Archivio mensile:settembre 2015

Oops!… I Did It Again

Ironman+70+3+Vichy+f3-xgDrSLUflCi sono sempre almeno tre gare. C’è la gara che sogni di fare, quella disegnata all’interno delle palpebre e che puoi scorgere solo quando chiudi gli occhi; la sua immagine riempie le tue notti e sa guidarti in strada prima che il sole sorga e dichiari iniziata la giornata, oppure ha la forza magnetica di riportarti a casa quando luna e stelle sono solo un’ombra e non sono ancora in grado di sedurti completamente. Poi c’è la gara che pensi di fare, quella che i muscoli tracciano su una tela intessuta di dubbi e sudore. Questa, credi di vederla quando gli occhi li spalanchi completamente e ha i contorni asciutti e precisi di una sagoma familiare che non immagina nulla, ma semplicemente riflette. Infine c’è la gara che fai, quella che non puoi osservare dal di fuori, ma solo vivere, perché non esiste, si compone passo dopo passo, metro dopo metro, come una musica mai sentita prima, di cui resta nelle orecchie sempre e solo l’ultima piccola nota. In quel luogo dove si combattano draghi e si salvano sfortunate principesse, queste tre gare coincidono. Dove invece germogliano facilmente quadrifogli e si trova sempre la strada meno trafficata per tornare a casa, solo le ultime due si sposano perfettamente. Nel mondo reale invece, devi fare i conti con tutte e tre. Correrle tutte e tre, e sperare che alla fine si uniscano nello stesso luogo e non abbiano seguito strade troppo diverse. Sono triste. È una sensazione nuova da provare prima della partenza. Panico, tensione, ansia, eccitazione, curiosità sono compagne ormai note, ma la tristezza è la prima volta che me la sento addosso. Penso che questa competizione non ha alcuna pietà, non le interessa quanto ti sei impegnato e quanto hai sacrificato per essere lì a provarci con lei, semplicemente può decidere in un attimo che non ti vuole più e tu sei fuori. La odio profondamente per questo. Mi sento mutilato, al mio guanto si fida manca il pollice e ho la sensazione di non poter afferrare più nulla. Il fiume non è freddo, l’acqua non trasmette quel brivido alla pelle fatto di gelo e paura che sono lì ad aspettare. È il presagio di un giorno infuocato. Immerso fino al collo cerco di memorizzare il percorso. Avanti, indietro, avanti, indietro, non vedo le boe che delimitano la corretta traiettoria, ma mi fido, se i piloti riescono a centrare la pista di atterraggio in mezzo a tutte le luci di un aeroporto, ce la posso fare anch’io. Solito sparo, solito specchio immobile che smette di riflettere l’apparente staticità del cielo e prende vita. Si va vanti, molto avanti, troppo avanti, il primo bastone mi sembra eterno. Poi si ritorna indietro, costeggiando ogni metro percorso in precedenza, e ancora oltre. La corrente rema contro e ridefinisco nuovamente il concetto di eternità. Si esce dell’acqua, provo a correre solo per non sfigurare nelle foto, poi mi ributto o meglio rotolo di nuovo dentro con la grazia di scultura celtica. Sembro il varo di un pescareccio. Crampo. Dopo poco più di mezz’ora di nuoto, non può essere una scelta muscolare, ma il risultato di pura tensione emotiva. Nuoto cercando di scio-gliere. Calma, è solo una giornata di sport mi ripeto provando a sorridere tra un respiro e l’altro. Mente e muscoli si distendono. Il secondo giro riesco a nuotare più lungo e regolare, sorpasso gente, ma anche alle spalle diverse persone mi recuperano con foga ancestrale; alla boa dei tremila e cinque penso: questa è fatta, ma negli ultimi trecento metri il fiume decide che allora è il caso di brindare; lui si agita, io bevo cinque volte. Quando riemergo però, non mi viene da ringraziarlo per i giri offerti. Transizione comoda. La giornata è lunga e devo resettare la mente. Tristezza vattene. Se non comincio a divertirmi prima di iniziare a soffrire veramente, so già che non arriverò in fondo. Prendo la bici e parto. Il coach ha detto: “I primi venti chilometri si va a cannone!” Il coach probabilmente ha un pezzo da novanta caricato sul suo ferro e tira giù i palazzi a colpi di mortaio, perché io a mala pena cerco di stare in piedi nel labirinto del paese che attraversiamo. Arriva la campagna. C’è vento. Il sole ce lo sbuffa dritto in faccia. La strada sale e scende leggermente. Non c’è mai una pausa, mai un momento in cui puoi sollevare il piede e guardare con trasporto il paesaggio. Che possa essere bello è solo una sensazione, perché l’entroterra Francese ha soltanto i colori della maglia di quello che in quel momento mi precede. La scia è vietata, ma è dura evitarla. Le strade sono strette e ventose. Sorpassare significa strappare. Rallentare significa rilanciare per recuperare. Entrambe le cose significano accorgersi di consumare e accorgersi di consumare significa cominciare a guardare avanti e pensare alla maratona che attende; questa è l’ultima cosa che voglio fare. Alla fine del primo giro l’orizzonte va a fuoco. L’acqua a quel punto diventa il bene più prezioso. Bere e abbassare la temperatura in qualunque modo diviene l’unico modo di andare vanti. Ricordati di mangiare però, penso senza troppa convinzione. Barrette e panini mi sembrano fatti di cemento. A un ristoro disperato mi verso in testa una borraccia di coca cola, perché non ho altro da scarificare. In qualche centinaio di metri l’aria secca incenerisce anche quella. Verso il cento trentesimo chilometro mi accascio sulle prolunghe. Ho la sensazione di fare meno fatica. Forse è la pace dei sensi prima della fine. Chiudo gli occhi. Un fischio mi risveglia. Nessuna pace, nessuna fine, becco una penalty perché sono finito pesantemente a ruota di quello che mi sta davanti. Niente da dire, non è un problema, farò un paio di minuti in più di stretching in T2 che mi fa solo bene. Gli ultimi chilometri non passano più. Scotto. Penso a quanto caldo sarà il percorso di corsa e mi sembra di sentire addosso anche tutto quel calore. Nella discesa finale verso Vichy, sono lucido come il parafango di un trattore, non vedo un marciapiede e ci atterro sopra come un saltimbanco. Resto in piedi però e questo mi ridà un po’ di fiducia. Forse il Dio delle due ruote non mi ha del tutto abbandonato. Nella transizione mi fermo al penalty box. C’è ombra e non fa caldissimo. Mi offrono anche dell’acqua fresca. Se mi faccio dare un’altra penalità, mi fate pure un massaggio? Mi sa di so. Passati i cinque minuti a stirare tutto lo stirabile, riparto. Le gambe non sono messe male, ma lo stomaco è attorcigliato. Corro dieci chilometri di pura nausea, poi devo fermarmi. Ciò che bevo e mangio si blocca appena sorpassata la gola, e il resto del corpo si lamenta inferocito. Mi sento cuocere. Cammino. Cammino. Provo a correre, ma le gambe si sono dimenticate come si fa, così cammino ancora e comincio a pensare che camminerò fino alla fine. Sarò uno di quelli che arriva col buio e con la maggior parte della gente che è già andata a casa a mangiare e a fare la doccia. Chissà cosa si prova a camminare trenta chilometri? È una cosa che non ho mai fatto, ma ritirarsi non è un’opzione. Verso metà del secondo giro, mangio per caso un’arancia. Saranno anni che non lo faccio, non so neppure che sapore abbia. Il mio corpo non riconosce il corpo estraneo e lo lascia inspiegabilmente passare in un groviglio di gellini e barrette. Alla quarta arancia la nausea è scomparsa. Riparto a correre. Allora mi ricordo come si fa. Corro. Non arranco, corro. Termino il secondo giro e attacco il terzo. Vado ancora a fuoco, ma tengo la fiamma sotto controllo. Corro tutto il terzo anello. Non arranco, corro. Non ci posso credere. Il quarto giro mi accoglie con seducente sofferenza. Provo ad accelerare. I muscoli subito però stridono. Calma bello! Eri morto a terra, adesso sei in piedi e ti muovi, leccati le dita, che tra l’atro dovrebbero sapere di coca cola, e non chiedere anche di volare. Sorpasso persone però, e sento il sole che per la prima volta allenta un po’ la sua morsa rovente. Gli ultimi chilometri guardo l’orologio. So che non dovrei, so che va già bene così, però fanculo anche questa volta il muro è lì, in piedi, saldo e tranquillo ed io sono ai suoi piedi che lo guardo stralunato. Arriva il traguardo. Lo speaker mi chiama per nome, ma poi si fa i cazzi suoi e non aggiunge altro. Per un secondo penso di fermarmi a richiedere il titolo che è mio di diritto, ma poi la tristezza sbuca fuori non so da dove, probabilmente non ha mai smesso di seguirmi, mi dà una spinta traditrice e sono d’altra parte. Ricevo la medaglia, mi siedo, cerco di mangiare. La tristezza intanto è rimasta indietro, svanita, non ha superato la linea di arrivo. Ritrovo il pollice che avevo perso, ma non ho più la forza di stringere nulla, forse non c’è più nulla da stringere. Svengo in doccia, poi cena, con la cannuccia, fiumi di dolori sopra il materasso e occhio pallato. Una storia già vista e vissuta solo un paio di mesi prima. E ho di nuovo anche la sensazione da ultimo giorno di vacanze, il presentimento che oltre il mare ormai non ci sia più niente da conquistare, la percezione di aver esaurito tutti gli obiettivi. Poi però è come se lo vedessi, l’orizzonte, quello capisco non svanirà mai. Ed è questo forse il vero lascito finale dell’uomo di ferro, smetti di chiederti perché e cominci a dirti perché no, smetti di cercare di valicare i tuoi limiti, incazzandoti se non ci riesci e sentendoti disorientato se pensi di avercela fatta, ma inizi banalmente solo a superare tutti i tuoi dubbi; non ti eserciti più per raggiungere un traguardo che vedi fisso davanti a te, qualunque esso sia, ma continui semplicemente ad allenarti lungo la linea dell’orizzonte, oltre il quale le cose magiche succedono, e ogni istante è un’occasione per lanciarti dall’altra parte.

E ora, se non siete morti di sete, o di noia, per arrivare fino a qui, eccole, puntuali come i malanni di stagione, le Iron pagelle, questa volta in versione monogama.

Davidone – Voto 9,5

Dopo due mesi in cui si è allenato con la stessa frequenza del portiere di una squadra di calcio a cinque di dopolavoristi dell’ATAC, incluse due settimane di tour intensivo tailandese in cui la cosa più movimentata che ha fatto è stata una feroce partita al Monopoli locale – gioco in cui ha sempre dimostrato di eccellere anche se in questo caso è caduto inspiegabilmente vittima di una proprietà edificata con tre bordelli – il RiBelle più fotografato sulla Milano Laghi si presenta in terra transalpina con lo stesso entusiasmo di un collaudatore di bare. Anche la sua preparazione alla gara tradisce trascuratezza, non si è portato dietro neppure un cuoco, una colf o almeno un paio di filippini tutto fare, nulla, vederlo abbandonato prepararsi da solo i panini la domenica mattina prima della gara, è una scena che avrebbe potuto scongelare anche i cuori più glaciali. Tuttavia, mai sottostimare il cuore di un Resident Manager; Davidone risponde al richiamo dell’uomo di ferro con grandezza titanica. Nuota in pieno controllo, modera la frazione in bici con grande saggezza e, nonostante il vento, si ferma solo un paio di volte ad aggiustare in ciuffo. In corsa porta a termine poi il suo capolavoro, zampettando baldanzoso fino al traguardo dove esclama un entusiastico: Ziocane mai più!!! Nome di Battaglia: Winnie dei Pooh.

Secondo Interregno 1/3

Prima settimana del secondo interregno a Err’s kitchen, la cucina di coach Err, dove cambiano le stagioni ma non gli obbiettivi.

Lunedì: Riposo

Dopo due giorni di gare, giornata zen.

Martedì: Bike

Ritorno nella terra dei limoni.

Riscaldamento: 10′

Allenamento: 5′ in progressione – 6x (1′ solo gamba dx – 1 solo sx – 2′ normale)

Defaticamento: 11’

Mercoledì: H2O

Non c’è cosa più divina del mercoledì in piscina.

Riscaldamento: 400m

Allenamento: 200m ga – 400m pbl nuot bene respir ogni 3 /5 – 8x50m sl (25 testa fuori + 25 normale) rec 10″ – 400m pb e pa – 100m forte – 200m lungo – 12x25m (1 forte + 1 lento) rec 10″ – 400m pb e pa – 150m forte

Defaticamento: 150m

Giovedì: Run

Villoresi e ripetute.

Riscaldamento/Allenamento/Defaticamento: 50’/60′ inserire due blocchi da 10′ facendo 30″ veloce 30″ lento

Venerdì: Riposo

Relax prima delle salite del weekend.

Sabato: Bike

Crocetta via Coreglia, un grande classico.

Riscaldamento/Allenamento/Defaticamento: 3h e 30′ con salite

Domenica: Run

Si sale e si scende, ma non si molla mai.

Riscaldamento/Allenamento/Defaticamento: 75′ collinare

Interregno 3/3

Terza settimana d’interregno a Err’s kitchen, la cucina di coach Err, dove adesso si va un po’ a braccio ma sempre ad alta frequenza.

Lunedì: H2O

Nuotatina non banale.

Riscaldamento: 400m

Allenamento: 200m ga senza tavola – 200m pull nuot bene curando tecnica – 8x25m sl (1 respir avanti + 1 normale) rec 20″ – 200m pb max ampiezza bracciata – 8x25m sl (1 remate + 1 completo forte) rec 20″ – 400m pb aerobico – 8x25m sl (1 solo gambe forte + 1 completo) rec 20″ – 600m pb nuot bene respir ogni 3

Defaticamento: non a sto giro

Martedì: Run

Sgasatine lungo il Villoresi

Riscaldamento/Allenamento/Defaticamento: 50’/60′ inserire due blocchi da 10′ facendo 30″ veloce 30″ lento

Mercoledì: H2O

Ci piace sentirci puliti.

Riscaldamento: 300m

Allenamento: 200m ga con tavola – 4x100m pb rec 20″ – 8x50m sl prog da 1 a 4 rec 15” – 3x100m sl medio rec 20″ – 2x200m sl facile rec 40” – 2x100m sl forte rec 1’

Defaticamento: 200m

Giovedì: Bike

Si ritorna a ciclomulinare.

Riscaldamento/Allenamento/Defaticamento: 50′ inserire 4x(1′ gamba dx + 1′ gamba sx + 2′ normale) e 4x(1′ a 50 rpm + 1′ a 110 rpm)

Venerdì: Riposo

Camera iperbarica con vista.

Sabato: GARA

Triathlon Olimpico Peschiera del Garda: 1.5km H2O – 40km Bike – 10km Run

Domenica: GARA

Trail di Milano: 23,5km Run

A Voce Alta

ca. 2002 --- Basketball on Vacant Basketball Court --- Image by © Ellen H. Wallop/CORBIS

“Mi sono rotto le palle di perdere!” Con queste parole svanisce il sogno di arrivare in vetta a un Campionato Europeo che per noi era già una fiaba. Volevamo uccidere il drago, inutile negarlo, desideravamo conquistare la principessa per vivere, per sempre, felici e contenti, o almeno per andarcene in giro a testa alta fino alla prossima palla a due, quando saremmo stati chiamati ancora una volta a difendere l’orgoglio nazionale, in una guerra fatta solo di tecnica e sudore. Adesso sostanzialmente è finita e, anche se la testa crediamo comunque di non doverla abbassare, non ci accontentiamo certo di sposare la damigella cessa e al massimo di fare a cazzotti col cane da guardia che, per quanto feroce possa essere, comunque non sa volare e sputare fuoco. Ma la pallacanestro è così. Lo sport, quello vero, è così. Non usiamo parastinchi e scarpe con i tacchetti, quindi non ci interessa fare recriminazioni, parlare dell’arbitro o della gestione della panchina, delle palle perse o dei tiri sbagliati, di chi ha dato tutto in difesa e di chi poteva probabilmente dare di più. Chi ama il basket, gioca o ha giocato il basket, quindi non se la sente di grattarsi via le briciole dalla maglietta gridando, dal divano, infiammati consigli a chi ancora prova a inseguire il suo avversario per il campo, al secondo minuto del supplementare, in un labirinto di monoliti che cercano di tritarlo. O magari, in un impeto di passione, lo facciamo pure, ma solo perché vorremmo essere lì anche noi a scivolare, bassi sulle gambe, e a staccarci prepotentemente per aiutare dal lato debole. Poi però vediamo Valanciunas che gira sul perno mulinellando i gomiti come un airbus e sappiamo che uno così, se ci prende a noi, gente normale che ogni tanto, da gigante, si traveste solamente, se va bene, ci decapita. Perché signori, parliamoci chiaro: Davide contro Golia ha avuto soltanto una gran botta di culo. Quindi l’unica nota dolente che lascia quella che è stata, comunque, una meravigliosa melodia, è che in un paese di analfabeti dello sport, dove l’omonima Gazzetta reputa più importante parlare dei punti della patente di Balotelli invece di quelli segnati, mani in faccia, da Belinelli, il grande spettacolo della palla a spicchi resterà, quasi sicuramente, ancora relegato ai piccoli palcoscenici di provincia, alle palestre spelacchiate e all’entusiasmo di pochi fortunati. In realtà non sappiamo se sarebbe successo qualcosa di diverso con un’eventuale medaglia al collo, ma avremmo tanto voluto essere lì per scoprirlo. D’altronde così è la vita, non possiamo salvarli tutti. Detto ciò, se Mediaset ha scelto di sfracassarci i maroni ogni giorno per ricordarci che la Champions League è in esclusiva solo su Premium, e mi chiedo perché non abbia fatto la stessa cosa quando negli anni novanta ha preso Beautiful dalla Rai – tanto non è che il contenuto sia molto diverso – credo bisogni ringraziare i ragazzi di Sky, da Tranquillo fino alla sanissima moretta che sta in piedi ferma in studio su due tacchi che sgretolerebbero le articolazioni di Wolverine, passando per tutti gli altri, davanti e dietro le quinte, Menego, Hugo e Carlton in primis – ti odiavo quando giocavi maledetto, adesso ti voterei subito presidente del consiglio – per quello che hanno fatto, stanno facendo e faranno per questo torneo e per il nostro sport in generale. Non sono loro certamente a creare le stelle, ma ci danno un “cielo” limpido per poterle ammirare alla grande. Infine vorrei tornare alle parole del Gallo, forse perché quest’anno in particolare le sento mie come non mai, dopo che ho sfiorato quasi tutti i miei obiettivi, senza però riuscire ad afferrarli come avrei voluto, o forse perché credo ci sia un’intera generazione che si sente rappresentata da quelle stesse parole. Gli anni passano. Non siamo più ragazzini e ormai non dobbiamo fare i conti solo con le porte che pian piano si chiudono, ma anche con quelle che sono sprangate, murate, abbandonate e che, per quanto ci sbattiamo e bussiamo, mai si apriranno. E non possiamo nemmeno costruire sulle macerie come hanno fatto i nostri genitori dopo la guerra, perché le generazioni che ci hanno immediatamente preceduto ci hanno lasciato in eredità già delle strutture contorte, abbandonate, prosciugate e decadenti, senza quindi degnarci neppure della possibilità di disegnare il nostro destino da zero. Così siamo chiamati a riempire i buchi, a tappare bottiglie di vino senza poterle riempire e tantomeno assaggiare, e a decidere se costruirci una carriera o una famiglia, oppure, sempre in alternativa, una vita. Oltre la porta numero quattro quindi, non resta che fuggire altrove, non dai proiettili e dalle granate, siamo molto fortunati in questo anche se una fuga resta tale, ovunque si è costretti a doverla attuare, ma dal nulla che avanza, esattamente lo stesso nulla della Storia Infinita, quella di Atreiu e Gmork, quel vuoto che ci circonda e che si nutre dell’assenza di fantasia e di immaginazione delle persone e che vive della mancanza di possibilità. Per questo, al di là del bruciore di una sconfitta e del senso di solitudine che ne deriva, oggi più che mai, voglio ripeterlo anche io ad voce alta, prima di tutto a me stesso, ma anche a tutti coloro che, per un motivo o per l’altro, si trovano a prendere decisioni che riguardano anche me: “Mi sono rotto le palle di perdere!”

Interregno 1-2/3

Prime due settimane d’interregno a Err’s kitchen, la cucina di coach Err, dove non esistono più traguardi ma solo orizzonti.

Lunedì/Martedì/Mercoledì/Giovedì: Riposo

L’obiettivo è disturbare i muscoli il meno possibile.

Venerdì: H2O

È tempo di risorgere.

Riscaldamento: 300m

Allenamento: 300m ga con tavola – 4x100m sl (25m solo braccio dx + 25m sx + 50m normale) rec 15″ – 300m sl pbl rec 30″ – 3x100m sl in leggera progressione rec 15″ – 200m sl pb rec 20″ – 4x50m sl (1 lento + 1 forte) rec 10″ – 100m sl pb rec 15″ – 400m sl nuot bene

Defaticamento: a casa sul divano

Sabato: Run

Corsetta assolutamente bucolica.

Riscaldamento/Allenamento/Defaticamento: 55′ facile

Domenica: Bike

Bici easy, a meno che non abbiate degli amici bastardi.

Riscaldamento/Allenamento/Defaticamento: 3h facile

Lunedì: Riposo

Recupero post weekend.

Martedì: H2O

Si torna al mulino a macinare.

Riscaldamento: 300m

Allenamento: 300m ga con tavola – 4x100m sl (25m solo braccio dx + 25m sx + 50m normale) rec 15″ – 300m sl pbl rec 30″ – 3x100m sl in leggera progressione rec 15″ – 200m sl pb rec 20″ – 4x50m sl (1 lento + 1 forte) rec 10″ – 100m sl pb rec 15″ – 4x25m sl testa fuori rec 15″ – 400m sl nuot bene

Defaticamento: in plenaria a darsi i pizzicotti

Mercoledì: Riposo

Riposo o al massimo qualche hobby. Il mio sono le flessioni.

Giovedì: H2O

Adesso s’impasta.

Riscaldamento: 400m

Allenamento: 4x100m sl pb progressione 1-4 aumentando solo frequenza braccia rec 15″ – 400m sl nuot bene con resp ogni 3 – 8x50m sl (15m max + finire easy) rec 10″ – 400m pb nuot bene – 16x25m sl (2 lento nuot bene, 1 max frequenza braccia con gambe ferme, 1 forte) rec 15″ – 400m pb nuot bene

Defaticamento: bei tempi

Venerdì: Riposo

Si prosegue con gli hobby.

Sabato: Bike

Altra bici easy, ma tiene a mente il punto sugli amici bastardi.

Riscaldamento/Allenamento/Defaticamento: 2h e 30’ facile

Domenica: Run

Un’ora e un quarto a far l’amore con la pioggia.

Riscaldamento/Allenamento/Defaticamento: 75′ facile

Ripresa delle Ostilità 7/7

Settimana decisiva di ripresa delle ostilità a Err’s kitchen, la cucina di coach Err, dove è tempo di raccogliere tutto ciò che si ha seminato, sperando basti a sopravvivere all’inverno.

Lunedì: H2O

Si scaldano i motori.

Riscaldamento: 300m

Allenamento: 3x100m pb nuot bene rec 15″ – 4x50m sl 15 m veloce rec 15″ – 4x50m sl 15 m testa fuori rec 15″ – 200m pb nuot bene – 2x400m (1 andatura costante rec 1′ + 2° con 100m lento + 100m ritmo gara)

Defaticamento: 100m

Martedì: Bike

Smussatina ai quadricipiti.

Riscaldamento/Allenamento/Defaticamento: 1h 30′ facile

Mercoledì: Run

Rifinitura alla gambe.

Riscaldamento/Allenamento/Defaticamento: 45’/50′ lento inserendo 4×1′ veloce con recupero lungo

Giovedì: Riposo

Viaggio per la Francia rurale.

Venerdì: Doppio Bike e H2O

Ormai non si torna più indietro ma si va solo avanti.

Bike prevede:

Riscaldamento/Allenamento/Defaticamento: 1h facile

H2O prevede:

Riscaldamento/Allenamento/Defaticamento: 1500m facili con qualche 50 a ritmo gara

Sabato: Run

Giusto per attivare la circolazione.

Riscaldamento/Allenamento/Defaticamento: 20′ lento

Domenica: GARA

La GARA: Ironman Vichy: 3.8km H2O – 180km Bike – 42.195km Run