Archivio mensile:ottobre 2014

Sempionature

Questa mattina prestigio assoluto in quel del Sempione.

Al boma Ale Cisco, detto Carolina Kostner, per la tenuta in curva.

Al winch Davidone, detto Gino Strada, perché vestiti e medicine del suo bagaglio per New York lo rendono assimilabile a degli aiuti umanitari.

Rotta e strambate RiBelli dello Sport.

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Ma Dove Vanno I Sogni La Mattina

Dalle casse si sente un dj radiofonico che sta raccontando qualcosa, quando la sveglia si attiva, e un altro gli fa il verso. La sua voce, non so perché, mi ricorda un collega che avevo nel mio primo lavoro. Un tipo tosto, vicinissimo alla pensione, perennemente nervoso e dolorante per una fastidiosa zoppia, con sigaretta sempre in bocca, accesa all’aria aperta e spenta quando se ne stava seduto alla scrivania. Uno pronto a litigare con tutti e per qualsiasi cosa, ma a me, col tempo, si era affezionato, io credo perché fin dall’inizio l’ho sempre rispettato, credo perché fin dall’inizio avevo capito che in fondo era un buono.
Mi trascino in cucina alla ricerca di qualcosa di commestibile. La mia scorta di merendine è a prova d’inverno nucleare, ma ultimamente sono diventato particolarmente pigro e se non mi attivo per fare una spesa, alla fine mi troverò a nutrirmi, come si dice, a pane e acqua, però senza pane.
La Crostatina è un’invenzione assolutamente geniale. Ti dà immensa soddisfazione! Al secondo posto invece ci metto il Saccottino, rigorosamente al cioccolato. Convincente! Sul gradino più basso del podio si difende alla grande la Nastrina. Semplice e soffice!
Mentre ingurgito l’ultimo boccone di qualcosa che non ho neanche capito cosa sia, mi dirigo nuovamente in camera, attento a rimettere i piedi esattamente sulle orme dell’andata, temendo che il resto del pavimento nel frattempo possa essere scomparso. Alla radio è il momento delle ultime notizie, mentre io intanto cerco di non scambiare il dentifricio con la schiuma da barba e penso che gli aperitivi, soprattutto quelli che sforano ampiamente oltre i confini delle sera e senza mangiarci in mezzo qualcosa, non siano molto salutari. L’acqua che mi rimbalza sulla testa, pian piano riattiva la cognizione dello spazio e del tempo, e anche la serata, da poche ore archiviata, assume toni un poco più nitidi.
Simpatica! Bella, anche un cieco con gli occhi cuciti lo avrebbe notato, ma che sia anche simpatica è stata una piacevole sorpresa. Che è fidanzata poi, l’è scappato fuori solo verso la settantesima parola, anche ottantesima. Di solito me lo gettano addosso nelle prime dieci, come fosse un monito. “Non invadere il mio spazio! Questo è lì tuo, questo è il mio.” E’ una cosa che devono aver imparato guardando troppe volte il povero Patrick Swayze che insegnava il mambo a Jennifer Grey. Invece con lei è stato un argomento solo accennato, appena sospirato, o forse ero semplicemente io che avevo paura anche solo a sfiorarlo. Tra una goccia e l’altra il mio disco personale s’incanta. Bella, proprio bella! Poi riprende. Troppo bella per uno come me. Meglio non pensarci e poi io non faccio il rovina famiglie.
Il completo blu gessato è lì, dove l’avevo preparato la sera, in un ultimo attimo di lucidità prima di andare a letto, così come la camicia e le scarpe marroni spazzolate al volo; la cintura invece giace arrotolata poco distante, a portata di confronto per evitare odiose discromie. A differenza di quando sono in giro a sudare per qualche incomprensibile motivo, infatti, quando vado al lavoro, mi piace essere in ordine, preciso, e soprattutto mai casual. Nella mia vita ho già imparato che il rispetto che si riceve non dipende certo dal valore e dalla cura dei nostri vestiti, ma ho anche capito che l’arroganza e l’ignoranza si sentono meno sicure del loro potere davanti ad un completo, piuttosto che davanti a un maglione scollacciato. Di “casuale” nel mio modo di vestire quindi non c’è o ci sarà mai niente.
Scrutando serio l’enorme specchio che si eleva nell’ingresso, controllo che sia tutto in ordine. Mi passo una mano sul collo. Mi scappa un sospiro. Capelli ramati, occhi grandi che si strizzano quando sorride. Bella, troppo bella per uno come me.

A questa latitudine Luglio in moto è un percorso a ostacoli sopra le grate della metropolitana. Se non lesini emozioni e movimenti, ti trovi a dover gestire delle pezze spropositate prima di riuscire a chiudere gli occhi e ad aprirli nuovamente – ed io odio le pezze. Per questo emulando un moviolista, metto lo scooter sul cavalletto e mi chino a legare la catena. Ho la testa girata verso il muro del palazzo, quando sento un profumo che non posso non riconoscere; così, mandando in crisi la cabina di regia, mi volto di scatto dall’altra parte. Il sole mi abbaglia! No, non è il sole.
“Ciao”, dice lei con sincera allegria.
“Ciao”, dico io con fasulla tranquillità.

“Spazio, ultima frontiera. Questi sono i viaggi della nave stellare Enterprise. La sua missione è quella di esplorare strani nuovi mondi, alla ricerca di nuove forme di vita e di nuove civiltà, per arrivare dove nessuno è mai giunto prima.”
(Star Trek)

Lo sapevo che quest’ingresso non me la contava giusta, mi trovo a pensare mentre lo attraverso con lei per arrivare agli ascensori.
“Come hai fatto a trovarci ieri sera?” Dico fissando i numeri dei piani per cercare di rallentarli.
“Ho chiamato Nick.” Mi risponde subito.
Nicolas, detto Nick, è il classico ragazzo di provincia e anche lui da poco entrato a far parte della squadra degli acrobati della società. A parte l’accento leggermente dialettale, che lo rende di riflesso simpatico, è un tipo sempre allegro e con un’instancabile carica positiva. Io lo invidio. Lui vive in un bel mondo, perché vede un bel mondo; è convinto che il mondo sia bello e se scopre che tu non ne sei sicuro quanto lui, cerca subito di convincere anche te. L’ho conosciuto alla macchinetta del caffè, dove si è messo a raccontarmi una delle sue ultime peripezie sentimentali. Sul momento l’ho trovato inopportuno, ma pochi secondi dopo mi aveva già conquistato. Adesso si è iscritto a un corso di tango e ha una partner che dice essere veramente in miniatura, tanto che, di comune accordo, l’abbiamo soprannominata Memole. Mi fa piegare dalle risate quando mi racconta le lezioni. M’immagino la scena, lui di spalle che sembra balli da solo, lei dall’altra parte che si controlla il trucco nella fibbia della sua cintura. Sono settimane che cerca di persuadermi ad andare alla palestra interna all’azienda, dove va almeno un paio di volte la settimana e nei week end, giacché si è trasferito in città per il lavoro. Prima o poi potrebbe pure ricucire a convincermi, ma al momento amo troppo lo sport per andare a richiudermi in una sala pesi, dove il primo sfigato personal trainer mi attaccherebbe una pezza per correggere il mio modo di allenarmi – ed io odio le pezze.
Mentre l’ascensore sfreccia tra i piani, ripenso alla teoria della relatività e a quanto sia spietata. Avessi fatto quel tratto con qualche collega petulante, avrei certo creduto di avere il tempo per farmi una seconda istruzione. Invece prima di finire di deglutire, le porte si riaprono e lei scende voltandosi verso di me. Capelli ramati, occhi grandi che si strizzano quando mi sorride.

Non Sono Fashion

Mi accarezzo il dorso della mano, dove brucia ancora il livido lasciato da quel malefico pallino di plastica. Sfiga maledetta! Proprio nell’unico punto dove non avevo messo le protezioni. Sabato, tanto per non annoiarmi infatti, sono stato con degli amici e altra gente a giocare a simular battaglie tra le colline fuori città. Divisi in squadre lo scopo era quello di conquistare la bandiera e con essa la roccaforte avversaria, dilettandosi nel ruolo di assediati o assedianti, il tutto ovviamente senza venire centrati, pena l’esclusione fino alla fine del combattimento in corso – d’altronde non ho mai visto nessuno giocare al gioco della resurrezione.
Assedio dopo assedio, mi sono presto reso conto però che conquistare una collina non fa proprio per me, forse perché non mi piace ricevere ordini, forse perché ho una pessima mira, o forse più semplicemente perché ho capito che alla fine una collina non può essere veramente conquistata; se la potessi effettivamente conquistare, quando te ne torni a casa, te la potresti portare via con te, invece lei resta lì e tu te ne vai. È comunque divenuto subito molto chiaro a tutti i partecipanti che le nostre possibilità di cavarcela in un combattimento reale sarebbero meno di quelle di sopravvivere a un disastro aereo, appollaiati su un’ala del velivolo; per fortuna nella vita si può essere guerrieri anche senza fare i soldati. Mi è piaciuta in particolare la nostra guida che, tronfio della sua esperienza di combattimenti simulati, ci ha per mezz’ora organizzato e spiegato la strategia, prima di essere centrato dal fuoco nemico, circa cinque secondi dopo aver gridato un gladiatorio: “Seguitemi!”
“Finito di disegnare oggetti di dubbio gusto?” Non so perché le sto scrivendo, visto che sono passate almeno un paio di settimane da quel pomeriggio di formazione insieme ai nuovi arrivati e la maggior parte di loro l’ho a stento intravista in giro per i corridoi. C’è da dire che sto lavorando molto e purtroppo abbastanza male, come spesso capita quando ci si affaccia a nuove attività con nuove logiche e diverse necessità, ma ecco che in questo tardo pomeriggio, una specie di carezza, inaspettatamente sfiora i mille pensieri che mi affollano la mente. Capelli ramati, occhi grandi che si strizzano quando sorride. Non c’è un motivo in questa cosa, non c’è un fine, scrivo solo perché mi va di farlo. Premo “invia” e vado avanti ad intrecciare svogliatamente un’assurda sequenza di lettere e numeri. Passa poco tempo e la casella di posta s’illumina, regalandomi un sorriso. La risposta è cortese, forse un pelo divertita, ma non concede particolari repliche. Io utilizzo uno spiraglio per rimandare un saluto. Lei ricambia. La sera quindi scende rapidamente e mi coglie impreparato. Salvo il lavoro in una cartella qualsiasi, annegata nel solito universo digitale e spengo il PC. Mi dirigo verso le scale, ho solo voglia di sgranchirmi le gambe e andare a casa. Questa giornata non ha più niente da recarmi in dono.

“Oggi c’è l’aperitivo con tutti i colleghi, vieni?” È Jerry che mi blocca mentre transito nelle vicinanze della sua postazione poco prima di pranzo. Jerry, che lavora ai sistemi informativi, è un ragazzo simpatico, un po’ portinaia, ma gentile. È uno con cui è sempre divertente fare due chiacchiere, e magari prendere un caffè, perché ti racconta un sacco di cose, ma mai con la malizia o addirittura la cattiveria che senti nelle parole pronunciate da altri personaggi limitrofi. In sostanza è un buono ed io i buoni li rispetto. Poi organizza tutta questa serie di ritrovi dei dipendenti come una sorta di P.R. mancato o latente, e mi chiedo veramente se non abbia fatto male a non scegliere questa carriera per occuparsi invece di supporti soft e hard.
“Perché no!” Penso mentre ritorno alla mia postazione e poi mi si compone un’idea che mi rende improvvisamente eccitato e coraggioso. Capelli ramati, occhi grandi che si strizzano quando sorride.
“Vieni stasera all’aperitivo?” Scrivo stando attento a non cannare l’apostrofo.
La risposta arriva quasi subito. “Non credo, devo vedere mio padre.”
“Be’, ma se gli dici che ci sono io, vedrai che tuo padre capirà.” Invio. Poi mi rendo conto che con questa ragazza non ho filtro, dico quello che penso e non penso a quello che dico. La prima risposta mi sembra sempre quella giusta. Nessun intricato ragionamento, nessuna censura mentale cui sono solito sottoporre la maggior parte delle parole che mi vengono in mente, niente.
Anche questa volta la replica non tarda: “Ci penso, nel caso dove siete?”
Io, al volo: “Non lo so, da queste parti, ma se vieni mandami un messaggio che ti dico dove stiamo esattamente.”
Poi le scrivo il mio cellulare. Rifletto. Sono improvvisamente diventato capace a parlare così tranquillamente con una donna? In due righe sono riuscito a strapparle il dubbio di un’uscita e a darle il mio numero di telefono. Mi sa di no! È che con lei mi viene facile, di certo scriverle, parlarle non lo so, dentro di me spero di scoprirlo presto. Il pop up che si evidenzia sullo schermo mi calamita subito l’attenzione, ma è solo una nuova e, visto il mandante, ostica rottura di coglioni. Suona come la sveglia che mi riporta con il deretano a contatto con la sedia e riattiva le mie funzioni celebrali di logica e tediosità.

Il quartiere in cui lavoro, negli ultimi quattro anni, è diventato la zona di riferimento per quanto riguarda aperitivi e vita notturna. In una cornice decisamente suggestiva, tra zone verdi e antichi edifici, come funghi sotto le querce sono spuntati locali, bar e discoteche. Alcuni sono stati lampi che hanno attraversato il cielo di una sola estate, altri imperterriti invece resistono, agli inverni sempre più rigidi, alla svalutazione monetaria, alla borsa che crolla e alla disoccupazione, lanciando il messaggio, non so quanto veritiero, che la crisi da quelle parti non è la benvenuta, e che per la recessione, come per i tamarri in canotta che non giochino a calcio, c’è selezione all’ingresso.
Vado serenamente a piedi, perché il locale è proprio a un tiro di schioppo, uno di quelli caricati a piombini per passerotti. Ci sono altri volti noti dell’ufficio, in particolare mi fermo a parlare con Ive, una ragazza che si fa fatica a non notare, prima di tutto perché è molto bella e poi perché ha questo temperamento esuberante e determinato allo stesso tempo, tanto che rischia di travolgerti se ti metti in mezzo senza motivo, oppure finisci per sbatterci contro se vai verso di lei senza sapere esattamente dove stai andando. C’è anche il suo cagnolino, una palla impazzita di liscio pelo nero che non conosce il significato dell’equivalente canino del termine “a cuccia”. Mi raggiungono anche due amici di vecchia data che, visto la presenza di diverse graziose fanciulle, non ho avuto difficoltà a convincere ad intervenire. Tom lo conosco dai tempi dell’università. A vederlo sembra solo un tipo secco e un po’ schizzato. In realtà è un gran casinista, nel senso più o meno positivo del termine. Quando andavamo insieme in macchina a lezione, mi faceva andare fuori di matto perché mi si presentava costantemente in ritardo – e io odio chi arriva in ritardo – accampando un parco scuse degno delle migliori attrazioni di Disneyworld. Riusciva a non arrivare puntuale anche quando io, preventivamente, fissavo l’appuntamento in anticipo e poi mi presentavo un poco dopo. Poi partiva la sagra della cazzata, festeggiata con un repertorio di scuse degno delle migliori battute di Jake Blues: “Dico sul serio. Ero rimasto senza benzina. Avevo una gomma a terra. Non avevo i soldi per prendere il taxi. La tintoria non mi aveva portato il tight. C’era il funerale di mia madre! Era crollata la casa! C’è stato un terremoto! Una tremenda inondazione! Le cavallette! Non è stata colpa mia! Lo giuro su Dio!”
Per il resto ha sempre un sacco d’idee bizzarre, alcune completamente folli, tanto che basta guardarlo con scetticismo per fargliele abbandonare, altre solamente molto difficili da realizzare; però lui ci crede e si dà da fare per provarci. Io per questo lo ammiro molto e poi è un buono, ed io i buoni comunque li rispetto.
Sonny invece sembra la custodia di Tom. Gioca con me a pallacanestro e lo conosco da una vita, anche se per anni ci siamo persi di vista. Poi ci siamo ritrovati e ultimamente ci vediamo spessissimo. È un energumeno di oltre cento chilogrammi su una superficie verticale estesa circa come la mia. Rasato a zero, regala un’espressione amichevole su una faccia da vero cattivo. È un tipo espansivo e intelligente, uno che ha visto il mondo e soprattutto sa stare al mondo. Ha solo due difetti particolarmente marcati, il primo è una passione troppo viscerale per interminabili sequenze di birra e sigarette a ripetizione, il secondo è che corre sulle punte. Giuro! Corre sulle punte come i personaggi dei cartoni animati quando non vogliono farsi sentire. Vederlo scattare in contropiede è uno spettacolo esilarante.
Ci pigliamo tre medie chiare un filo in disparte e ce la raccontiamo un po’ su. Si discute del campionato appena finito e del suo concitato epilogo.
“Alla fine abbiamo fatto il possibile”, sentenzia Sonny, “però non ho capito perché siamo arrivati terzi e non secondi.”
“Semplice, è successo perché perdendo l’ultima, la terza ci ha scavalcato. Anche questa è da mettere in conto al Macedone!” Rispondo io.
Già, il Macedone, al secolo Petar Naumoski, uno che nella sua carriera sui campi da basket di mezza Europa è stato capo cannoniere della Coppa dei Campioni, conquistandola due volte, e vincendo anche svariati scudetti nelle diverse federazioni in cui ha militato. Ora, ritirato da non molto e per fare un favore a qualche amico, suppongo, se n’è venuto a giocare, a tempo perso, il finale di stagione nel mio pidocchioso campionato. Un mesetto fa lo abbiamo incontrato, lui per farsi poco più di una sgambata, noi per provare a vincere il torneo. Ne è ovviamente venuta fuori una grande partita, una di quelle giocate senza preliminari, senza scorciatoie, con il cielo che non minaccia di caderti sulla testa, ma è già caduto e tu fai il possibile per sorreggerlo. Minuti passati a sfruttare muscoli, articolazioni e legamenti oltre la soglia dell’autoconservazione, fino alla loro totale e incondizionata ribellione. Cedono tutti tranne uno, quello che conta, quello che dà il tempo, quello che non suda, ma al limite piange, batte, ma mai in ritirata. Tuttavia, come dice il buon Federico Buffa: “Nessuna entità ultraterrena ha imposto alla realtà un finale Disneyano.” Così al suono della sirena, per poche unità, ma sul nostro lato del tabellone luminoso c’era un numero poco più basso di quello che gli avversari avevano dalla loro parte.
Pratico il gioco tecnicamente più avanzato del pianeta da quando sono in grado di camminare e sono transitato per le sfide e i terreni più disparati, tra campionati competitivi e tornei poco più che amatoriali. Sconfitte e vittorie non riesco più neanche a contarle, eppure le grandi partite, quelle non ho mai potuto dimenticarle. In particolare non si scorda mai il giorno dopo una grande partita – che tu abbia vinto e perso non fa differenza – quando ci si sveglia con quella rottamata consapevolezza di essere stanchi per un buon motivo e con la sottile sensazione che la speranza forse non cresce solo dove il pavimento è solcato da linee rette e curve, ma che forse un germoglio può anche attecchire altrove e, mentre sei lì che impacchetti i rifiuti nella tua indaffarata quotidianità, te lo potresti per caso trovare davanti. Una grande partita tuttavia non deve essere per forza una partita grande, una di quelle di cui parlano televisioni e giornali e che libri più o meno conosciuti un giorno celebreranno. No, una grande partita trae la sua grandezza dal modo in cui è stata giocata. Il sacrificio è il cemento con cui è stata costruita! E il sacrificio è duro, il sacrifico è pesante, il sacrifico è ruvido, il sacrifico è equo, il sacrifico investe noi e urta tutti coloro che ci stanno più vicino. Il sacrificio in tutte le sue forme. Il sacrificio di tempo, di risorse, di scelte, di voglie, d’affetti, di vita, il sacrificio dà valore a tutto ciò che facciamo e dice quello che siamo molto più dei nostri muscoli, più o meno scolpiti, molto più dei nostri vestiti, più o meno eleganti, molto più del nostro lavoro, più o meno importante. E se qualcuno guardandomi, avesse da obbiettarmi che, per riempire una vita semplice e piccola come la mia, non serve poi molto, non ci vogliono poi queste smisurate sfide, io non avrei problemi a dargli ragione; ma a me sta bene così! Perché ci sarà sempre qualcuno che possiederà una casa più grande della mia, ma io per questo non mi sentirò mai più umile! Ci sarà sempre qualcuno che avrà uno stipendio più alto del mio, ma io per questo non mi sentirò mai più povero! Ci sarà sempre qualcuno che avrà una ragazza più bella della mia, ma io per questo non mi sentirò mai meno innamorato! E ci sarà sempre qualcuno più forte di me e che giocherà in un campionato più prestigioso, ma io per questo non smetterò mai di voler vincere ogni singola maledettissima competizione. Quando ho avuto il privilegio di giocarla, una grande partita, mi ha fatto capire quello che possiedo io, cosa possiedano gli altri, sinceramente non me n’è mai fregato niente.
“Però cazzo! Queste merde hanno fatto quaranta minuti di pick and roll!” Esclama Sonny alla fine, prima di terminare il suo boccale di malto e luppolo in forma liquida in un’unica sorsata.
Faccio appena in tempo ad annuire che la vedo. Capelli ramati, occhi grandi che si strizzano quando sorride. Un vestito azzurro leggero, la schiena scoperta, riesco a sentire il suo profumo. Controllo d’istinto il cellulare che però dichiara zero chiamate senza risposta o messaggi. Perdo il filo della discussione.
“Vabbè, vi presento un po’ di gente!” Faccio ai miei interlocutori. Così li guido verso il resto della “balotta” e mi pitturo sulla faccia anche l’espressione simpatica.

Sempionativi

Terzetto da urlo questa mattina tra le foglie del Sempione.

Baritono Ale Cisco detto Zanetti per l’attaccamento alla maglia.

Contralto Ale Talenti, detto Monica Lewinsky per i problemi alle ginocchia.

Accompagnamento musicale RiBelli dello Sport.

Il Gottu D’oro

Gli occhi sono cantastorie dell’anima, custodi inaffidabili dei segreti del cuore. Nei loro colori sono annegati sentimenti, sogni e ricordi più o meno lontani; intonano ciò che uno vede, ciò che ha visto e ciò che è destinato a vedere; traspirano gioia e tristezza, solitudine ed euforia, e quasi sempre si trascinano la malinconica felicità di chi ama. Quella è un’ombra che non perdono mai, perché uno sguardo innamorato è qualcosa che sopravvive anche agli anni che trascorrono e al corpo che lentamente cede alle ingiurie del tempo. Sono finestre sullo spirito di una persona e questo lui lo sapeva! E ne aveva paura! Tanto da non farsi mai vedere in giro senza i fedeli occhiali scuri indissolubilmente incastonati tra naso schiacciato ed orecchie discretamente a sventola. Perché c’è chi crede che per resistere in un mondo di cemento ed asfalto, bisogna essere più duri del primo e più ruvidi del secondo. Perché c’è chi crede che bastano un paio di lenti opache per scrutare il baratro di nascosto. Ma “se guardi troppo a lungo nell’abisso, anche l’abisso guarderà dritto dentro di te” e prima o poi troverà il modo di farti cadere. E un giorno Michele è caduto. Ma a me non interessa raccontarvi come e perché; la storia di un uomo non è scolpita negli sbagli che commette, ma è intarsiata nelle redenzione che riesce a trovare da essi. Così Michele, o Gottu, come amano chiamarlo gli amici, è risalito, perché la gravità per lui è sempre sembrata solo una favola scritta su libri di dubbia utilità. Chi ci ha giocato contro se ne ricorda soprattutto per le quote transoceaniche a cui accede per recuperare svolazzanti biglie a spicchi colorati, per poi chiudere quasi sempre con l’immancabile 45 gradi tabelonetuoamico da breve o media distanza. Chi ci ha giocato insieme invece lo rammenta per i no-look pass con cui rischia di contribuire all’estinzione di qualche specie di pennuto migratore. Non ha mai capito che non tutti sanno volare, per quanto osino farlo. Il suo regno è là però, oltre le nuvole, dove fluttua la fantasia, dove nasce la creatività che oggi lo sostiene anche fuori da questi cancelli. Il ragazzo che giocava a fare l’uomo, oggi è un uomo che gioca a fare il ragazzo. Qualche centimetro di pancia in più per qualche centimetro di elevazione in meno, anche se ciò non impedisce all’asfalto sotto le sue terrorizzate fanghe di trasformarsi in caucciù non appena sollecitato. La sua immaginazione non è più solo al servizio di coloro che tagliano in prossimità dell’anello, ma anche a supporto di chi che vorrebbe trasformare il proprio messaggio in parole, suoni ed immagini. Quando non è impegnato a fare il papà, viene a farmi visita, stesso pantaloncino, stessa taglio di capelli, stesso sorriso…….solo un particolare a immortalare la differenza, le lenti scure sono scomparse, estinte, volatilizzate, come le nubi di un temporale ormai soggiogato dalla comparsa di un sole rinato. Qualcuno penserà più che altro a una questione di stagione, di età, di diottrie, io credo invece sia un semplice fatto di luce: il futuro è più luminoso se lo guardi direttamente coi tuoi occhi. Il suo futuro è più luminoso ora che lui lo guarda direttamente con i suoi occhi.

SaltStick Elettroliti in Capsule

SaltStickFacciamo conoscenza…

Le capsule di elettroliti SaltStick – http://www.saltstick.com/ – sono un tipo di prodotto studiato per anticipare e combattere l’insorgere di quelle simpatiche e lancinanti contrazioni muscolari non volute, meglio note come crampi, che colpiscono tipicamente i tapasci in perlustrazione fuori dal vaso, gli inguaribili, o occasionali, amanti del fuori giri e i calciatori professionisti. Se qualcuno sa chi ha inventato la ruota, costui non s’immagini però che SaltStick abbia anche inventato l’elettrolita, perché la polverina che di solito miscela potassio, sodio, calcio e magnesio, anche in forma di sospettissime pasticche, come in questo caso, non è stata scoperta sul bagnasciuga di Kona in una notte di luna piena, me è sempre stata disponibile anche in luoghi molto meno mitologici e sotto forme molto meno avveniristiche – certo al distributore di preservativi della farmacia dietro casa non li troverete.
Bisogna dare atto tuttavia ai ragazzi dei sali in Stick di aver saputo creare un’offerta decisamente accattivante che rimbalza tra le immagini inventariali pre gara di molti uomini di ferro o aspiranti tali.
La gamma, in confezioni che vanno dalla quasi monodose, fino al barattolo da 100 capsule alla modica cifra di circa 25 iuri e sufficiente a fronteggiare un intero inverno nucleare, comprende infatti la miscela base e il prodotto addizionato di caffeina – che se non lo sapete, durante gli sforzi dovrebbe veicolare più rapidamente gli zuccheri nel sangue come fa il Telepass al casello, anche se quando arriva il pezzente che non ce l’ha, si crea comunque coda e vale la stessa cosa se vi scofanate una montagna di Profitterol durante l’attività fisica e sperate vi faccia andare più forte – oltre al pratico dispenser tubolare, disponibile i due dimensioni per tutti gli usi e preferenze sessuali, che promette di tenere al sicuro da occhi indiscreti e da strabordanti intemperie le vostre preziose e fidate capsule e di rilasciarle solo al momento richiesto – impegno che sono certo avrei visto mantenuto anche io, se quello che ho comprato non mi si fosse scassato la seconda volta che ho provato a caricarlo. Diciamo che nonostante l’idea sia buona, l’assemblaggio della sonda Voyager, sopravvissuta nello spazio per più di quarant’anni, sembra essere ancora un filo più affidabile. Il mio consiglio quindi, qualora dobbiate portarvi in giro diverse pasticche non solo per fargli prendere aria, è quello di avvolgerle una a una nella stagnola qualora corriate, o di scotchiarle al telaio della bici qualora andiate a pedalare, per tenerle sempre protette ma pronte all’uso. È una soluzione un po’ più casereccia lo so, ma del resto nessuno baratterebbe mai la torta sbilenca della nonna per una scatola di perfette crostatine sfornate da Banderas e qualora siate pronti a farlo, fuori dal mio blog!!

Perché far girare l’economia…

  • Perché contengono solo quello che serve e non altre robe dai nomi strani e che sembrano uscite dalla fucina di Vanna Marchi.
  • Perché, se molti Ironman professionisti li utilizzano e non credo che il colosso SaltStick li ricopra d’oro per questo, probabilmente un aiutino a evitare la detonazione lo forniscono.
  • Perché, se non volete girare con una damigiana di acqua e sali durante le lunghe attività di endurance, l’elettrolita in pastiglia vi permette di salvarvi teoricamente anche solo con una pozzanghera.
  • Perché, se non siete un sopracitato calciatore professionista che quando vi finisce una ciglia nell’occhio potete accasciarvi mani in faccia in un morbido prato in attesa che intervenga un equipe medico sanitaria degna di un intervento di cardiochirurgia, se vi viene un crampo in gara o allenamento sono solo cazzi vostri, quindi meglio equipaggiarvi al meglio per minimizzare le possibilità.

…e perché rinfoderare la carta di credito.

  • Perché, rispetto a prodotti che attestano gli stessi componenti in composizioni molto simili, costano un tuono di più e l’ultima volta che ho controllato, sulla scatola non c’era scritto miscelati da monaci cistercensi cechi in assenza di gravità sulle pendici del monte Olimpo.
  • Perché il dispenser sicuramente sarà pure un brevetto esclusivo impossibile da replicare, ma a sfasciarlo quasi subito può riuscirci chiunque.
  • Perché, se avete un rapporto shakespeariano col vostro stomaco – nel senso che a volte scatta la tragedia – l’elettrolita in generale osteggia la deflagrazione muscolare ma, diciamo, non disdegna quella intestinale.
  • Perché, in un mondo dove ci sono amatori che per vincere un prosciutto sono disposti a condividere le cure mediche di un purosangue andaluso, estrarre con fare circospetto – ovviamente per non romperle – anonime pastiglie per poi inghiottirle, rischia di farvi trovare Guariniello sotto casa dopo la prima sgambata pubblica.

Ai posteri l’ardua sentenza

Facendo un bilancio, in una scala da 1 a 10, dove 1 è il sale da cucina che dovreste usare per salare l’acqua della pasta e che regolarmente vi dimenticate e 10 è la pillola rossa con cui Morpheus trasformava il molliccio Signor Anderson in un ninja strafigo di nome Neo, direi che questo prodotto raggiunge con le unghie e con i denti un prestigiosissimo 7. Se quindi siete un atleta di endurance che con i crampi ha lo stesso rapporto che un porno attore ha con le erezioni, vi consiglio di non fare il taccagno e provarli. Se invece l’ultima volta che siete usciti a correre l’unico prodotto di cui avete avuto bisogno per idratarvi è stata la Nivea viso filtro anti età, risparmiate le palanche per quando i Viagra diventerà un medicinale da banco. Nel frattempo ricordate sempre e comunque: non è mai la freccia, è sempre l’indiano. Buona Fortuna.

Sempionistessi

Formazione a testuggine oggi tra le foglie cadute del Sempione.

Con lancia e scudo SuperMario Vernazza detto David Guetta, perché cambia ritmo circa ogni cinque secondi.

Alla biga, ovviamente, Davidone detto Motta, perché l’unica parola che ha pronunciato in tutto l’allenamento è stata: Buondì.

Con arco e frecce Filo Mazzotta detto Leonardo, perché lo abbiamo fermato prima che sulla maglia della Maratona si scrivesse: Dai Vinci!

Armi e strategie di guerra RiBelli dello Sport.