Archivio mensile:novembre 2014

Ripresa Lavoro Estensivo Aerobico Facile: Week2/5

Seconda settimana a Err’s kitchen, la cucina di coach Err, e c’è già profumo di fatica. Prime esperienze di nuoto oltre quota tremila con qualche esercizio un po’ “bondage”, inclusa quella tremenda sensazione di soffocamento, che a qualcuno piace pure. Corse ancora leggere, cicli mulino da rispettare e un circuito di palestra chiamato easy che però suona come un serial killer che di cognome fa Pacifico.

Lunedi: H2O

Lunedì si comincia col nuoto e quando in un intero giorno c’è da fare solo, e dico solo, un nuoto, bisogna già partire preoccupati.

Riscaldamento: 400m

Allenamento: 200m ga a piacere – 6x75m con vasca centrale respirazione ogni 5 rec 10” – 12x50m sl progressivo da 1 a 4 rec 15” – 6x100m sl lento rec 20” – 3x200m sl in negativo (secondo 100 più veloce del 1°) rec 30”

Defaticamento: 200m

Martedì: Palestra Percorso Easy

Primo approccio a macchine e strumenti che prima si pensava fossero solo di dominio di tronisti e shampiste della circonvallazione interna. L’attuale competenza con la fitball è inferiore solo a quella con la pentola a pressione. Programma easy di nome, ma non di fatto.

Riscaldamento: 10’ corsa lenta

Allenamento: 3x (1×8 Mezzo Squat + 1×6 Leg Extension + 1×8 Leg Curl + 1×10 Leg Press + 1×10 Multi Hip Avanti + 1×10 Multi Hip Dietro + 2×2’ Corsa Ritmo Sostenuto rec 1’ da fermo) – 3x (1’ Core Statico Posizione Prona + 1×6 Addominali con Fitball Prono + 1’ Core Statico Destra + 1×10 Addominali con Fitball Supino + 1’ Core Statico Sinistra + 1×10 Hyperextension + 2×2’ Corsa Ritmo Sostenuto rec 1’ da fermo)

Defaticamento: direttamente in doccia

Mercoledì: Doppio Run e Bike

Si parte al mattino con corsetta al famoso ritmo lento lentissimo e pioggia di accompagnamento che fa sempre bene, poi si chiude nella serata, dopo giornata frantuma maroni, con un Lemond però senza troppi drammi.

Run prevede:

Riscaldamento/Allenamento/Defaticamento: A digiuno: 35′ facile, facile – 15′ con 5 variazioni da 20″ aumentando velocità e frequenza passo (inserire le variazioni ogni 2’/3′)

Bike prevede:

Riscaldamento: 10’

Allenamento: 3x (2’ medio a rpm libera + 1’ facile) – 4x (1’ solo gamba destra + 1’ solo sinistra + 1’ facile) – 5’ facili – 4x (1’ massimo rapporto + 1’ facile)

Defaticamento: 10’

Giovedì: Doppio H2O e Bike

S’inizia a pranzo, correndo in piscina come un clandestino messicano che scatta a guadare il Rio Grande per espatriare. Se vuoi salire su questa giostra tuttavia, il tempo diventa il bene supremo. La sera termina la giornata con un Lemond comunque da rispettare.

H2O prevede:

Riscaldamento: 300m

Allenamento: 200m ga senza tavola – 6x50m sl pb rec 10” – 12x25m sl (2 tecnica + 1 lento + 1 forte) rec 15” – 3x ( 4x100m sl: 1° serie pb e laccio rec 20” + 2° serie pb respirazione ogni 5 rec 20” + 3° serie sl veloce rec 30” + 1’ rec tra le serie) – 200m lento – 400m pb e palette

Defaticamento: in macchina mentre si torna in ufficio

Bike prevede:

Riscaldamento: 10’

Allenamento: 3x (2’ progressione + 1’ facile + 1’ max rapporto + 1’ facile) – 5’ facile – 3x (1’ gamba dx rapporto agile + 1’ normale + 1’ gamba sx rapporto agile + 1’ normale)

Defaticamento: 5’

Venerdì: Riposo

Camera iperbarica e brodino.

Sabato: Run

Oggi la tabella dice uscita in bici, ma siccome piove e siamo degli inguaribili ottimisti, speriamo che domani migliori e si anticipa la corsa della domenica.

Riscaldamento/Allenamento/Defaticamento: 60’/70′ lento di costruzione senza esagerare!!!!

Domenica: Bike

Chi visse sperano morì sul Lemond, recita un vecchio proverbio, così ecco che piove peggio di ieri e al posto di 2h e 30’ minuti di bucolica scampagnata, scatta un ciclo mulino punitivo davanti alla televisione con sky che per l’occasione ha in programma solo film sbriciola testicoli.

Riscaldamento/Allenamento/Defaticamento: Uscita facile facile max 2h30′ percorso a piacere o, se siete degli ottimisti, Lemond 1h45′

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Partenze

Un giorno alle ferie! Attese? Non tanto quanto vorrei. Meritate? Non lo so, non m’interessa, meriti e soddisfazione non vanno mai di pari passo, a volte allungano i primi, ogni tanto si stacca la seconda, però non si perdono mai di vista come leader di classifica intenzionati a transitare per primi sul traguardo. Che brutta parola poi ferie, è fredda e metallica, t’invecchia di dieci anni in un solo alito. Preferisco vacanze! Si ecco vacanze, una parola leggera, un suono che richiama giornate corte e notti lunghe, oppure il contrario, non fa niente, comunque promette giorni di totale serenità. Mi aspettano docili montagne prima, travestite da colline, ma col cuore ricolmo di serena desolazione. Poi mare, barca, una rotta che non conosco, più per ignoranza che per spirito d’avventura, e nel mentre tanto tempo per pensare, forse troppo, visto che i pensieri son pochi, pericolosi, così pensati da risultare consumati e scivolosi; e spesso capita di cadere sui propri pensieri. La voglia di lavorare si è portata avanti ed è rimasta venerdì scorso al casello della barriera dell’autostrada di ritorno dal weekend. È lì che aspetta il mio ritorno sicura che, alla fine, ripasserò perché, alla fine, ripassiamo sempre. E’ solo una sbandata, medito tra me e me.
“È una cosa irrealizzabile, impossibile”, bofonchia il me più saggio con burbera sicurezza.
“Improbabile, non impossibile”, gli fa eco candidamente l’altro me. “Il primo aggettivo è caratteristica intrinseca delle cose, mentre il secondo è solo un fastidioso limite dipinto dall’umano modo di ragionare. Smettila di credere all’impossibile, ma inizia a credere all’improbabile.”
La realtà è che mai avrei immaginato di pensare una simile bestemmia, ma ho due settimane di vacanza davanti e desidero con tutto me stesso che passino il più in fretta possibile. I due me sospirano scoraggiati.
Squilla il telefono e mi tocca rispondere. Alzo la cornetta e, osservando il display, gioco d’anticipo, esclamando: ”Pronti, ciao Sam, non mi starai mica chiamando per le fatture degli orologi che ho comprato?”
“Ah, perché hai delle fatture non pagate? Non ci siamo!” Dice sghignazzando.
“Ma come? C’è gente che ci deve più soldi dell’intero centro Africa, e vieni a battere cassa proprio da me. Vabbè, pagherò, prima che me li trattengano dallo stipendio. Conoscendo la precisione con cui fanno i calcoli da queste parti, non vorrei gli scappasse uno zero di troppo.”
“Ce la vediamo la cerimonia di Aperture delle Olimpiadi? Il collegamento è all’una e mezza.” Mi chiede allegro dall’altro capo della cornetta.
“Figo”, rispondo io “ci infiliamo in una sala riunioni col televisore.” Poi gli chiedo: “Cosa facciamo per pranzo? Ci facciamo portare un kebab?”
“Volentieri, intanto sento gli altri, a dopo.” Poi chiude la conversazione.
Subito dopo però, batto sulla tastiera uno speranzoso: “T’interessa cerimonia di apertura delle Olimpiadi e kebab incorporato?”
La finestra di Skype s’illumina. Capelli ramati, occhi grandi che si strizzano quando mi sorride: “Perché no!”
“Se vuoi, dillo anche a qualcuno dei tuoi.” Digito nuovamente.
Alla fine, dopo un po’ di serrate trattative, alzo il telefono e ordino una decina di finte piadine turche al mio “kebabbaro” di fiducia.
“Senza cipolla mi raccomando!” Dico mentre attacco il ricevitore.

Sullo schermo un numero imprecisato di Cinesi batte tamburi luminosi con una coordinazione vertiginosa. Il gioco di luci che attraversa lo stadio in lungo e in largo è talmente complicato e veloce che si fa fatica a stargli dietro.
“Dove vai in vacanza?” Le chiedo, tra un fuoco d’artificio e l’altro.
“Andiamo in Sardegna!”
“Ma dai! Anch’io. Faccio un giro in barca. Prima una settimana in Scozia però, poi salpiamo.”
“Dicono sia molto bella da girare in barca, noi ci muoveremo in macchina, ma partiamo domani e stiamo sette giorni.”
Facendo due rapidi calcoli direi che il lontano rischio di incrociarsi avrà vita poco più di una manciata d’ore; non so se sperarlo, oppure se desiderare con tutto me stesso che non accada. Magari però se la vedo, non da sola, mi metto finalmente l’anima in pace. È solo una sbandata, ripenso con decisione. La mia anima sentendosi tirata in mezzo replica: “In pace io? Vuoi fare a pugni?”
Il pomeriggio prima di andare in ferie è utile come una bicicletta con ruote rettangolari. L’unica cosa da fare è ascoltare un po’ di musica e farsi un giretto per passare il tempo e salutare persone che non vedrai per, addirittura, due settimane. Questa dei saluti poi, è una cosa di cui non mi capaciterò mai. A parte che ci sono soggetti che farei a meno di rivedere in assoluto, ma ci sono anche altri colleghi che passo comunque settimane senza avere davanti, senza che debba esserci per forza una vacanza di mezzo. Tuttavia siamo un paese che si è costruito sulle tradizioni e sulle consuetudini ed io non mi sento ancora abbastanza forte da essere una variabile impazzita in controtendenza a tutto questo. Così mi adeguo e, passando dal reparto marketing, guadagno anche una spugna da mare che stanno smaltendo non ha capito bene perché. Ormai mancano pochi minuti. Le mando un saluto via mail e scappo, è ora di ritornare sulla retta via. Ma mentre lo penso con dubbia convinzione, lampeggia lo schermo, è lei: “Io sto uscendo, vieni anche tu?”
“Certo!” Digito subito io, complimentandomi l’istante dopo con me stesso per aver tenuto duro più di un secondo e mezzo.
Ci incontriamo davanti all’ascensore.
“Bello l’asciugamano,” fa cenno lei.
“Tieni!” Le rispondo porgendoglielo. “Tanto a me non serve!”
“Ma no dai!”
“No, tienilo!” Insisto io.
Capelli ramati, strizza gli occhi e mi regala un sorriso mentre lo prende. Ottimo baratto, penso con soddisfazione. Davanti alle vetrate della reception ci sfioriamo le guance come fanno gli amici quando s’incontrano, o si separano. Lei slega la bici, io la moto. Ci scambiamo saluti e auguri praticamente identici. Sono in vacanza finalmente. Sono in vacanza purtroppo.
In Agosto la città si svuota lasciando a protezione solo un esercito di luccicanti soldatini senza alternative. Anni fa però, ci si trovava di fronte uno scenario molto più inquietante. In giro s’incontrava una desolazione degna dei film catastrofici anni ottanta, una malinconica solitudine che faceva di tutto per scassinarti il cuore. Ora la situazione è un po’ migliorata. Qualche negozio che vende beni di prima necessità resta aperto, e in una città come questa, fortunatamente, il concetto di prima necessità è piuttosto allargato. Il mio appartamento, al prestigioso piano terra di una via tremendamente storta, mi accoglie con un calore commovente. Il suo però non è attaccamento all’inquilino, ma semplice fisica, qualcosa che alle lezioni di termodinamica mi hanno sicuramente spiegato, ma che ho altrettanto certamente rimosso. Io e l’aria condizionata poi non andiamo molto d’accordo, quindi l’ho già da qualche tempo sfrattata. Mi cambio per fare ginnastica. Duecento flessioni e un migliaio di addominali dovrebbero essere in grado di scacciar via l’amaro e riportarmi in bocca il dolce sapore della libertà. Vibra il cellulare e arriva un messaggio, un numero che non conosco scrive: “Tu cosa fai, quando vuoi startene in pace?”
Rispondo d’istinto: “Me ne vado a correre fino a quando mi reggono le gambe. Ma tu chi sei?”
Nessun segnale di vita. Allora comincio la mia solita devastante sessione di tortura. Cinquanta minuti dopo sono un lago di sudore. Le mani tremano e mi scivolano sugli ultimi piegamenti realizzati di puri denti. Non sto più sollevando me stesso, ma è come se spingessi lontano l’intero pianeta. Lungo il braccio sinistro, una vena minaccia di esplodere. Sento le spalle indolenzite e la schiena rigida. Il cellulare vibra di nuovo: “Ho già messo le scarpe da corsa in valigia, a presto!” E poi il suo nome. Capelli ramati, occhi grandi che si strizzano quando mi sorride.
Sotto la doccia faccio già i conti su quanto manchi al momento di rientrare. Sono poche le circostanze in cui si ha questa possibilità; la possibilità di conoscere la fine prima ancora di sfiorare l’inizio. In molti altri casi sapere prima il finale ci impedirebbe probabilmente di dire, di fare, di provare, invece non ci si stanca mai di viaggiare, difficilmente si rinuncia a partire.
Non so bene dove mi porti tutto questo, quello che so è che qualcosa è cambiato, che il mondo, il mio mondo, ha accelerato, è schizzato in avanti trascinandomi con sé, perché il mondo, è lapalissiano, non si ferma; quello se ne frega e continua a girare, e quando proviamo a spingerlo perché va troppo piano, si può sudare quanto si vuole ma non c’è verso di farlo ruotare più veloce, mentre quando ci fermiamo, sperando che rallenti e che ci aspetti, quello ci trascina via. E il motivo è semplice, finché respiri, dal mondo, dal tuo mondo, non puoi scendere, quindi l’unica cosa che resta da fare è imparare a stare al passo, è imparare a stare al mondo.

Ripresa Lavoro Estensivo Aerobico Facile: Week1/5

Prima settimana a Err’s kitchen, la cucina di coach Err. Si inizia piano, perché la strada è lunga, piena di pericoli e l’inverno sta arrivando. Però non ci sono scorciatoie, se vuoi costruire una capanna ti basta tirar su dei muri e metterci un tetto, ma se il tuo obiettivo è un palazzo, o una torre, la prima cosa che devi fare è cominciare a scavare. Scendere per poi risalire, perché c’è una sola cosa che è impossibile cambiare in ogni piccola o grande costruzione, le fondamenta. Citando Mickey dei Goonies: “Tutto comincia da qui.”

Lunedi – Giovedì: H2O

Lunedì e Giovedì si nuota. Tornare in acqua dopo due mesi di lontananza è peggio del passaggio tra ora legale e solare. Il piatto del giorno prevede:

Riscaldamento: 400m sl

Allenamento: 400m sl pb facile – 12x50m (1 do + 1 do + 1 sl alternato con pausa in avanti + 1 sl rec 10”) – 6x100m sl fatto bene rec 15” – 4x50m sl alta frequenza rec 10” – 200m sl massima ampiezza di bracciata

Defaticamento: 100m sl

Martedì – Venerdì: Run

Corsette easy, un toccasana al mattino prima si andare a farsi frantumare i maroni dietro a qualche stramaledetto foglio di calcolo.

Riscaldamento/Allenamento/Defaticamento: 50’ facili avendo il tempo di vedere anche se c’è qualche ragazza carina che si allena di prima mattina che non guasta mai.

Sabato: Bike

Weekend come tutti sanno si pedala e se c’è il sole, come tutti sanno, si piscia il Lemond e si esce a godersi un po’ d’inestimabile libertà.

Riscaldamento/Allenamento/Defaticamento: 2h facili con un po’ di profumo di campagna prima e, se rientrate da via Novara, puttan tour dopo.

Mercoledì – Domenica: Riposo (?)

Ebbene si, coach Err concede anche del riposo, ma siccome la domenica l’unico caso di riposo meritato della storia riguarda uno che gli altri sei giorni ha creato il mondo, si preveda una seduta di addominali e flessioni mattutina per evitare che tutto questo lavoro aerobico costringa anche a rifarsi il guardaroba.

Supereroi contro le forze del male

Prima di essere infilzato, mi ricordo che lo spietato Bill diceva che Superman è l’unico vero supereroe, perché si deve mettere una maschera per sembrare una persona normale e non viceversa, come fanno tutti gli altri eroi mascherati. Superman è prima di tutto Superman, Clark Kent è solo il suo travestimento, la critica personificata che Superman fa all’umanità. Andando avanti mi rendo conto che anche noi in realtà nasciamo come Superman e poi ci troviamo a vivere come Clark Kent, lentamente, inesorabilmente, senza rendercene conto; è un destino da cui non sembra esserci possibilità di fuga. La super forza, l’invulnerabilità e la capacità di volare, uniti a quella fiducia in quei valori assoluti, così chiari e cristallini da risultare banali, un giorno ci abbandonano come fossero prestiti da dover restituire una volta cresciuti. Inforchiamo gli occhiali, ci vestiamo di elegante anonimato e poi via, a fare gli eroi digitali, dandoci da fare per salvare solo la nostra società, qualunque nome essa abbia. Siamo fumetti al contrario che ripercorrono a ritroso storie fantastiche, alpinisti concepiti in vetta che poi si estenuano fino alla morte solo per scendere a valle.
Sono reduce dal ruolo di testimone al matrimonio di Phil e Mary. Phil ed io eravamo alle scuole elementari insieme, poi anche alle medie, quindi le nostre strade si sono un po’ divise, ma noi siamo restati amici, ottimi amici. Phil è uno che c’è. Quando hai bisogno di lui, quando non ne hai, lui c’è, senza darti mai la minima impressione che questo gli costi qualcosa. È un amico che riempie questa parola del suo significato più bello. Quanto lui poi è un tipo tranquillo, tanto sua moglie è un personaggio scatenato. Mary è una forza della natura. Un carro armato che ha sposato un aquilone. Se fosse stata una persona famosa oltre oceano, gli americani non avrebbero chiamato Katrina l’uragano che ha distrutto New Orleans. Di fianco a me sull’altare c’era anche la cugina dello sposo, un discreto tocco di “gnocca” con fidanzato ingessato al seguito però. E poi c’era Alex. Alexander è il terzo membro del nostro antico trio di amici d’infanzia. Solo qualche settimana prima io, e lo stesso che in quel giorno stava recitando promesse, trasudando come une pecora, eravamo stati testimoni anche al suo matrimonio. È uno molto in gamba, uno che nella vita sa farsi strada e farsi voler bene contemporaneamente, il che è una dote molto rara. Alex è l’amico cui pensi, quando vedi tutto nero. Immagini come si comporterebbe lui e allora ritrovi le forze e reagisci. Vive a Hong Kong da qualche anno e di recente sono anche andato a trovarlo.
L’ex possedimento britannico è una città dallo skyline vertiginoso e la natura lussureggiante, un luogo, dove oriente e occidente si mischiano e poi si separano come Vodka e Martini, agitati non mescolati, come amanti indissolubili e maledetti. Alex mi ha fatto conoscere le bellezze del posto, i suoi piccoli e grandi segreti, cercando anche un paio di volte di mettere fine alle nostre vite in qualche avventurosa scampagnata sulle pareti roventi di uno dei tanti monti che si tuffano senza attenzioni verso il mare. Il vecchietto, con costume ascellare, di un paesino senza nome immerso nella giungla, che ci vede arrivare a più di duecento metri, dopo una camminata di tre ore a trenta gradi sotto il sole con l’acqua finita, e che ci grida sdentato “cold water” rimarrà per sempre uno dei miei ricordi più indimenticabili. Per una settimana abbiamo quindi brindato, ballato, cantato e molestato pazienti tassisti in preda ai fumi di tutto ciò. Ho avuto l’ennesima prova che se l’alba segna il momento di andare a dormire, la notte, quando il sole sta già sorgendo, non potrà essere che serena. E poi con lui, come sempre, si è parlato e riparlato un sacco. Chiacchieriamo di tutto io e Alex: di sogni e di realtà, del passato, del presente e del futuro. Ci raccontiamo delle nostre battaglie, di quelle vinte, di quelle perse e soprattutto di quelle che troppe volte crediamo di aver confuso con la guerra, anche se penso nessuno dei due abbia ancora deciso bene se la guerra poi esiste veramente o se non sia invece solo un nome per chiamare la paura della battaglia che ancora non si è dovuta combattere. Quando sono con lui, ritrovo definitivamente la voglia di divertirmi, quel bisogno assoluto di distrazione che spesso dimentico in un cassetto sotto pile di dubbi, paure e doveri. Credo sia vero che un uomo solo che guarda un muro è un uomo solo. Ma due uomini che guardano lo stesso muro sono il principio di un’evasione. L’unica cosa che non mi piace dei periodi che passiamo insieme è che quando terminano avverto il peso della separazione, la medesima sensazione di chi sotto le coperte ha sentito il suono della sveglia ed è costretto ad alzarsi.
Riemergendo da questo fiume di ricordi, devo ammettere che la cerimonia è stata davvero bella, ma non avevo dubbi che lo sarebbe stata, quando si sposano persone cui vuoi bene, viene sempre fuori una cosa bella. Personalmente ho mangiato come un senza tetto, bevuto come un minatore e sudato come uno che ha partecipato alla Marathon Des Sables, tanto che non sono arrivato alle proverbiali sette camicie, ma alla terza letteralmente sì. Mi sono anche concesso un lungo bacio alcolico con una vecchia amica, perennemente non accoppiata, come me. È stato un goffo tentativo di uscire dalla buca, dimenticandomi purtroppo che dalla buca non si esce con le mani, dalla buca non si esce con le unghie, ma dalla buca si esce con la testa. A tarda notte ho infine festeggiato il mio compleanno, stretto nell’abbraccio dei miei più veri amici, vivendo un momento decisamente emozionante.
Man mano che divento grande, e un poco vecchio, ho sempre più spesso l’impressione che gli anni che passano non siano scanditi tanto da ogni inevitabile compimento, quanto da eventi inaspettati e particolarmente appassionanti che segnano la vita, come trepidanti cicatrici sulla pelle del tempo, segni che non si contano, ma si accarezzano soltanto. Così più che ventotto, penso che siano passati dieci anni da quando ho preso la patente, quattro da quando ho iniziato a lavorare, due dagli ultimi campionati del mondo e da quando ho comprato la mia tinozza galleggiante, e poi di cose ce ne sarebbero all’infinito, tanti quanti i pensieri che mi sfiorano la mente, almeno quelli che conservo; ma non ventotto, non ventotto anni da quando sono nato. Certamente quello che siamo lo dobbiamo a ogni singolo istante che abbiamo vissuto in passato, eppure non riesco ad abbandonare l’idea che gli ultimi giorni, al massimo mesi, siano i veri registi della parte che ciascuno di noi finisce per interpretare nel suo presente, quando interpreta se stesso. Segno balordo comunque quello di coloro che sono nati tra le braccia di Luglio. Non brutto, ma balordo, perché si percepisce tanto e si comunica poco, diventando pigiati vortici di vorrei ma non posso e potrei ma non voglio. Ci capita di smarrire spesso la bussola e, quando la ritroviamo, più la guardiamo più ci convinciamo che non funzioni, che si sia rotta. Così finiamo per vagare senza una meta e forse, dentro di noi, non ci interessa neppure averla. “Sono un cane che insegue le auto, se le prendessi, non saprei che farmene.” Diceva il Jocker al Cavaliere Oscuro, e lui sicuramente era un cancro. Solo la notte, quando allungo sul materasso un braccio dolorante per sgranchirlo, vorrei non trovare sempre e solo la sagoma del telecomando o del telefonino, lasciati lì con un po’ troppa generosità. Su questo però, mi sembra che l’universo si mantenga equo, e chi non ha mai creduto alle favole, non può pretendere che qualcuno ne abbia scritta una apposta per lui. La felicità ha un difettaccio, che ti rendi conto che c’era solo quando non c’è più. Però forse ti salva il fatto che questo in realtà è un paradosso, perché se una cosa ti accorgi che c’era solo quando non c’è più, stai ammettendo che mentre ci pensi non sai se c’è e quindi a dire il vero non sai neanche se non c’è, ergo non sai se c’era e quindi alla fine non ci capisci più un cazzo e smetti di porti il problema. Però, in tutto questo solitario trambusto, una cosa l’ho capita, l’amore, per sua natura, è anche lui senza dubbio un cancro, anche se questa definizione può essere soggetta a interpretazioni.

Ormai la vedo spesso, tutti i giorni direi, anche solo per un sorriso. E se non ci vediamo, ci scambiamo comunque spensierate mail o qualche innocente frase su Skype. Per una misteriosa sincronia, ogni volta che io lego la moto, lei sta arrivando. Capelli ramati, occhi grandi che si strizzano quando mi sorride. Anche oggi iniziamo la giornata con un caffè insieme. A quest’ora del mattino, sono ancora poche le entità animate. Sul mio piano c’è una saletta con i distributori automatici. La usano quelli che non hanno voglia di uscire e andare fino al bar. Un po’ di rassegna stampa è sparsa in giro per concedersi un attimo di svago. C’è un tavolino tondo, di quelli stretti e alti dove stai in piedi e ti appoggi. Lei beve da una tazza dove c’è annegata dentro una bustina misteriosa, io sopporto il solito rancido intruglio zuccherato a base di caffeina.
“Che cosa fai questo week end?” Le dico pensando che potrei anche solo stare lì a guardarla, come un bambino che fissa imbambolato la vetrina di un negozio di giocattoli. Quando non è una mesta condanna però, il silenzio è un traguardo difficile da raggiungere. Così invece mi concedo un po’ di banale conversazione.
“Vado in montagna che ci sono i miei con mia sorella, tu?” Mi risponde.
“Vado al mare.” Replico io.
E Appena posso effettivamente ci vado sempre. Al mare, dico. Per me è come una seconda casa, nonostante lo consideri allo stesso tempo un luogo assurdo, tanto bello quanto fastidioso, come una donna bellissima che non riuscirò mai ad amare completamente, ma che forse non riuscirò neppure mai a non desiderare un pochino. Le spiagge sono inesistenti e per le strade è facile confondere le persone con manichini alla moda, uomini e donne che giocano a nascondere la loro vera età, diventando statue che mai ne hanno avuta una e mai ce l’avranno. Il tempo non cambia gli esseri umani però, li svela soltanto. Io però ci ritrovo anche gli amici di sempre, quelli che ci saranno sempre, e il mio Campino, quella tavolata di liscio asfalto che tratta allo stesso modo quelli che sarebbero capaci di buttarsi per salvare il mondo e quelli che si gettano per recuperare una solamente una possibile palla persa. E poi c’è il mio Garpez. In realtà all’inizio ci sono state parecchie discussioni su come battezzarlo. Ne sono venute fuori di ogni, tra me e i miei altri due soci. Anagrammi con i nostri nomi o soprannomi mischiati, appellativi da caserma, riferimenti a squadre o a giocatori di pallacanestro di ogni epoca. Solo che abbiamo fedi inconciliabili, così alla fine abbiamo optato per un omaggio erudito all’immortale capolavoro di Aldo, Giovanni e Giacomo. Il nostro gozzo però non è una merda, è solo un Garpez.
Come ogni giorno, a un certo punto della conversazione ci raggiunge anche Sam, che lavora in contabilità cliente e si occupa di riscossione crediti. È un’altra discreta portinaia e ha una passione sfegatata per l’automobilismo. Se gli inneschi la manovella, parte e non si ferma più. Per sfotterlo gli altri ragazzi dicono che ogni volta che deve chiamare un cliente per sollecitarne un pagamento, quello messo alle strette rilancia: “E la Ferrari?” Per Sam completare quell’incipit è una tentazione paragonabile solo a quella che aveva Roger Rabbit di completare il jingle: “Ammazza la vecchiaaaa.” Mi scappa sempre un sorriso quando penso alla filippica che ne deriva, però rimane un buono, ed io i buoni li rispetto.
Il prossimo gran premio tuttavia è ancora lontano, allora discutiamo della situazione aziendale, delle vendite che calano, del magazzino che sale, e del fatto che c’è fumo all’orizzonte e nessuno sembra chiedersi se sia solo nebbia o se qualcosa stia veramente incominciando a bruciare. L’aumento della densità demografica della stanza ci convince, però, ad andarcene. Sam ci saluta. Ad un incrocio un perfido “ciao” ci separa, io tiro dritto verso i miei bastioni, lei svolta a destra verso la sua torre d’avorio. È lì che operano i designer come lei, i cosiddetti creativi, in uno spazio ovattato sospeso tra due piani, tra due mondi, tra domani e dopodomani. Ci sono stato per la prima volta, solo un paio di giorni fa. Ci sono andato per vederla. Ho letto nelle sue frasi un po’ di tensione e ho fatto subito una goffa visita per regalarle la pallina da basket che tenevo sulla scrivania. “Questa la tiri in testa a chi ti fa arrabbiare,” le ho sussurrato, mentre gli altri erano concentrati sui loro disegni. Chi se ne sta lì, infatti, è al sicuro dalla confusione e dalla spazzatura che circola negli altri reparti, dalla rabbia e dal nervosismo, ma anche dalle burle e dall’eccitazione. Lavorano più tranquilli, questo è sicuro, ma ho sempre pensato che il design sia reinventare se stessi negli oggetti che si progettano. Una persona al riparo delle emozioni farà oggetti senza emozioni. Una persona viva, che vive, disegnerà oggetti vivi, destinati a continuare a vivere. Capelli ramati, occhi grandi che si strizzano quando mi sorride. Sono certo disegni cose incantevoli.

Sempiodatati

Terzetto rustico questa mattina a curarsi dell’erba in Sempione

All’aratro Gigi, detto Banderas, perché alla nostra velocità di crociera lui di solito fa colazione.

Al zappa Davidone, detto Zenigata, perché cercava di correre dietro a Gigi.

Decorazioni e irrigazioni RiBelli dello Sport.

Sempioimbolsiti

Terzetto da paiura questa mattina a far la guardia in Sempione.

Alla porta SuperMario Vernazza detto nove mesi per l’agitazione dimostrata di fronte al ritardo.

Al monitor di sorveglianza Davidone detto Munch per l’espressione rilassata e felice alla prima uscita post maratona.

Sicurezza e pronto intervento RiBelli dello Sport

Brothers to the End

NYCM1Corri leggero. Passo, passo, coperta di ghiaccio che mi avvolge, mi scuote e se ne va. Corri leggero. Passo, altro passo, folla che strilla, mi chiama e poi diventa un ricordo. Corri leggero. Passo, ancora un passo, raggio di sole che mi accarezza, afferra l’inverno e se lo porta via. Corri leggero. Non dimenticarti. Corri leggero. È solo un sussurro, un sospiro, un ticchettio ripetuto, ma vorrebbe essere un urlo, un boato, un grido di battaglia. La First Avenue deve avere una fine – so che ce l’ha – ma in questo momento ho paura di non riuscire a scoprire se esiste veramente o è solo l’ennesima, dolorosa, illusione. Sembrano passate un paio di generazioni dalla sveglia, strepito robotico che spacca la notte, la colazione, quel mangiare nervoso cibo che non è più semplice gusto, ma già un carburante, qualcosa che può fare la differenza tra sentire e patire, tra amare e maledire ogni istante che verrà, come succede con ogni scelta sofferta che la vita ci richiede. Poi vestirsi, indossare ogni capo con religiosa determinazione. Maglia, contro maglia, pantalone e contro pantalone, calze e infine scarpe, da controllare con cura amanuense, prima di ricominciare da capo con un nuovo, cerimonioso strato. Stanchezza e tensione si bilanciano perfettamente e m’illudo quasi di non riuscire a sentirle mentre il pullman barcolla tra strade setacciate da un vento partorito chissà a quale altitudine. Anche a quest’ora dove notte e giorno si sfiorano, la città è viva, brilla, eppure nessun altro luogo al mondo mi sembra risplendere sempre e così nel profondo d’inguaribile solitudine. New York è la città inarrestabile, quella che non dorme mai, mi chiedo però se, almeno ogni tanto, chiuda gli occhi e si fermi a sognare.
Del traghetto che ci attende a Battery Park, vedo solo l’ingresso, ma ingurgita un numero impensabile di corpi semoventi, tanto da farmi venire il dubbio che non sia una barca, ma un lungo, interminabile, tunnel sotterraneo che sbuca direttamente a Staten Island. A quel punto comincia il logorio dell’attesa. Attendere tuttavia, segna solo gli spiriti infreddoliti dall’emarginazione, per chi si scalda della compagnia degli amici invece, l’attesa scolpisce ricordi per cui vale la pena aspettare, non importa quanto. Tra essi ci sono anche fragranze che è preferibile non mescolare alla strampalata essenza di questa strana storia, solo una certezza resta immutabile mentre consegno la sacca a dei vecchietti sorridenti che se ne fregano se il polo si è spostato di qualche migliaio di chilometri: il momento più hardcore di questa corsa, che ci crediate o no, si affronta seduti.
Partire è un po’ morire, ha scritto una volta qualcuno, ma si vede che costui non è mai transitato su questa sponda dell’Hudson la prima domenica di Novembre, perché qui la partenza è Natale, il Compleanno, Capodanno e San Valentino tutti insieme. Un attimo di silenzio, dove perfino il vento trattiene il suo lungo, glaciale, respiro, poi spara il cannone e migliaia di cuori partono a battere tutti insieme verso un’unica, lontana, destinazione, cui tuttavia nessuno in quel momento riesce realmente a pensare, forse perché è davvero troppo distante o forse perché quello che conta, ancora una volta, è solamente il viaggio. E la maratona della Grande Mela è veramente un piccolo grande viaggio, fisico e spirituale, prima di tutto attraverso i quartieri e i popoli che abitano la City. Sbarcati da Verrazzano, infatti, si comincia a scivolare attraverso il Queens, tra case e persone chiaramente segnate dalla vita, eppure per un giorno addobbate di grande ed entusiasti-co orgoglio. Poi Brooklyn, dove la strada sale, scende, gira e non concede mai una sosta a gambe e pensieri che insieme cercano faticosamente ancora di prendere il giusto ritmo. Alla fine di questa giostra, ad attendere un popolo d’inermi guerrieri rimbalzanti, c’è lui, il maledetto Queensboro; dal punto di vista tecnico solamente un ponte, sotto il profilo urbanistico due chilometri di metallo e asfalto tetro e silenzioso, ma per ogni runner che anela a diventare un maratoneta, il primo reale momento in cui si sente distintamente il dolce, morbido, richiamo della resa. Se non lo conosci, un po’ ti fa paura, ma se lo hai già incontrato, semplicemente ti terrorizza. Ecco che quando ci entro però, mi dico che oggi non ne voglio sapere, oggi non detono qui, magari dopo e senza appello, ma non adesso, non tra questi tralicci che sembrano un’altra fottuta prigione. Meglio morire da polli, che vivere da conigli. Così allungo il passo, m’inietto nei muscoli l’ultimo gellino e vado alla conquista disperata e implacabile di Manhattan, come un fuggitivo che vede la libertà dinanzi e, tutto ciò che desidera, é poterla afferrare. Sull’isola più famosa del mondo, la prima strada si arrampica dritta e inflessibile verso il Bronx. Il vento rimbalza tra i palazzi, prende velocità come in un flipper e si scaglia contro coloro che, senza corde e moschettoni, cercano comunque di raggiungere la vetta che spunta colorata e sobbalzante sullo sfondo.
Sento i muscoli che bruciano energia più velocemente di quanto in fretta il paesaggio si prenda il disturbo di cambiare. Il corpo diventa sempre più pesante. La gravità esulta sempre più forte, fino a coprire anche i clamori della folla a lato strada. Corri leggero. Inizio a ripetermi. Corri leggero. Il Bronx spunta dietro a una curva, ma è solo una breve, feroce, passerella, che l’energia miracolosa della maratona, per un giorno, rende comunque docile e accogliente. Corri leggero. Ad Harlem i grattacieli sembrano scomparsi o forse sono io che non riesco più a sollevare lo sguardo oltre la linea appannata dell’orizzonte. Corri leggero, non la smetto di dire a me stesso. Ci sono alberi in lontananza. Central Park inizia a respirare insieme a me, ma io purtroppo non ho i suoi polmoni. Corri leggero. Ormai più che una richiesta è una preghiera. Il pacemaker delle tre e quarantacinque che mi sorpassa è la prima pugnalata dritta al cuore. Il quattro che scambio per un cinque sul cartello delle venti e passa miglia assesta poi il secondo, letale, colpo. Corri leggero, imploro con la cadenza di un sospirato “resta con me”. La strada spiove in avanti, poi risale vorti-cosamente. Curva a gomito a destra dove valico un marciapiede che mi sembra il record del mondo di salto in alto. Corri leggero. Ma é troppo tardi, lei ormai se n’è andata. Ecco le tribune però …è fatta! Il tempo non è quello sperato, ma sticazzi, sono troppo felice di estrarre gli aghi che porto conficcati nelle gambe per avere la forza di arrabbiarmi. Attraverso il traguardo. Mi fermo. Mantellina che sembra intessuta solo di buoni sentimenti. Mi ricordavo che, una volta arrivato, facesse un po’ più freddo, penso un secondo prima di cominciare a battere i denti in mo-do incontrollabile.
Mi siedo ad aspettare gli altri. Un fiume argentato mi scorre davanti, lento e tremante. Sembrano le foglie cadute da un albero appartenente a un lontano futuro in uno di quei vecchi film di fanta-scienza dove ancora i computer non facevano niente e la fantasia tutto. Il vento le scuote, le mi-schia e poi se le porta via lungo i viali arruffati del parco. Nessuno si oppone, anzi tutti sembrano sollevati che l’autunno ora li festeggi delicatamente. Il freddo non passa. Anche questa volta ho speso più di quanto possedessi. Mi raggiungono i miei compari d’avventura, fratelli fino in fondo, coloro senza i quali questa sarebbe stata solo una corsa, una vacanza, un viaggio, invece che un inestimabile frammento di vita, invece che un piccolo grande sogno avverato. E la nostra vita non è forse un lungo percorso lastricato di sogni? Alcuni sepolti molto prima di poterli realizzare, altri invece divenuti realtà e quindi delicatamente appoggiati per segnare il nostro passaggio e concederci un minuscolo ma valido appoggio da cui spingerci per fare il passo successivo, perché la strada é sempre più lunga di quanto gioie e dolori continuino a suggerirci e la vita finisce veramente solo quando non abbiamo più sogni si cui puntellarci. Correre leggero? Mi sa proprio che non fa per me. Tuttavia mi rialzo e provo a muovermi. Un passo alla volta, un sogno alla volta, sepolti o posati che siano, da qualche parte devo aver letto che sui propri sogni, leggeri, almeno si riesce a camminare.

Davidone: Tempo 03:56:51 – Voto 8

L’uomo il cui regime alimentare ha ispirato Irene Cara a scrivere la sua famosa hit “Fame”, si pre-senta oltre oceano con scorte mediche e commestibili sufficienti a supportare per un paio di mesi un qualsiasi stato centro africano. La sua strategia di gara prevede ritmo blando accompagnato da dodici gellini, quindici elettroliti, tre ristoranti stellati e un sushi take away. La scelta di quest’ultimo però gli risulterà fatale perché la deviazione nel Midpacking alla ricerca dei California addizionati di potassio e magnesio lo farà ritardare fino a sconfinare oltre il muro delle 3 e 55. Essendo la sua prima maratona e potendo inserire i ristori in nota spese, il Davidone si dichiara comunque molto soddisfatto, anche perché in patria il suo successo viene addirittura esaltato dalla carta stampata, in particolare da Repubblica, e il WWF gli offre di diventare testimonial per la salvaguardia di una famosa specie di volatile a forte rischio di estinzione: il Corrione Biondo. Nome di Battaglia: Napolitano.

Mirko: Tempo 04:04:07 – Voto 7

Il giovane che ormai tutti chiamano Leopardi per le sue note capacità di bere all’Infinito arriva all’appuntamento con la gloria superando non poche difficoltà, non ultime un incastro versione Lego tra i sedili della Emirates per cui per sbarcarlo dovranno smontare buona parte dell’aeromobile e un difficile rapporto con lo stile di guida dei taxisti newyorkesi per cui sulla tratta dal JFK a Manhattan tenterà quattro volte di chiamare il telefono azzurro, anche se la centralinista gli continuerà, stranamente, a passare un noto locale dove suonano esclusivamente musica Blues. In gara parte a un ritmo cui di solito la maggior parte della gente fa la spesa il sabato mattina al supermercato, questa strategia tuttavia gli permetterà di non detonare sulla First Avenue, come molti di quelli con i carelli pieni che lo affiancano in coda, e di aumentare addirittura sul finale quando viene sorpassato da una paratleta sulla carrozzina a cui però la carrozzina è stata rubata. Nome di Battaglia: Giacomino.

Giuliacci: Tempo 03:46:44 – Voto 9

Il colonnello che si è guadagnato i gradi per le sue accertate competenze nel campo del meteo e del meteorismo, sbarca al JFK con già un’agenda di bilaterali da far impallidire Putin. In meno di trentasei ore incontra cinque capi di stato, tre capi mafia, quattro capi scout, due capi di bestiame e un capo di abbigliamento con cui discute il bando dell’utilizzo delle pelli animali sui piumini per quelli che vivono fuori dalla cerchia dei navigli; d’altronde si vocifera che la sua autobiografia, prevista per Natale in tutti le migliori librerie e macellerie, s’intitolerà: Una Vita per la Foca. In gara regala poi una prestazione sontuosa, anche se dopo l’ufficializzazione dei risultati, la IAAF annuncia l’immediato inserimento, tra le sostanze considerate Doping, di un medicinale a questo punto valutato altamente impattante sulle performances: l’Imodium. Nome di Battaglia: Capo di Gabinetto.

Filo: Tempo 03:48:44 – Voto 7,5

Colui che al suo attivo ha più ore di massaggi cinesi acrobatici che di corsa su strada, tanto che in Paolo Sarpi la dicitura Centro Massaggio é stata sostituita da Centro Mazzotta, si presenta all’ap-puntamento con la gloria carico come un testimone di Geova il giorno del giudizio. Come tutti i grandi atleti però, prima della partenza si isola dietro la cortina concentrata di musiche altamente motivazionali; in particolare passa in loop l’amato Greatest Hits di Memo Rimigi, disco di cui Filo possiede un’inseparabile copia autografata con tanto di dedica commossa che recita criptica: Non perdere mai il Filo, Memo. In gara parte quindi parecchio aggressivo, anche se mostra diversi ten-tennamenti quando, sceso dalla passerella del Queensboro, non trova sulla destra il Covo di Nord Est e all’arrivo viene ricoverato alla tenda medica per lo shock che nel pacco gara manchi la focaccia nonostante gli avessero garantito che a New York ci fossero “fior di ponti”. Nome di Battaglia: Uomo di Strutto.

Talenti: Tempo 03:54:30 – Voto 7

Non si vedeva un singolo essere vivente influire così tanto su mode e tendenze americane dai tem-pi di Cristoforo Colombo – che non è antenato del Davidone, nonostante entrambi abbiano un’inguaribile passione per le gite fuori porta, la Nina (in questo caso intesa come Moric) e la pinta o meglio le pinte, solo sulla Santa Maria ci sono punti di vista differenti. Il Talenti d’altronde sta ai locali pettine della city come il Pampero sta ai peggiori bar di Caracas. Le settimane precedenti alla gara, per recuperare un infortunio, si sottopone a circa centonovanta ora di raggi e tecarterapia; il dottor Bruce Banner, meglio noto alle cronache come Hulk, è arrivato solo a centocinquanta. La sua preparazione pre competizione è manicale, e prevede l’assunzione, nei giorni precedenti la prestazione, di cinquanta grammi di pasta in bianco, ogni quattro ore, condita solo con olio di fegato di merluzzo pescato col bolentino da Capitan Findus in persona. In gara parte a ritmo morbido, quel tanto che basta per non venire sfuocato nelle foto e non andare lungo per l’aperitivo. Tra i RiBelli al traguardo però é decisamente quello messo meglio fisicamente, anche se si dice un po’ insoddisfatto perché all’ultimo ristoro non gli hanno fatto sciabolare il Gatorade. Nome di Battaglia: Sandokan.