Ma Dove Vanno I Sogni La Mattina

Dalle casse si sente un dj radiofonico che sta raccontando qualcosa, quando la sveglia si attiva, e un altro gli fa il verso. La sua voce, non so perché, mi ricorda un collega che avevo nel mio primo lavoro. Un tipo tosto, vicinissimo alla pensione, perennemente nervoso e dolorante per una fastidiosa zoppia, con sigaretta sempre in bocca, accesa all’aria aperta e spenta quando se ne stava seduto alla scrivania. Uno pronto a litigare con tutti e per qualsiasi cosa, ma a me, col tempo, si era affezionato, io credo perché fin dall’inizio l’ho sempre rispettato, credo perché fin dall’inizio avevo capito che in fondo era un buono.
Mi trascino in cucina alla ricerca di qualcosa di commestibile. La mia scorta di merendine è a prova d’inverno nucleare, ma ultimamente sono diventato particolarmente pigro e se non mi attivo per fare una spesa, alla fine mi troverò a nutrirmi, come si dice, a pane e acqua, però senza pane.
La Crostatina è un’invenzione assolutamente geniale. Ti dà immensa soddisfazione! Al secondo posto invece ci metto il Saccottino, rigorosamente al cioccolato. Convincente! Sul gradino più basso del podio si difende alla grande la Nastrina. Semplice e soffice!
Mentre ingurgito l’ultimo boccone di qualcosa che non ho neanche capito cosa sia, mi dirigo nuovamente in camera, attento a rimettere i piedi esattamente sulle orme dell’andata, temendo che il resto del pavimento nel frattempo possa essere scomparso. Alla radio è il momento delle ultime notizie, mentre io intanto cerco di non scambiare il dentifricio con la schiuma da barba e penso che gli aperitivi, soprattutto quelli che sforano ampiamente oltre i confini delle sera e senza mangiarci in mezzo qualcosa, non siano molto salutari. L’acqua che mi rimbalza sulla testa, pian piano riattiva la cognizione dello spazio e del tempo, e anche la serata, da poche ore archiviata, assume toni un poco più nitidi.
Simpatica! Bella, anche un cieco con gli occhi cuciti lo avrebbe notato, ma che sia anche simpatica è stata una piacevole sorpresa. Che è fidanzata poi, l’è scappato fuori solo verso la settantesima parola, anche ottantesima. Di solito me lo gettano addosso nelle prime dieci, come fosse un monito. “Non invadere il mio spazio! Questo è lì tuo, questo è il mio.” E’ una cosa che devono aver imparato guardando troppe volte il povero Patrick Swayze che insegnava il mambo a Jennifer Grey. Invece con lei è stato un argomento solo accennato, appena sospirato, o forse ero semplicemente io che avevo paura anche solo a sfiorarlo. Tra una goccia e l’altra il mio disco personale s’incanta. Bella, proprio bella! Poi riprende. Troppo bella per uno come me. Meglio non pensarci e poi io non faccio il rovina famiglie.
Il completo blu gessato è lì, dove l’avevo preparato la sera, in un ultimo attimo di lucidità prima di andare a letto, così come la camicia e le scarpe marroni spazzolate al volo; la cintura invece giace arrotolata poco distante, a portata di confronto per evitare odiose discromie. A differenza di quando sono in giro a sudare per qualche incomprensibile motivo, infatti, quando vado al lavoro, mi piace essere in ordine, preciso, e soprattutto mai casual. Nella mia vita ho già imparato che il rispetto che si riceve non dipende certo dal valore e dalla cura dei nostri vestiti, ma ho anche capito che l’arroganza e l’ignoranza si sentono meno sicure del loro potere davanti ad un completo, piuttosto che davanti a un maglione scollacciato. Di “casuale” nel mio modo di vestire quindi non c’è o ci sarà mai niente.
Scrutando serio l’enorme specchio che si eleva nell’ingresso, controllo che sia tutto in ordine. Mi passo una mano sul collo. Mi scappa un sospiro. Capelli ramati, occhi grandi che si strizzano quando sorride. Bella, troppo bella per uno come me.

A questa latitudine Luglio in moto è un percorso a ostacoli sopra le grate della metropolitana. Se non lesini emozioni e movimenti, ti trovi a dover gestire delle pezze spropositate prima di riuscire a chiudere gli occhi e ad aprirli nuovamente – ed io odio le pezze. Per questo emulando un moviolista, metto lo scooter sul cavalletto e mi chino a legare la catena. Ho la testa girata verso il muro del palazzo, quando sento un profumo che non posso non riconoscere; così, mandando in crisi la cabina di regia, mi volto di scatto dall’altra parte. Il sole mi abbaglia! No, non è il sole.
“Ciao”, dice lei con sincera allegria.
“Ciao”, dico io con fasulla tranquillità.

“Spazio, ultima frontiera. Questi sono i viaggi della nave stellare Enterprise. La sua missione è quella di esplorare strani nuovi mondi, alla ricerca di nuove forme di vita e di nuove civiltà, per arrivare dove nessuno è mai giunto prima.”
(Star Trek)

Lo sapevo che quest’ingresso non me la contava giusta, mi trovo a pensare mentre lo attraverso con lei per arrivare agli ascensori.
“Come hai fatto a trovarci ieri sera?” Dico fissando i numeri dei piani per cercare di rallentarli.
“Ho chiamato Nick.” Mi risponde subito.
Nicolas, detto Nick, è il classico ragazzo di provincia e anche lui da poco entrato a far parte della squadra degli acrobati della società. A parte l’accento leggermente dialettale, che lo rende di riflesso simpatico, è un tipo sempre allegro e con un’instancabile carica positiva. Io lo invidio. Lui vive in un bel mondo, perché vede un bel mondo; è convinto che il mondo sia bello e se scopre che tu non ne sei sicuro quanto lui, cerca subito di convincere anche te. L’ho conosciuto alla macchinetta del caffè, dove si è messo a raccontarmi una delle sue ultime peripezie sentimentali. Sul momento l’ho trovato inopportuno, ma pochi secondi dopo mi aveva già conquistato. Adesso si è iscritto a un corso di tango e ha una partner che dice essere veramente in miniatura, tanto che, di comune accordo, l’abbiamo soprannominata Memole. Mi fa piegare dalle risate quando mi racconta le lezioni. M’immagino la scena, lui di spalle che sembra balli da solo, lei dall’altra parte che si controlla il trucco nella fibbia della sua cintura. Sono settimane che cerca di persuadermi ad andare alla palestra interna all’azienda, dove va almeno un paio di volte la settimana e nei week end, giacché si è trasferito in città per il lavoro. Prima o poi potrebbe pure ricucire a convincermi, ma al momento amo troppo lo sport per andare a richiudermi in una sala pesi, dove il primo sfigato personal trainer mi attaccherebbe una pezza per correggere il mio modo di allenarmi – ed io odio le pezze.
Mentre l’ascensore sfreccia tra i piani, ripenso alla teoria della relatività e a quanto sia spietata. Avessi fatto quel tratto con qualche collega petulante, avrei certo creduto di avere il tempo per farmi una seconda istruzione. Invece prima di finire di deglutire, le porte si riaprono e lei scende voltandosi verso di me. Capelli ramati, occhi grandi che si strizzano quando mi sorride.

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