Archivio mensile:ottobre 2014

Sempionoti

Quartetto cetra questa mattina tra i cantieri del Sempione.

Al violino Ale Cisco, detto Manga perché ha sempre su la stessa maglietta.

Al violoncello SuperMario Veranzza, detto DC9 perché sparito improvvisamente senza lasciare traccia.

Al controfagotto Davidone, detto Moana per la respirazione caratteristica dopo il secondo chilometro in soglia.

Accordi e arrangiamenti RiBelli dello Sport

P.S. Guardando Marietto e Dave correre fianco a fianco mi è venuto in mente, per motivi differenti ma fondamentali, il nuovo motto dei RiBelli per la prossima stagione: Un Limone Non Si Nega Mai a Nessuno.

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Magut in Black

Prati verdi lastricati di bianche lapidi, come immensi tavoli da gioco in cui gli uomini feroci puntano vite proprie e altrui in un’assurda roulette. E dove l’erba non cresce ci pensano polvere e neve a ricoprire tutto di freddo anonimato. Ogni giorno qualcuno muore perché non ha il sangue giusto pompato nelle vene, il colore giusto dipinto sulla pelle, l’immagine giusta di Dio scolpita dentro al cuore. Diverso! E’ un suono che raggela, è la miccia di una bomba pronta ad esplodere, una sentenza che non lascia nessuno innocente. Questa parola andrebbe bandita dal vocabolario, si usa quasi esclusivamente per far del male. Quello lì è Diverso! Dichiara qualcuno arricciando il naso con sdegno. Sei cambiato, mi sembri Diverso. Ripete lei o lui che sta cercando le parole adatte per scaricarti. Adesso è Diverso. Balbetta l’amico che troppo facilmente ti aveva giurato eterna disponibilità. Che senso ha tutto questo!? Non si vive forse tutti, sotto un unico cielo? Per tutte le creature di Dio la diversità è sinonimo di varietà e quindi di fantasia, fascino, bellezza e armonia; solo gli esseri umani la temono come un’ ingannevole malattia. E generato dalla paura è l’odio, figlio cieco e disgraziato, che riposa nel cuore di ogni uomo in attesa di manifestarsi. Io ne ho sentito parlare, ma non l’ho mai provato direttamente; e non pensate che ciò sia dovuto al fatto che sono solo un campino di pallacanestro e non sono in grado di provare simili sentimenti, perché io so essere felice ed essere triste, so ridere e so perdere la pazienza, so aver paura e credo perfino di saper cosa sia l’amore ma non sono capace di odiare e il motivo è semplice: non me l’hanno mai insegnato. Chi viene da me si picchia, si innervosisce, si inkazza facilmente, ma mai si odia veramente, perché se è vero che “un giorno la guerra si inchinerà al suono di una chitarra”, l’odio già oggi si inginocchia al rimbombo di una pallone colorato. Però conosco bene una delle differenze che spesso si nutre di questo argomento, quella tra pelle bianca e pelle nera, anche se non capisco dove stia il problema, mi sembra una cosa naturale, giusta, scientifica. D’inverno arrivano tutti bianchi, d’estate si presentano tutti neri, o più o meno scuri poco cambia, la tonalità di fondo è la stessa. E’ un effetto del sole mi pare, anche se a me non è mai capitato, io grigio sono e grigio rimango. Uno che vedo solo d’estate e cui il sole deve piacere tantissimo, lo chiamano Themi, Gustav Themi, più o meno come lo sciatore, credo, solo che in un sorridente involucro d’ebano batte un puro cuore bergamasco, con inconfondibile cadenza magutta. Tiro a fionda e un’inspiegabile passione per il gancio cielo non ne anno mai fatto un terminale cestistico devastante, tanto che gli attribuisco probabilmente migliori doti tra neve e asticelle, come dimostra la militanza fra quelli con la piuma sul cappello, piuttosto che tra mattonelle e blocchi in movimento. “La sua mano non sembra essere stata fortificata da quelle dell’Onnipotente” e sull’asfalto di Via Madonnetta niente “scioni” e niente scarponi, ma tenuta di ordinanza anonima e avversa ai coordinati come da regolamento. Ultimamente sembra sparito, inghiottito da quella ragnatela di scelte che vorrebbero orientare la vita di ciascun essere umano, ma, la cosa non mi preoccupa, perché, se ricordo bene gliel’ho sentito ripetere più di una volta: “non ti preoccupare……di niente, perché ogni piccola cosa poi andrà bene. Non ti preoccupare…… di niente, perché ogni piccola cosa poi andrà bene……”

Liberi di…

MonQuando un alpinista muore – e non mi riferisco al classico idiota impreparato che scommette la vita propria e altrui semplicemente per giocare con mortifere pendenze – penso a quando un uomo, che ha dedicato tutta l’esistenza a sfidare vette e pareti inaccessibili, semplicemente paga il rifiuto impietoso che la montagna a volte impone a chi tenta di conquistarla, se poteste guardare nella sua mente, quale pensate sarebbe l’ultimo ricordo indelebile che trovereste? Il rimorso e la paura per l’ultimo piede messo in fallo o la gioia e la felicità per quello conficcato sull’ultimo punto saldo? Io non ho dubbi a riguardo e sono convinto che anche dovesse esserci l’ombra di un rimpianto, sarebbe solo per la vetta che non riuscirà mai più a conquistare.
Ogni sport ha le sue montagne. E sono più o meno alte, più o meno pericolose, più o meno rischiose; per chi la conosce, la distinzione tra questi due aggettivi, nel mondo governato dal sudore, spesso sbiadisce. E ogni sportivo vero, dentro di se, ha un piccolo grande alpinista, pronto a sacrificare ogni cosa pur di provare a fare un passo oltre il limite, per scoprire se c’è davvero il vuoto o un nuovo mondo che aspetta unicamente di essere esplorato. Perché la sua vita è tutta lì, schiacciata a ridosso di quel confine che separa logica da passione, protetto da esposto. Il vero vuoto non è oltre, ma prima, nel piattume di una vita non spesa ma accantonata, non giocata ma decisa a tavolino. Ogni nave sa che una tempesta la può sempre affondare, ma solo in porto potrà essere smantellata.
La maggior parte della gente però non lo capisce veramente. Parla e scrive frasi da battaglia come se lo capisse, ma poi non fa l’unica cosa che conta, non agisce. Medici, ricercatori, esperti di ogni genere inoltre hanno un’opinione da gettare in questo mare d’idee e giudizi dove noi nuotiamo, e dove la maggior parte di loro non ha mai fatto, neppure, una piccola bracciata. Puntano il dito contro percorsi di gara e tracciati cardiaci, contro carichi eccessivi e movimenti ripetuti; che senso ha rischiare la salute, e a volte addirittura la vita, per inseguire un pallone, un traguardo, una cima? Ne vale realmente la pena? Se pongono questo semplice quesito, inutile impegnarsi, non capirebbero la ancora più semplice risposta.
Però gli faccio io una domanda? Chi molla tutto e parte, non rischia anch’egli forse la vita per qualcosa che neppure conosce? Forse non con un senso terminale, ma se sul piatto c’è tutto quello che ha, la posta non è forse la stessa? Indietro non si torna, si sa. Il tempo, infatti, scorre in una e in una sola direzione. Eppure in questo caso molti meno si scandalizzano, anzi alcuni plaudono al coraggio. Per non parlare poi di tutti quelli che hanno scarificato tanto, se non tutto, per la musica, l’arte, la scienza. Oggi sono riveriti e studiati nei libri di storia, ma se Michelangelo non avesse dipinto la Cappella Sistina, perché convinto che gli avrebbe rovinato la schiena, o se Beethoven avesse abbandonato gli spartiti, perché persuaso che avrebbero anticipato la sua cecità, oggi non avremmo perso tutti qualcosa? Certo un pianoforte non è una bicicletta e un affresco non è una pista d’atletica, e le grandi opere, quelle almeno ci sono state tramandate, però a me piace pensare che quando questi uomini le hanno immaginate, non l’hanno fatto tanto per gli altri, quanto per loro stessi, per realizzare qualcosa che oggi appare grande agli occhi di tutti, ma che allora forse appariva davvero tale solo ai loro.
Noi non aspiriamo a tanto e non chiediamo poi molto, solamente lasciateci liberi di dipingere e pedalare, comporre e nuotare, scrivere e correre, studiare e giocare. Se poi volete giudicare la destinazione, fate pure, noi ci accontentiamo di goderci il viaggio. Il prezzo del biglietto, anche se salato, lo sappiamo, lo paghiamo volentieri. È la nostra vita, il nostro corpo, non ce ne ridanno indietro un altro se aspettiamo all’ultimo a restituirlo o se alla fine lo consegniamo in perfette condizioni.
Io personalmente non mi preoccupo molto, visto che vivo a pian terreno, soffro tremendamente di vertigini e scio come un tranviere in pensione; rischio la vita solamente per sopravvivere, ogni giorno, come tutti del resto. Tuttavia, se mai nel mio piccolo, un giorno dovessi cadere alle prese con le mie modeste ascese, non disperate per me, ma pensate solo che ho imparato a volare.

adidas Tight adizero Sprintweb

SprintwebFacciamo conoscenza…

I pantaloni aderenti adizero Sprintweb di adidas – http://www.adidas.it/tight-corti-adizero-sprintweb/ – sono uno dei pochi articoli dell’azienda tedesca, specifici per la corsa e allo stesso tempo con funzione contentiva a tentare di accompagnare i vostri sforzi muscolari fuori dalle amate mura domestiche – non servono infatti in bagno o in camera da letto.
La tecnologia utilizzata è il Techfit, un intreccio di tessuto e strisce gommate che, una volta indossato, dovrebbe ricalcare la struttura della muscolatura supportandola nei movimenti. Non provate però a praticarvi una laparoscopia in loco per verificare se è vero, perché non credo che, in caso d’incongruenze, qualcuno del marchio con le tre strisce vi rimborserebbe la scoperta.
Il resto del capo invece garantisce la traspirabilità grazie al Climacool, che non è il motto hippy di qualche setta ambientalista, ma un sistema tecnologico di evaporazione del sudore che magari non trasformerà un corridore in un mazzo di fiori di campo, ma dovrebbe evitare che sublimi prima di arrivare al traguardo. Neanche a dirlo quindi, che questo capo è destinato a un uso quasi esclusivamente estivo, che però non si estende fino a feste e aperitivi sulla spiaggia.
A un prezzo di 65 iuri è disponibile nella accoppiata nero rossa per la versione maschile – se siete interisti già qui interromperete ogni velleità di acquisto – e nero rosa per quella destinata al gentil sesso – se siete sposati qui farete una faccia perplessa – in taglie che vanno dalla XS alla 2XL, quest’ultima per quelli che più che supportare la muscolatura, hanno bisogno di supportare tutto il resto, compreso forse anche un supporto psicologico – non fornito insieme all’articolo.

Perché far girare l’economia…

  • Perché se siete tra quelli che vorrebbero l’immagine figa e sfilante dell’aderenza, ma non sopportano le costrizioni in zona ricreativa, quest’articolo vi soddisferà grazie alla sua estrema leggerezza e comodità.
  • Perché la traspirabilità è notevole e, se non avete nostalgia dell’allegro chirurgo, il Techfit è una tecnologia che potrebbe anche convincervi di fare la differenza.
  • Perché se avete una Mercedes, tifate Bayern Monaco e vostro figlio lo avete chiamato Karl-Heinz non potete non tenere nell’armadio un altro ritrovato tecnologico tedesco.

…e perché rinfoderare la carta di credito.

  • Perché per un blasone che sull’abbigliamento tecnico da corsa ha ancora parecchia strada da macinare, costicchia un po’ troppo.
  • Perché anche se i super eroi non passano mai di moda e alle elementari il costume da Uomo Ragno era da vera cartola, adesso, se ve ne andare in giro con le mutande sopra i pantaloni, la gente non penserà necessariamente che siate Superman.
  • Perché la grande traspirabilità penalizza la resistenza dando l’impressione che non sarà un pantaloncino destinato a essere tramandato ai nipoti.

Ai posteri l’ardua sentenza

Facendo un bilancio, in una scala da 1 a 10, dove 1 è la braga da corsa che i maruechi vendono in spiaggia a Castellammare di Stabia e 10 è il pantalone aderente con dentro le chiappe di Belen Rodriguez – e quando lo compri ti porti a casa anche tutto il resto – questo capo direi raggiunge un dignitosissimo 6, quasi scolastico. Quindi se, fanga ammortizzata ai piedi, vi collocate nella categoria dal mezzo atleta in su e quando si parla di tre strisce non pensate “manega de drugàt”, vi suggerisco di premiare adidas perché perseveri nei suoi sforzi tecnologici e di procedere all’acquisto. Se invece il vostro armadio è un tempio Shàolín e n ammettete nessun capo a contenuto tecnico inferiore allo Sputnik – e nel caso succeda trattasi di articolo usa e getta che non rilavate neppure – allora tenete serrato il portafoglio per inseguire più avveniristiche frontiere. Come sempre però non v’illudete: non è mai la freccia, è sempre l’indiano. Buona Fortuna.