona Fortuna.

Perdere Il Senso Dell’Orientamento

La sala conferenze cinguetta come un bosco in una soleggiata mattina di primavera. Tutti coloro che sono stati assunti negli ultimi mesi sono stai riuniti qui, dietro questi vetri opachi, per conoscersi e soprattutto per conoscere ciò che si fa, ciò che è stato fatto e ciò che si vuole fare. Saluto Stacy e TJ, anche lui è qui che si “orienta” fin dalla mattina. Gli altri invece sono più che altro facce intraviste, alcune un po’ intimorite, altre curiose – chissà se hanno già distribuito le bussole? C’è qualche ragazzo, ma soprattutto ragazze, giovani, per la maggior parte carine; scorro i loro volti velocemente ma con attenzione, per provare a intuirli. Chi sono veramente? Che cosa pensano? Cosa vogliono? Su uno mi fermo. C’è qualcosa nel modo in cui non mi guarda che mi cattura l’anima. Capelli ramati raccolti, carnagione abbronzata, indossa un vestito chiaro con dei disegni, forse dei fiori, occhi grandi, marroni credo, faccio fatica a distinguerli perché li strizza quando sorride.
Stacy richiama la mia attenzione; poiché sono arrivato in ritardo, mi domanda di presentarmi e di spiegare brevemente la mia attività. Sulla prima richiesta so abbastanza cosa rispondere, mi vengono in mente quei circoli di alcolisti anonimi, faccio il verso alla situazione, solo che io non bevo eccessivamente, così asserisco di fare abitualmente tutto il resto. Cerco di risultare simpatico, senza sembrare un buffone, di essere sicuro, senza sembrare arrogante. Parlo di me, qualche dato, le mie passioni, lo sport che mi riempie la vita, dove ho studiato, alcuni aneddoti. Parlare in pubblico non è mai stato un problema, anzi me la cavo decisamente, la voce è squillante nonostante l’erre moscia e guardo gli altri negli occhi per scrutargli i pensieri.
Quando devo dire qual è il mio lavoro, invece, cerco di darmi un tono come quelle segretarie che si fanno chiamare assistenti. Racconto un po’ di boiate da discussione di tesi, termini tecnici che so la maggior parte sicuramente non capiranno; del resto alcuni restano un mistero assoluto anche per me. Butto lì qualche frase da libro di testo, replico a una domanda con una riposta che non c’entra niente, come nella barzelletta: “Questo nuovo apparecchio per l’udito funziona proprio bene!” Domanda: ”Di che marca è?” Risposta: “Le dodici e un quarto!”
Il problema è che ci vuole un ingegnere per capire profondamente un ingegnere, oppure un pazzo scatenato, che non è la stessa cosa, anche se alcuni non ci vogliono credere; forse invece è l’esatto opposto, solamente succede che razionalità convinta e la mancanza totale di essa arrivino a toccarsi in quel cerchio perfetto che è l’esistenza.

Allora, ci sono due matti in manicomio… e una notte, una notte decidono che la vita là dentro non gli piace più. E così decidono di evadere! Allora vanno sul tetto e lì, nello spazio vuoto tra i palazzi, vedono i tetti della città che si estendono al chiaro di luna… che si estendono verso la libertà. Allora, il primo matto, beh, fa un salto e atterra sull’altro tetto senza problema. Ma il suo amico, lui non ha il coraggio di saltare. Sai… sai, ha paura di cadere. Allora il primo ha un’idea… e gli fa: “Ehi! Ho una pila! Ora la accendo e la punto qua in mezzo. Così tu puoi venire da me camminando sul raggio di luce!” Ma il secondo scuote la testa. E gli fa… gli fa: “Ma che ti credi? Che sono pazzo? Poi tu la spegni quando sono a metà strada!”

(Batman: The Killing Joke – A. Moore, B. Bolland)

Molti ci criticano, alcuni ci compatiscono, e tanti altri ci odiano, perché fanno fatica a capirci, perché hanno paura di noi, perché da sempre quello che non si comprende, prima si teme e poi si critica, e si odia finché alla fine non se ne prova addirittura pena. Siamo scrutati con gli occhi con cui i filosofi guardavano gli artigiani, con lo sguardo con cui i nobili guardavano i mercanti, con l’espressione con cui chi ha ottenuto la fama osserva chi non ce l’avrà mai. La verità però è che noi siamo i soldati della realtà, i guerrieri dell’immanente, difensori di tutto ciò che è tangibile. Dietro ciò che facciamo, diciamo, pensiamo c’è sempre una ragione che, come l’arbusto più gracile, cerca di piantare le sue radici bene in profondità, per trovare linfa con cui perdurare. Per questo finiamo per essere rigidi e poco avvezzi al cambiamento, ma per lo stesso motivo siamo anche dei pessimi mentitori e degli ottimi ascoltatori. Spesso abbiamo l’aria sfigata, colorito poco sano, occhiali appesantiti da diottrie di chi ha letto più formule che parole, di chi ha visto poche albe e troppi tramonti; tuttavia il nostro corpo non è mai un fine, ma sempre un mezzo per raggiungere i nostri scopi, qualunque essi siano, anche i più incomprensibili, e i nostri vestiti tendono a dire quel che non siamo più di ciò che finiamo per apparire. Preferiamo ottenere rispetto, piuttosto che simpatia, perché la simpatia è solo vento, che prima o poi cambia direzione o si placa, mentre il rispetto è come l’acqua, che mai modifica la sua direzione e anche quando svanisce, lascia comunque il segno indelebile del suo passaggio. Difficilmente sogniamo, e quando ci capita, ci svegliamo come bambini frastornati nella notte. No, noi immaginiamo, prendiamo un’immagine e dentro di noi la facciamo reale, tanto che possiamo vederla, accarezzarla, annusarla, proiettarla in avanti, un secondo, un giorno, un anno per vedere se diventa un capolavoro o rimane solamente uno schizzo distratto. Poco importa se sia o no possibile, in quel momento il futuro è per noi presente, quindi non possibile, ma certo, un momento già sopravvissuto alle invidie della sorte. Lasciamo comprendere cosa sia la felicità agli altri, ma ci accontentiamo di percepire cosa sia essere felici e cosa sia rendere felici. Lasciamo assaporare cosa sia l’amore ai poeti e ci accontentiamo di amare una donna, una soltanto, la sua bocca, il suo viso, i suoi occhi, i nostri, mentre la venerano. Possiamo vivere senza sesso, ma non sopravviviamo senza calore, instancabile frizione, senza sentire due cuori che rimbombano all’unisono, senza sospiri, sudore, sapore dolce e salato, mani strette e sangue che straripa dalle vene. Non è corretto dire che siamo complicati, siamo semplicemente dettagliati e se per descrivere una persona normale è possibile farne un ritratto, per un ingegnere serve purtroppo comporne un puzzle.
Mentre cerco un po’ ovunque i pezzi che potrebbero realizzare il mio, sono fortunatamente salvato da Stacy e dalla riunione che rincomincia. Il pomeriggio vola, ho la testa da un’altra parte, ma non so dove, la vita mi sembra bella e non so perché, mi sento stranamente libero e forte, e non so come mai. Ci raccontano una sequenza impressionante di puttanate. Sembra di stare su qualche viale periferico dopo il tramonto. Manca solo la pace nel mondo, il resto dei traguardi sono stati, o saranno, a breve raggiunti. Sull’espressione “lusso contemporaneo” a stento trattengo una sghignazzata. Allora vale tutto! Perché non “lusso simultaneo” o “lusso sincronico”? E poi qualcuno è in grado di vivere nel lusso passato o nel lusso futuro? Io nel dubbio direi “lusso perenne”! Comunque da quando sono arrivato, mi stupisco sempre meno; c’è gente che ci mangia alla grande sugli slogan, o quelli che i pubblicitari chiamano “claims”. Sarebbe divertente se poi fossero costretti anche a ingoiarli, letteralmente dico, allora sì che starebbero attenti a controllare che non siano fatti solo di fumo, o peggio.

Esco che la sera è poco più di un presagio all’orizzonte. La moto è pazientemente lì, dove l’avevo lasciata. Pochi minuti di strada, e di gente che scalcia gli acceleratori per arrivare a casa il più velocemente possibile, e mi trovo a infilare, come alla fine di ogni giornata, la rampa del mio garage. In realtà al catasto non risulta un box, ma solo una legnaia e, che ci si creda o no, la cosa è perfettamente corretta, per due motivi. Il primo è che la discesa è così ripida e l’ingresso così stretto che per portare giù una macchina bisognerebbe eseguire una manovra con le competenze di un pilota di rally e di un costruttore di puntine per giradischi; le manovre da mille miliardi che ogni tanto il governo s’inventa per ripianare il debito pubblico sono niente a confronto. Tutto questo con la possibilità che un errato posizionamento del veicolo potrebbe significare non riuscire mai più a riportarlo in superficie, a meno di non smontarlo e riesumarlo pezzo dopo pezzo. Il secondo motivo è che la passione di mio padre per la scultura e per il legno in generale ha reso il sopracitato rifugio più fornito del magazzino di una moderna segheria. Diciamo che se arriva il diluvio universale e c’è da costruire un’arca, io sono attrezzato per fabbricarne una flotta.
Ricoverato il mezzo a due ruote, entro nel mio appartamento col preciso proposito di uscirne subito dopo. La statua del maggiordomo di colore all’ingresso mi guarda con la solita espressione accogliente ma poco intelligente. Gli getto sulla spalla sciarpa e giacca e passo oltre. Lui le lascia cadere. Se va avanti così, finisce che lo licenzio. Il mio gallo è spaparanzato con la solita faccia meravigliosamente ignorante sopra il divano. Mi guarda e sembra volermi dire: “Dolce l’uva eh!” Mi chiedo come facciano i peluche a sapere sempre tutto. Forse è per questa ragione che piacciono soprattutto ai bambini piccoli, quelli che passano le giornate a fare domande. Gli adulti non danno la stessa fiducia di avere altrettante risposte!
Levo tutto quello che ho addosso e apro l’armadio della roba sportiva. Vengo investito dal casino. Devo mettere un po’ a posto o finirò per non trovare più niente. C’è una pila stropicciata di magliette che pende da una parte con supplichevole pericolosità. Non la guardo neppure per paura che cada. Affondo le mani invece nella palla variopinta che secondo i miei calcioli dovrebbe contenere calzoncini e maglie da corsa. Ne estraggo due articoli adatti ma che fanno a pugni tra loro come mocassini e calzettoni di spugna. Meglio così. Bisogna sempre diffidare di quelli troppo precisi che praticano sport. Come al Campetto, quando devi fare le squadre, mai prendere quelli che indossano divise di franchigie famose o completini troppo belli, sono garanzia di “sucata” immediata. Ci vogliono discromia massima o, al più, colori semplici e poco accesi. Non è vero che l’abito non fa il monaco, l’abito fa il monaco e anche lo scarso.
Vado a caccia di calze pulite e le trovo appese allo stendibiancheria. Probabilmente sono lì in equilibrio precario da giorni e me le ero dimenticate. Certo che potrebbero inventare dei calzini che una volta asciutti vadano a ricoverarsi direttamente nel cassetto; camminare lo dovrebbero saper fare. Con la rapidità di un attore teatrale al cambio di scena, m’infilo gli oggetti prescelti. Le “cuscinate” sono sulla mensola, dove le avevo lasciate. Tutte le volte che le afferro, ho la sensazione che mi punzecchino ripetendo: “Era Ora!” Abbiate pazienza, le tranquillizzo io con una carezza, non sono un corridore, sono solo uno che corre.
Attraverso la strada con la speranza di lasciarmi la giornata alle spalle, insieme a tutti i discorsi, a tutti i pensieri, a tutto il resto del mondo, in un certo senso. La musica in silenzioso sottofondo nelle orecchie mi dà l’impressione di respirare sensazioni; non ho limiti. Calcato lo sterrato del parco, mi prende l’euforica paura di poter correre per sempre. Ho una voglia matta di abbandonarmi, di perdere l’orientamento, magari proprio quello ricercato tutto il pomeriggio, per smarrirmi e poi giocare a ritrovarmi. E per un po’ sono anche sicuro di riuscirci, come un novello Fitzcarraldo con la passione del rock, un esploratore alla ricerca dei tesori perduti nella propria mente. Vedo altri che corrono come me, anche se da come sono vestiti, da come sbuffano dietro quelle felpe e giacche a vento assurdamente indossate per rendere ancora più rovente l’aria intorno a loro, fanno solo una specie d’imitazione del menzionato gesto; quella roba lì credo invece si chiami jogging ed è l’attività fisica preferita dei pentiti dei piaceri umani, quelli che non riescono più a distinguere la comodità dalla felicità. Sono sul punto di fermarne uno per dirgli: “Ho due notizie da darti, primo, sudare di più non fa dimagrire, secondo, per la prova costume, è comunque troppo tardi! L’estate non è vicina, è arrivata, ma se perseveri tra qualche mese smetteranno di chiederti quando è prevista la morfologica.” La strada tuttavia è meno crudele, la strada è più saggia; non conosce sarcasmo o adulazione, ma si limita a riportare le mie gambe doloranti dove ogni cammino quasi sempre finisce, al punto di partenza.
Di docce fredde ne faccio già abbastanza senza andarmele a cercare, così opto per una a temperatura ambiente e resto ad ascoltare il rumore dell’acqua che mi scivola addosso. Ho l’impressione che ogni goccia scelga un percorso differente, sfruttando un muscolo, fidandosi di una vena, rimbalzando su una cicatrice. Sono solo, ma non mi sento tale, ho tutto quello che mi serve, compresa una pizza da scaldare, un divano da sformare e un telecomando per rincoglionirmi il giusto prima di andare a letto; dopo tanto tempo sono in pace con i miei desideri.
A volte ho il presentimento che dentro di me convivano due personalità ben distinte. C’è una persona estremamente razionale, ma allo stesso tempo chiusa ed introversa. Un essere morbido, preoccupato che ogni singolo passo sia fatto nella direzione giusta e spaventato dal non riuscire a riconoscerla, la direzione giusta; un uomo semplice, capace di ammirare inerme la donna che ama e di pensare che sia troppo bella per uno come lui, o forse non semplicemente troppo bella, forse semplicemente troppo e basta. Vicino, quasi con cattiveria, lo osserva un altro soggetto, una figura passionale, sfuggente ma allo stesso tempo esilarante. Un personaggio spigoloso, infastidito dai sistemi che non si è scelto e sicuro di poter bastare a se stesso. Un uomo complesso, in grado di sopportare qualsiasi conseguenza si frapponga al raggiungimento degli obiettivi che si è prefissato e convinto che limiti e confini riguardino solo gli altri o siano stati tracciati unicamente per essere superati. Il primo si ferma ad ammirare le stelle con speranza e gratitudine, il secondo le guarda quasi con disprezzo perché gli sembrano solo il premio di consolazione per chi punta a conquistare la luna e fallisce nell’impresa. Ci sono giorni e luoghi in cui guardo questi due uomini fare a pugni; ci sono giorni e luoghi in cui invece osservo e mi sembra che ce ne sia solo uno. Ma poi ci sono giorni e luoghi in cui controllo e non li vedo proprio, ci sono solo io, e allora penso che quelli sono i giorni e i luoghi che preferisco.

Seconda stella a destra e poi dritto fino al mattino

Che belle le favole! Mi piace ascoltare chi le racconta, mi piace osservare chi le ascolta. Oggi non capita praticamente più. Il mondo appartiene a bambini troppo adulti per avere la pazienza di ascoltare e ad adulti troppo bambini per avere il tempo di raccontare. Al sottoscritto invece la pazienza non è mai mancata; che altro poteri fare? Sono cementato qui! Non che non mi piacerebbe prendere e andare a vedere com’è il mondo, ma ormai mi sono rassegnato, in fondo è da quando sono nato che il mondo prende e viene a vedere come sono io. So che succedeva la stessa cosa a un tizio che suonava il piano su una nave, lui l’hanno fatto saltare in aria…..speriamo di non fare la stessa fine. “Mi piaccion le fiabe!” Sussurrava il bambino al vecchio di una nota canzone. Sono così vere, reali! Sorridenti “cavalieri”, “belle addormentate”, “bambini di legno” ed “animali parlanti”, li incrociamo in ogni attimo, sbucano fuori da ogni angolo; ogni giorno c’è qualcuno che passa ad offrire una mela avvelenata e ogni istante c’è chi non sa resistere alla tentazione. Nella mia preferita ci sono eterni adolescenti, indiani, pirati e sirene, e poi battaglie, fate e magia, tutto racchiuso in un isola che non esiste. Mi ricorda un po’ la via vita, e i miei amici, quelle persone che vengono a farmi visita perché con me il loro spirito non invecchia di un giorno, resta tale e quale all’istante in cui per la prima volta hanno varcato i miei cancelli, quasi ibernato al sole dell’estate; e dall’altra parte, invece, ci sono gli altri, quelli che non capiscono, bucanieri del nostro tempo in acchitate divise da ufficiali o da genitori; sono gli adulti senza memoria, predoni dei sogni altrui, troppo impegnati a soppesare chi alza un dito senza permesso, per rendersi conto che magari, in realtà, sta semplicemente indicando la luna. Ho pena per loro, per le loro illusioni, per il timore che provano verso l’inesorabile scorrere del tempo; tic tac, bang bong, scandito che sia dal ticchettio di un orologio o dai rimbalzi di un pallone, per costoro il futuro rimarrà sempre un affamato coccodrillo. In mezzo a questa combriccola non poteva mancare lui, Peter Pan, il ragazzo nato già uomo e l’uomo a cui la vita ha concesso di restare sempre ragazzo. L’unico che c’è sempre stato e sempre ci sarà, il mio angelo custode, il guardiano silente della vita che prende forma su queste mattonelle. La sua zona di competenza si colloca in posizione centrale oltre l’arco che conta di più; da lì sentenzia panieri, in particolare nei finali di partita, quando la biglia stessa trasuda fatica e la gravità si intensifica, diventando fattore discriminante tra chi potrà continuare a giocare e chi dovrà andare a testare la comodità delle panchine. Fabio è il suo nome, l’unico Lauri dell’elenco, come è solito ricordare a coloro che lo interrogano. Si presenta in bicicletta, sempre, trascinando la spensieratezza di chi parte per una gita. Ha capelli neri, anonimi, ma precisi nella loro cadenza; una carnagione chiara, pallida, avversa al sole dell’estate come all’invadenza di un venditore porta a porta; occhi scuri, attenti e d’invidiabile serenità, lo sguardo di uno che ha visto molto ma che sogna di vedere ancora di più; tutto questo è posto ad ornamento di un corpo secco, asciutto, apparentemente ridotto all’essenziale per sopravvivere. Quello che si dice un “fisico da impiegato”, anche se raramente si è visto un altro pallido mingherlino tirare biglie da sette metri come fossero supertele o divertirsi a fare buchi per terra irridendo impomatati pallettari che arrogano al locale circolo del tennis. Brutto colpo per coloro che si sono sbattuti secoli a dimostrare la relazione della massa di un corpo con la sua capacità di generare energia. “Grazie”, dice lui. Volano schiaffi spintoni rutti e bestemmie tutta la partita. E alla fine “Grazie”.
Fabio è semplicemente un Signore. Di quelli in carne e ossa, però. Non come quello con cui si “relaziona” il Ludo. Cinquanta chili di pura signorilità. Privo di bombetta, frac e tutto il resto; solo il gilet. Perché un signore, anche sotto un sole africano, un pezzo di carattere del suo abbigliamento lo porta sempre addosso. Nell’arena di Ze Game ha una presenza chirurgicamente essenziale: passaggio al compagno più vicino, o comunque al più competente, tiro smarcato e immancabile mannaia bimane pronta a calare sugli ingenui che credono ancora alla favola del lay-up contro difesa schierata. Non è un atleta dominate, si limita ad essere vincente, e questo non tanto grazie a forza o talento, ma piuttosto come conseguenza dell’armonia che riesce a infondere in una squadra. Giocatori come lui sono merce rara, una specie in via d’estinzione, un bene universale che trascende i confini di un campo sportivo per proiettare la sua influenza anche sulla realtà immanente. Sono leader invisibili, sentinelle silenziose del confine che separa i vincenti dai semplici lottatori, gli artisti dai semplici sognatori. Senza Fabio, niente più magia, niente più eroi e pirati, niente più isole nascoste sulla strada che conduce al mattino, solo corpi sudati sopra un ammasso di acciaio e cemento inerpicato su una delle tante strade che i monti concedono al mare. Senza Fabio, senza il suo gilet, senza la sua bicicletta, coloro di cui vi sto raccontato sarebbero solo ombre e polvere. Per una volta, “grazie” lo dico io.

Milano Fashion Who?

PecoreMilano Fashion Week, in altre parole una settimana di eventi, sfilate, feste che animano la città, riempiendola dal tramonto all’alba, e dall’alba al tramonto, di eventi prestigiosi e gente che si crede ancora più prestigiosa, pronta a tutto pur di far registrare la propria partecipazione alla vita che qualcuno una volta definì, non si sa bene perché, mondana.
Personalmente, trovo che non sia altro che l’equivalente in chiave fighetta e pettinata dell’infausto fuori salone che ogni anno svuota le comunità di recupero e libera un’armata di disadattati radical chic a scatto fisso per le vie del capoluogo meneghino alla ricerca del progetto d’asse del cesso più ardimentoso. Qui però non siamo alle prese col popolo dei sanitari in astratto, in questo caso il centro è sotto l’assedio impettito e patinato della generazione dell’aperitivo facile, dell’ora felice, dell’abito che fa il monaco e del monaco che, poiché si era stufato del suo mestiere, si è messo a fare gli abiti e da allora, dire che non è più stato molto monaco, è meno di un eufemismo.
Orde di donne che si svestono di ridicolo – e fin qui potremmo anche apprezzare se alcune, non particolarmente predisposte, non si coprissero solo con attillati nastri trasparenti a ricordare agghiaccianti bomboniere – ma, ingestibile è il plotone di uomini impinguinati dentro e fuori, omnisessuali – questo neologismo se non esisteva da oggi lo brevetto – pronti a prostituzioni tanto fisiche, quanto intellettuali, per imbottirsi di tartine e sgomitare fino all’ultimo free drink. La parola d’ordine è apparire, essere o non essere non è più l’eterno dilemma – figuriamoci poi cosa sai fare, quello non è neppure in scaletta – conta solo come gli altri ti vedono o al massimo cosa vedono – magari scritto sul tuo biglietto da vista a serramanico – lumandoti dalla punta delle scarpe, fino al ciuffo accuratamente schiavizzato a sembrare il più ribelle e il più ripido possibile. Già, perché questa gente non conosce salite e discese, non sa veramente cosa sia la pendenza; usa gel, botulino, push up e camicie attillate per ingannare la gravità. Niente di male in fondo, è dalla notte dei tempi che l’uomo si batte contro questa forza che lo rende così pesante. Artisti immensi, tuttavia, nei secoli passati hanno combattuto immaginando e costruendo aerei, ascensori, bicilette, quelli che oggi sono qui a celebrarsi tali invece, sono solo abili illusionisti che vivono di maschere e come maschere alla fine sono condannati a vivere. D’altronde, si sa, il tempo passa per tutti, ma accelera solo per chi ne ha disgraziatamente paura.
Noi osserviamo il tragicomico carrozzone, aspettando che transiti, con malinconia e pacata insofferenza, desiderosi che al più presto porti via con se il suo fumo dolciastro, per lasciarci in pace con la nostra solita nebbia, i suoi chiassosi flash, per lasciarci in silenzio con i nostri pallidi lampioni, placando il suo traffico vorticoso, per lasciarci in pace con la nostra solita schizofrenia, perché possiamo mal digerire i pigri incurabili, ma non accettiamo chi sistematicamente evita sole e pioggia, perché, qualche goccia d’acqua o la luce sbagliata, teme possa portargli via tutto ciò che ha, o meglio tutto ciò che è, cioè pura e solubile apparenza.