Ad Maiorca

img-20160922-wa0002Si può vedere la fine? La fine? Perché in questa gara c’è tutto, proprio tutto, ma non una fine. E anche se sotto di me non c’è una nave cosparsa di dinamite e pronta ad esplodere, anche se sotto di me sento solo sudore e sabbia umida che scricchiola arrendevole, ho come l’impressione di non farcela comunque a scendere, a sbarcare, perché la terra, dovunque essa sia, alla fine è una donna che ormai ha scelto un’altra persona con cui passare la vita, è un viaggio che dovrei fare da solo, senza amici, è un profumo saturo di artifizi, una musica che posso a stento mimare. Eppure tutto comincia sempre con quell’interminabile brivido di paura e tensione, subito riscaldato dal tiepido pensiero che balbetta: non vedo l’ora che sia finita. Quindi deve esserci una fine, da qualche parte! Deve esserci! Sarà nascosta dietro le lancette di un orologio che fa finta di niente. Così la cerco con lo sguardo, sta maledetta fine, la cerco e la ricerco, ma non la trovo, anche se adesso sul quadrante, ore, minuti e addirittura secondi posso vederli scorrere fin troppo chiaramente. Scruto i numeri attentamente, ma niente, ci sono solo le cifre che segnano l’ennesimo muro che non sono riuscito ad abbattere. Che poi, mi sono sempre chiesto, chi le costruirà tutte queste mura? Non mi serve trovare una risposta, ho ancora le mani sporche di malta e cemento. Non cambia nulla però, ormai lo so bene, perché per ogni muro che abbatto, me ne trovo davanti subito un altro; ancora più alto, ancora più spaventoso e adesso sono così stanco che mi ferisce anche solo il pensiero di accarezzarlo. Eppure l’alba di un giorno così è sempre una strana carezza. Il suo tocco è un freddo abbraccio delicato e, anche se l’orizzonte lampeggia minacce inesorabili, come un lampione guasto, il sole si affaccia continuamente per darci coraggio. Le prime bracciate cercano l’acqua come volessero salutarla. Mi bastano pochi metri per capire che però ormai la conosco e, anche se non andremo mai completamente d’accordo, un po’ ci vogliamo bene. Le boe appaiono piccole costruzioni sullo sfondo, poi crescono e diventano enormi castelli nemici da conquistare a qualsiasi costo, ma che poi ci lasciamo immediatamente alle spalle con la soddisfazione di un manipolo di soldati di ventura. La corrente litiga con la traiettoria da tenere, ma io faccio in modo di ascoltare entrambe e non percorro un metro più del necessario. Il passaggio sulla riva serve solo a farmi capire se ha già iniziato a piovere. Non ancora, quindi riparto a nuotare tranquillo. Il secondo anello sembra più corto, o almeno dovrebbe essere più corto, eppure le fortificazioni ostili nascono sempre più lontane e ca-dono sempre più faticosamente. Quando riconquisto definitivamente la spiaggia, tuttavia mi ac-corgo di non aver espugnato ancora nulla, anche se comincio già a sentirmi un pochino più vicino alla vittoria, su chi o che cosa però, ancora non lo so. La prima transizione è la solita lunga sequenza di confuse operazioni, che ormai conosco a memoria e tuttavia non riesco mai a fare nell’ordine stabilito o almeno in quello della volta precedente. Si parte a pedalare. Nei primi chilometri la strada è veloce, la pendenza c’è, ma si nasconde talmente bene che non mi accorgo di incontrarla. Il percorso è ampio, morbido, l’asfalto sfiora le gomme quel tanto che basta per lanciarmi in avanti. Spunta un sole deciso e sullo sfondo il mare che si mischia alle montagne tiene lontana la sensazione di fatica. Non sono solo e mi sento bene, oppure non sono solo e questo mi fa sentire bene, chissenefrega l’importante è il risultato. Quando ripasso dalla zona cambio, il tempo comincia a guastarsi, i venti, fino ad allora poco più che un sospiro, ricominciano a soffiare, un po’ contro e un po’ di traverso, comunque ora li percepisco chiaramente, ma funziona così, il vento è come la fortuna, ti accorgi della sua presenza solo quando te la trovi indiscutibilmente contro. A tre quarti della frazione ciclistica attacchiamo la salita. Non è uno strappo, non è una rampa, la strada invece comincia a salire e prima che finisca, faccio a tempo a dimenticarmi di com’era pedalare in pianura. Il cielo spazza via il giorno e porta la notte. Comincia a piovere, ma non è che piove solamente, mi trovo sotto una cascata che l’orizzonte mi riversa addosso senza alcuna compassione. Dio non ama i triatleti, soprattutto quelli superbi che si credono di ferro. Vediamo se sono anche inossidabili, penserà lui da lassù. In strada non ci sono pozzanghere, ma onde, e in vetta la situazione si complica, perché la strada smette di arrampicarsi e il carbonio brama una velocità che non gli posso concedere. Dietro una valle però, il rubinetto celeste si chiude e quando iniziamo a discendere senza più esitazioni, esce anche qualche raggio di un sole che non spunta da dietro le nuvole, ma sorge come l’alba di un nuovo giorno. Dio non ama i triatleti, però evidentemente li rispetta. Ritornato a valle, il percorso si arrotola su se stesso, fino agli ultimi venti chilometri, dove s’incunea in un infinito bastone, dritto come un pino secolare. La pioggia torna a massaggiare l’asfalto, prima dolcemente poi sempre più forte; negli ultimi dieci chilometri le carezze si sono tramutate in schiaffi. Dio non ama i triatleti e anche se li rispetta, a volte, ha avuto pure lui una giornataccia. L’ingresso in T2 è un naufragio senza vittime, ma solo qualche sospiro di sollievo e scene di moderato giubilo. In seconda transizione cerco di scongelare alcuni arti che mi servirebbero per proseguire. Mi concentro su piedi e caviglie, così quando parto a correre il resto del corpo fa ancora concorrenza a quelle mummie che ogni tanto spuntano fuori dai ghiacci millenari. Ci vuole più di mezz’ora prima che il cuore ritorni in controllo della situazione e ricominci a distribuire il sangue in modo più equanime. Il primo giro mi dico di correre piano e le gambe sembrano essere molto d’accordo con me. Il secondo giro penso di aumentare l’andatura e le gambe allora si riuniscono in concilio per pensarci. Il terzo giro mi fanno gentilmente sapere che la proposta è bocciata e che anzi l’inesorabile clessidra che cola verso la detonazione è quasi esaurita. Il quarto giro ci facciamo quindi coraggio a vicenda fino a quando, dietro l’ultima curva, drammaticamente scopriamo che, di giro, ne esiste anche un quinto. L’ultimo passaggio è quindi una lenta, soffocata melodia, arrancando verso il traguardo, dove solo le ultime centinaia di metri mi sono dolci, quando, come cantava il Faber, “la sera ed il buio mi tolgono il dolore dagli occhi” e guardo il sole, ormai poco più di un bagliore, domandandomi se è vero che sta scivolando via “a violentare altre notti”, oppure è semplicemente stanco ed il mare è la sua coperta. Allora finalmente penso di vederla, la fine. È un arco luminoso e chiassoso che scandisce il mio nome. L’accento è sbagliato, ma lascio correre. Pochi passi, ecco che la tocco, cerco di afferrala, ma niente, cado pesante dall’altra parte. Mi volto indietro e non c’è più. Eppure era lì, ne sono sicuro, c’era una fine, l’ho anche sfiorata. Solo che era solo una linea, un secondo in bilico tra il prima e il dopo, un alito di aria pura che ti entra nel naso ma che dura solo il tempo di un sospiro. Brutta storia. Ma allora è una fregatura? Cioè, se non puoi acchiapparla, se non puoi trattenerla, allora cosa serve arrivare alla fine. La riposta è lì, nel sospiro successivo, serve a continuare a respirare.

SuperMario – Voto 9

Il RiBelle che, se prima di un allenamento o di una gara dichiara oggi “fullgas”, la protezione civile allora dirama subito l’allerta calamità e i sindaci dei comuni interessati richiedono lo stato di emergenza preventivo, torna sul luogo del delitto non per ricordare la lontana esecuzione dell’uomo di ferro, ma per compiere una vera e propria strage, assolutamente premeditata. A sto giro è motivato come un cannibale in una spiaggia per nudisti e già due giorni prima della gara si chiude in un profondo stato di concentrazione interiore dal quale esce solamente per dare fugaci riposte al suono di vibrazioni che hanno l’aria di provenire veramente dal profondo. In gara parte come sempre con una frazione nuoto in cui esplora i paraggi del tracciato, ma poi, una volta in sella, libera i cavalli, meglio di Furia il Camallo del West. In seconda transizione si cambia così velocemente che la sicurezza lo insegue i primi chilometri di corsa scambiandolo per un borseggiatore in fuga. A quel punto però SuperMario è lanciato verso la gloria. Lo sputnik a confronto era una radiosveglia. Supera più persone di un abusivo in preferenziale. Rimonta Davidone che non veniva rimontato, dai tempi i cui si guadagnava da vivere facendo il porno attore, e arriva superando il traguardo con l’espressione di un lottatore di MMA alla pesa a cui hanno appena ciulato l’Hammer. Nome di Battaglia: Ringhio Vernazza.

Davidone – Voto 9,5

L’uomo che sta segretamente sostituendo il suo scheletro con placche di adamantio e legno di ce-dro profumato, in attesa che a Hollywood decidano di girare un lungometraggio dedicato alle sue imprese di gioventù e alle sue origini misteriose, intitolato, secondo indiscrezioni, “Daveheart” o “Cuore di Davidone” – il titolo Italiano è ancora in fase di revisione – oppure “David, Manìn di For-bice”, atterra oltre mare con la preparazione atletica di un insegnante di educazione fisica dell’artistico. La sua strategia di gara prevede quindi una prova conservativa, tanto che, per le due transizioni, ha persino previsto di affittare un lettino in spiaggia per ottimizzare la tintarella, non sempre lo stesso però, perché, si sa, il sole durante il giorno cambia posizione e dover trascinare sulla sabbia la propria postazione è da barboni. Parte quindi a nuotare con calma, ma arrivato al primo cambio, le nuvole che oscurano il sole, sconvolgono i suoi piani. Decide così di assumere posizione aerodinamica e lanciarsi in un’imprendibile frazione ciclistica dove svernicia più bici di un carrozziere affiliato col Bikemi. Soffre un po’ durante la corsa per il peso del metallo impiantato, ma termina comunque la sua prova con un maestoso risultato che lo investe uomo di ferro di nome e di fatto. Da allora però non abbiamo più sue notizie, probabilmente perché, facendo impazzire tutti i controlli sicurezza, non lo fanno più ripartire da Maiorca. Nome di Battaglia: Robinson Dave.

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