Archivi giornalieri: 3 ottobre 2014

Liberi di…

MonQuando un alpinista muore – e non mi riferisco al classico idiota impreparato che scommette la vita propria e altrui semplicemente per giocare con mortifere pendenze – penso a quando un uomo, che ha dedicato tutta l’esistenza a sfidare vette e pareti inaccessibili, semplicemente paga il rifiuto impietoso che la montagna a volte impone a chi tenta di conquistarla, se poteste guardare nella sua mente, quale pensate sarebbe l’ultimo ricordo indelebile che trovereste? Il rimorso e la paura per l’ultimo piede messo in fallo o la gioia e la felicità per quello conficcato sull’ultimo punto saldo? Io non ho dubbi a riguardo e sono convinto che anche dovesse esserci l’ombra di un rimpianto, sarebbe solo per la vetta che non riuscirà mai più a conquistare.
Ogni sport ha le sue montagne. E sono più o meno alte, più o meno pericolose, più o meno rischiose; per chi la conosce, la distinzione tra questi due aggettivi, nel mondo governato dal sudore, spesso sbiadisce. E ogni sportivo vero, dentro di se, ha un piccolo grande alpinista, pronto a sacrificare ogni cosa pur di provare a fare un passo oltre il limite, per scoprire se c’è davvero il vuoto o un nuovo mondo che aspetta unicamente di essere esplorato. Perché la sua vita è tutta lì, schiacciata a ridosso di quel confine che separa logica da passione, protetto da esposto. Il vero vuoto non è oltre, ma prima, nel piattume di una vita non spesa ma accantonata, non giocata ma decisa a tavolino. Ogni nave sa che una tempesta la può sempre affondare, ma solo in porto potrà essere smantellata.
La maggior parte della gente però non lo capisce veramente. Parla e scrive frasi da battaglia come se lo capisse, ma poi non fa l’unica cosa che conta, non agisce. Medici, ricercatori, esperti di ogni genere inoltre hanno un’opinione da gettare in questo mare d’idee e giudizi dove noi nuotiamo, e dove la maggior parte di loro non ha mai fatto, neppure, una piccola bracciata. Puntano il dito contro percorsi di gara e tracciati cardiaci, contro carichi eccessivi e movimenti ripetuti; che senso ha rischiare la salute, e a volte addirittura la vita, per inseguire un pallone, un traguardo, una cima? Ne vale realmente la pena? Se pongono questo semplice quesito, inutile impegnarsi, non capirebbero la ancora più semplice risposta.
Però gli faccio io una domanda? Chi molla tutto e parte, non rischia anch’egli forse la vita per qualcosa che neppure conosce? Forse non con un senso terminale, ma se sul piatto c’è tutto quello che ha, la posta non è forse la stessa? Indietro non si torna, si sa. Il tempo, infatti, scorre in una e in una sola direzione. Eppure in questo caso molti meno si scandalizzano, anzi alcuni plaudono al coraggio. Per non parlare poi di tutti quelli che hanno scarificato tanto, se non tutto, per la musica, l’arte, la scienza. Oggi sono riveriti e studiati nei libri di storia, ma se Michelangelo non avesse dipinto la Cappella Sistina, perché convinto che gli avrebbe rovinato la schiena, o se Beethoven avesse abbandonato gli spartiti, perché persuaso che avrebbero anticipato la sua cecità, oggi non avremmo perso tutti qualcosa? Certo un pianoforte non è una bicicletta e un affresco non è una pista d’atletica, e le grandi opere, quelle almeno ci sono state tramandate, però a me piace pensare che quando questi uomini le hanno immaginate, non l’hanno fatto tanto per gli altri, quanto per loro stessi, per realizzare qualcosa che oggi appare grande agli occhi di tutti, ma che allora forse appariva davvero tale solo ai loro.
Noi non aspiriamo a tanto e non chiediamo poi molto, solamente lasciateci liberi di dipingere e pedalare, comporre e nuotare, scrivere e correre, studiare e giocare. Se poi volete giudicare la destinazione, fate pure, noi ci accontentiamo di goderci il viaggio. Il prezzo del biglietto, anche se salato, lo sappiamo, lo paghiamo volentieri. È la nostra vita, il nostro corpo, non ce ne ridanno indietro un altro se aspettiamo all’ultimo a restituirlo o se alla fine lo consegniamo in perfette condizioni.
Io personalmente non mi preoccupo molto, visto che vivo a pian terreno, soffro tremendamente di vertigini e scio come un tranviere in pensione; rischio la vita solamente per sopravvivere, ogni giorno, come tutti del resto. Tuttavia, se mai nel mio piccolo, un giorno dovessi cadere alle prese con le mie modeste ascese, non disperate per me, ma pensate solo che ho imparato a volare.

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