Archivi giornalieri: 25 ottobre 2014

Non Sono Fashion

Mi accarezzo il dorso della mano, dove brucia ancora il livido lasciato da quel malefico pallino di plastica. Sfiga maledetta! Proprio nell’unico punto dove non avevo messo le protezioni. Sabato, tanto per non annoiarmi infatti, sono stato con degli amici e altra gente a giocare a simular battaglie tra le colline fuori città. Divisi in squadre lo scopo era quello di conquistare la bandiera e con essa la roccaforte avversaria, dilettandosi nel ruolo di assediati o assedianti, il tutto ovviamente senza venire centrati, pena l’esclusione fino alla fine del combattimento in corso – d’altronde non ho mai visto nessuno giocare al gioco della resurrezione.
Assedio dopo assedio, mi sono presto reso conto però che conquistare una collina non fa proprio per me, forse perché non mi piace ricevere ordini, forse perché ho una pessima mira, o forse più semplicemente perché ho capito che alla fine una collina non può essere veramente conquistata; se la potessi effettivamente conquistare, quando te ne torni a casa, te la potresti portare via con te, invece lei resta lì e tu te ne vai. È comunque divenuto subito molto chiaro a tutti i partecipanti che le nostre possibilità di cavarcela in un combattimento reale sarebbero meno di quelle di sopravvivere a un disastro aereo, appollaiati su un’ala del velivolo; per fortuna nella vita si può essere guerrieri anche senza fare i soldati. Mi è piaciuta in particolare la nostra guida che, tronfio della sua esperienza di combattimenti simulati, ci ha per mezz’ora organizzato e spiegato la strategia, prima di essere centrato dal fuoco nemico, circa cinque secondi dopo aver gridato un gladiatorio: “Seguitemi!”
“Finito di disegnare oggetti di dubbio gusto?” Non so perché le sto scrivendo, visto che sono passate almeno un paio di settimane da quel pomeriggio di formazione insieme ai nuovi arrivati e la maggior parte di loro l’ho a stento intravista in giro per i corridoi. C’è da dire che sto lavorando molto e purtroppo abbastanza male, come spesso capita quando ci si affaccia a nuove attività con nuove logiche e diverse necessità, ma ecco che in questo tardo pomeriggio, una specie di carezza, inaspettatamente sfiora i mille pensieri che mi affollano la mente. Capelli ramati, occhi grandi che si strizzano quando sorride. Non c’è un motivo in questa cosa, non c’è un fine, scrivo solo perché mi va di farlo. Premo “invia” e vado avanti ad intrecciare svogliatamente un’assurda sequenza di lettere e numeri. Passa poco tempo e la casella di posta s’illumina, regalandomi un sorriso. La risposta è cortese, forse un pelo divertita, ma non concede particolari repliche. Io utilizzo uno spiraglio per rimandare un saluto. Lei ricambia. La sera quindi scende rapidamente e mi coglie impreparato. Salvo il lavoro in una cartella qualsiasi, annegata nel solito universo digitale e spengo il PC. Mi dirigo verso le scale, ho solo voglia di sgranchirmi le gambe e andare a casa. Questa giornata non ha più niente da recarmi in dono.

“Oggi c’è l’aperitivo con tutti i colleghi, vieni?” È Jerry che mi blocca mentre transito nelle vicinanze della sua postazione poco prima di pranzo. Jerry, che lavora ai sistemi informativi, è un ragazzo simpatico, un po’ portinaia, ma gentile. È uno con cui è sempre divertente fare due chiacchiere, e magari prendere un caffè, perché ti racconta un sacco di cose, ma mai con la malizia o addirittura la cattiveria che senti nelle parole pronunciate da altri personaggi limitrofi. In sostanza è un buono ed io i buoni li rispetto. Poi organizza tutta questa serie di ritrovi dei dipendenti come una sorta di P.R. mancato o latente, e mi chiedo veramente se non abbia fatto male a non scegliere questa carriera per occuparsi invece di supporti soft e hard.
“Perché no!” Penso mentre ritorno alla mia postazione e poi mi si compone un’idea che mi rende improvvisamente eccitato e coraggioso. Capelli ramati, occhi grandi che si strizzano quando sorride.
“Vieni stasera all’aperitivo?” Scrivo stando attento a non cannare l’apostrofo.
La risposta arriva quasi subito. “Non credo, devo vedere mio padre.”
“Be’, ma se gli dici che ci sono io, vedrai che tuo padre capirà.” Invio. Poi mi rendo conto che con questa ragazza non ho filtro, dico quello che penso e non penso a quello che dico. La prima risposta mi sembra sempre quella giusta. Nessun intricato ragionamento, nessuna censura mentale cui sono solito sottoporre la maggior parte delle parole che mi vengono in mente, niente.
Anche questa volta la replica non tarda: “Ci penso, nel caso dove siete?”
Io, al volo: “Non lo so, da queste parti, ma se vieni mandami un messaggio che ti dico dove stiamo esattamente.”
Poi le scrivo il mio cellulare. Rifletto. Sono improvvisamente diventato capace a parlare così tranquillamente con una donna? In due righe sono riuscito a strapparle il dubbio di un’uscita e a darle il mio numero di telefono. Mi sa di no! È che con lei mi viene facile, di certo scriverle, parlarle non lo so, dentro di me spero di scoprirlo presto. Il pop up che si evidenzia sullo schermo mi calamita subito l’attenzione, ma è solo una nuova e, visto il mandante, ostica rottura di coglioni. Suona come la sveglia che mi riporta con il deretano a contatto con la sedia e riattiva le mie funzioni celebrali di logica e tediosità.

Il quartiere in cui lavoro, negli ultimi quattro anni, è diventato la zona di riferimento per quanto riguarda aperitivi e vita notturna. In una cornice decisamente suggestiva, tra zone verdi e antichi edifici, come funghi sotto le querce sono spuntati locali, bar e discoteche. Alcuni sono stati lampi che hanno attraversato il cielo di una sola estate, altri imperterriti invece resistono, agli inverni sempre più rigidi, alla svalutazione monetaria, alla borsa che crolla e alla disoccupazione, lanciando il messaggio, non so quanto veritiero, che la crisi da quelle parti non è la benvenuta, e che per la recessione, come per i tamarri in canotta che non giochino a calcio, c’è selezione all’ingresso.
Vado serenamente a piedi, perché il locale è proprio a un tiro di schioppo, uno di quelli caricati a piombini per passerotti. Ci sono altri volti noti dell’ufficio, in particolare mi fermo a parlare con Ive, una ragazza che si fa fatica a non notare, prima di tutto perché è molto bella e poi perché ha questo temperamento esuberante e determinato allo stesso tempo, tanto che rischia di travolgerti se ti metti in mezzo senza motivo, oppure finisci per sbatterci contro se vai verso di lei senza sapere esattamente dove stai andando. C’è anche il suo cagnolino, una palla impazzita di liscio pelo nero che non conosce il significato dell’equivalente canino del termine “a cuccia”. Mi raggiungono anche due amici di vecchia data che, visto la presenza di diverse graziose fanciulle, non ho avuto difficoltà a convincere ad intervenire. Tom lo conosco dai tempi dell’università. A vederlo sembra solo un tipo secco e un po’ schizzato. In realtà è un gran casinista, nel senso più o meno positivo del termine. Quando andavamo insieme in macchina a lezione, mi faceva andare fuori di matto perché mi si presentava costantemente in ritardo – e io odio chi arriva in ritardo – accampando un parco scuse degno delle migliori attrazioni di Disneyworld. Riusciva a non arrivare puntuale anche quando io, preventivamente, fissavo l’appuntamento in anticipo e poi mi presentavo un poco dopo. Poi partiva la sagra della cazzata, festeggiata con un repertorio di scuse degno delle migliori battute di Jake Blues: “Dico sul serio. Ero rimasto senza benzina. Avevo una gomma a terra. Non avevo i soldi per prendere il taxi. La tintoria non mi aveva portato il tight. C’era il funerale di mia madre! Era crollata la casa! C’è stato un terremoto! Una tremenda inondazione! Le cavallette! Non è stata colpa mia! Lo giuro su Dio!”
Per il resto ha sempre un sacco d’idee bizzarre, alcune completamente folli, tanto che basta guardarlo con scetticismo per fargliele abbandonare, altre solamente molto difficili da realizzare; però lui ci crede e si dà da fare per provarci. Io per questo lo ammiro molto e poi è un buono, ed io i buoni comunque li rispetto.
Sonny invece sembra la custodia di Tom. Gioca con me a pallacanestro e lo conosco da una vita, anche se per anni ci siamo persi di vista. Poi ci siamo ritrovati e ultimamente ci vediamo spessissimo. È un energumeno di oltre cento chilogrammi su una superficie verticale estesa circa come la mia. Rasato a zero, regala un’espressione amichevole su una faccia da vero cattivo. È un tipo espansivo e intelligente, uno che ha visto il mondo e soprattutto sa stare al mondo. Ha solo due difetti particolarmente marcati, il primo è una passione troppo viscerale per interminabili sequenze di birra e sigarette a ripetizione, il secondo è che corre sulle punte. Giuro! Corre sulle punte come i personaggi dei cartoni animati quando non vogliono farsi sentire. Vederlo scattare in contropiede è uno spettacolo esilarante.
Ci pigliamo tre medie chiare un filo in disparte e ce la raccontiamo un po’ su. Si discute del campionato appena finito e del suo concitato epilogo.
“Alla fine abbiamo fatto il possibile”, sentenzia Sonny, “però non ho capito perché siamo arrivati terzi e non secondi.”
“Semplice, è successo perché perdendo l’ultima, la terza ci ha scavalcato. Anche questa è da mettere in conto al Macedone!” Rispondo io.
Già, il Macedone, al secolo Petar Naumoski, uno che nella sua carriera sui campi da basket di mezza Europa è stato capo cannoniere della Coppa dei Campioni, conquistandola due volte, e vincendo anche svariati scudetti nelle diverse federazioni in cui ha militato. Ora, ritirato da non molto e per fare un favore a qualche amico, suppongo, se n’è venuto a giocare, a tempo perso, il finale di stagione nel mio pidocchioso campionato. Un mesetto fa lo abbiamo incontrato, lui per farsi poco più di una sgambata, noi per provare a vincere il torneo. Ne è ovviamente venuta fuori una grande partita, una di quelle giocate senza preliminari, senza scorciatoie, con il cielo che non minaccia di caderti sulla testa, ma è già caduto e tu fai il possibile per sorreggerlo. Minuti passati a sfruttare muscoli, articolazioni e legamenti oltre la soglia dell’autoconservazione, fino alla loro totale e incondizionata ribellione. Cedono tutti tranne uno, quello che conta, quello che dà il tempo, quello che non suda, ma al limite piange, batte, ma mai in ritirata. Tuttavia, come dice il buon Federico Buffa: “Nessuna entità ultraterrena ha imposto alla realtà un finale Disneyano.” Così al suono della sirena, per poche unità, ma sul nostro lato del tabellone luminoso c’era un numero poco più basso di quello che gli avversari avevano dalla loro parte.
Pratico il gioco tecnicamente più avanzato del pianeta da quando sono in grado di camminare e sono transitato per le sfide e i terreni più disparati, tra campionati competitivi e tornei poco più che amatoriali. Sconfitte e vittorie non riesco più neanche a contarle, eppure le grandi partite, quelle non ho mai potuto dimenticarle. In particolare non si scorda mai il giorno dopo una grande partita – che tu abbia vinto e perso non fa differenza – quando ci si sveglia con quella rottamata consapevolezza di essere stanchi per un buon motivo e con la sottile sensazione che la speranza forse non cresce solo dove il pavimento è solcato da linee rette e curve, ma che forse un germoglio può anche attecchire altrove e, mentre sei lì che impacchetti i rifiuti nella tua indaffarata quotidianità, te lo potresti per caso trovare davanti. Una grande partita tuttavia non deve essere per forza una partita grande, una di quelle di cui parlano televisioni e giornali e che libri più o meno conosciuti un giorno celebreranno. No, una grande partita trae la sua grandezza dal modo in cui è stata giocata. Il sacrificio è il cemento con cui è stata costruita! E il sacrificio è duro, il sacrifico è pesante, il sacrifico è ruvido, il sacrifico è equo, il sacrifico investe noi e urta tutti coloro che ci stanno più vicino. Il sacrificio in tutte le sue forme. Il sacrificio di tempo, di risorse, di scelte, di voglie, d’affetti, di vita, il sacrificio dà valore a tutto ciò che facciamo e dice quello che siamo molto più dei nostri muscoli, più o meno scolpiti, molto più dei nostri vestiti, più o meno eleganti, molto più del nostro lavoro, più o meno importante. E se qualcuno guardandomi, avesse da obbiettarmi che, per riempire una vita semplice e piccola come la mia, non serve poi molto, non ci vogliono poi queste smisurate sfide, io non avrei problemi a dargli ragione; ma a me sta bene così! Perché ci sarà sempre qualcuno che possiederà una casa più grande della mia, ma io per questo non mi sentirò mai più umile! Ci sarà sempre qualcuno che avrà uno stipendio più alto del mio, ma io per questo non mi sentirò mai più povero! Ci sarà sempre qualcuno che avrà una ragazza più bella della mia, ma io per questo non mi sentirò mai meno innamorato! E ci sarà sempre qualcuno più forte di me e che giocherà in un campionato più prestigioso, ma io per questo non smetterò mai di voler vincere ogni singola maledettissima competizione. Quando ho avuto il privilegio di giocarla, una grande partita, mi ha fatto capire quello che possiedo io, cosa possiedano gli altri, sinceramente non me n’è mai fregato niente.
“Però cazzo! Queste merde hanno fatto quaranta minuti di pick and roll!” Esclama Sonny alla fine, prima di terminare il suo boccale di malto e luppolo in forma liquida in un’unica sorsata.
Faccio appena in tempo ad annuire che la vedo. Capelli ramati, occhi grandi che si strizzano quando sorride. Un vestito azzurro leggero, la schiena scoperta, riesco a sentire il suo profumo. Controllo d’istinto il cellulare che però dichiara zero chiamate senza risposta o messaggi. Perdo il filo della discussione.
“Vabbè, vi presento un po’ di gente!” Faccio ai miei interlocutori. Così li guido verso il resto della “balotta” e mi pitturo sulla faccia anche l’espressione simpatica.

Annunci