Fiume In Pena

event_183671502Sapete, a volte scrivere è esattamente come correre sotto la pioggia. All’inizio manca proprio la voglia, quella scintilla che inneschi il fuoco che ti permette poi di lasciar scorrere i pensieri in parole, frasi, e le gambe in passi, orme che ti portano a cullare la fantasia, a giostrare con la fatica, mentre il freddo scorrere dell’acqua sulla pelle fa già da spettatore. Quanto grigio intorno a noi. La strada si confonde con il cielo, il cielo con il mare, tutto è mischiato, tutto è bagnato in una caotica inversione di ruoli, dove s’incontra la stanchezza ancora prima di andarsela a cercare. Se non fosse “la classica”, sarebbe da riaprire gli ombrelli e tornarsene a casa. Ci infiliamo, come sempre da un pertugio di lato, nel fiume di acrilico diligentemente incolonnato. Fa molto Italiano, ma fa anche molto RiBelle. Ci sentiamo quindi autorizzati. Così partiamo avanti, molto avanti, forse troppo avanti, perché già nei primi metri la questione risulta subito prendere ritmo prima che, il suddetto ritmo, prenda noi. Scende pioggia fitta, fine, ma implacabile. Il tempo concesso dal clima fa schifo, quello accordato dal cronometro invece è accettabile. Il percorso lo affrontiamo come il corridoio di casa nostra, quello che conduce alla porta d’ingresso, passi che percorri ogni giorno sempre senza pensare a dove sei, ma solo a dove stai andando. Al primo passaggio a Portofino siamo bagnati, ma al ritorno a Santa siamo ormai nuvole colorate. Il carico di pioggia si fa sentire, porta peso all’insaziabile gravità, mentre canta ai muscoli una gelida ninna nanna. Il secondo giro risuona di un feroce ticchettio. Mi chiedo solo se sia la pioggia che ormai cola come una doccia a cielo inguaribilmente coperto, oppure è il solito timer verso la detonazione. Il saggio dice che se non sei mai detonato, non hai mai corso, ma se non sei mai riuscito a non detonare, forse non avresti mai dovuto iniziare a correre. Per fortuna l’unico saggio in cui mi sono imbattuto in vita mia è stato quello di flauto, alle elementari. Eppure i chilometri passano sempre più lenti, i secondi sempre più veloci. Il ritmo cala come sul finire di una canzone incisa su qualche vecchio supporto, ed ecco che comincio ad armeggiare con i fili per evitare di saltare per aria. Non succede, ma devo rallentare, perché quella storia che basta che parti e poi ti scaldi, oggi mi sa che non funziona. A Paraggi ormai oscillo con la stessa escursione con cui avanzo. La strada è il letto di un fiume, manco tanto asciutto, e lo stiamo lentamente risalendo, tra un guado e l’altro, tra sospiro e una pernacchia. Il traguardo dura la frazione di un secondo, perché tiro dritto con gelida non curanza, anzi aumento il passo e mi fermo solo quando vedo una porta tiepida che si apre, un asciugamano enorme che mi viene incontro e un pensiero che profuma di libertà e vaniglia.
Ora, certe come la coda a Cormano e il cattivo umore il lunedì mattina, le imprescindibili pagelle.

Leo – Voto 8

Il RiBelle con il passo da coniglietto della Duracell indemoniato parte nella pancia del gruppo a ritmo da podista della domenica. I primi cinquecento metri, mentre alcuni intorno a lui sono già al gancio nel tentativo di non perdere posizioni, trotterella cantando la sigla di “Pollon Combina Guai”. Poi si accorge che a quel ritmo si sta bagnando e non riesce, come al solito, a passare sotto le gocce di pioggia prima che arrivino a terra, quindi scala due marce, risale il gruppo come Pantani su Galibier e si invola verso le posizioni che contano, tra le facce stranite degli altri runners che pensano: “Ma da dove cazzo arriva questo? C’aveva la sveglia ancora settata sul Marocco?” Alla fine però non rilascia tutti i cavalli a disposizione, ma controlla la prestazione per evitare di annichilire all’esordio gli altri RiBelli che però già stanno pensando a possibili contromisure. Leo, occhio a lasciare incustodita la borraccia nel pre gara. Nome di Battaglia: Leo C’è.

Fil – Voto 7,5

Il figlio che Santa Margherita avrebbe avuto, se non fosse stata Santa, ma solo, come cantava Coc-ciante, Margherita, si presenta alla gara di casa pronto come un nerd il primo giorno di scuola. La sua tattica di corsa è semplice: partire forte, andare forte, finire forte. Sa che Memo è lì a guar-darlo e Piersilvio cercherà di emularlo, quindi non vuole sfigurare. Dopo un chilometro la sua “svernicia” di ordinanza è quindi già risucchiata dalla testa del gruppo, dove macina chilometri con la stessa foga con cui Banderas macina frumento per le sue fette biscottate. Cede leggermente nella seconda metà del percorso, dove SuperMario, in versione fedaino delle grandi occasioni, cerca di impallinarlo. Tiene però alla grande e mette a segno lo sprint vincente, complice anche il fatto che il Vernazza, l’ultima volta che ha sprintato in riviera, hanno cacciato e incriminato il Sindaco di Genova per disastro colposo in seguito a catastrofici eventi naturali, e quindi si deve essere messo una mano sulla coscienza. Nome di Battaglia: Filibustiere.

SuperMario – Voto 7

L’uomo che ha fatto ormai della tattica per gara, un’arma di distruzione di massa, tanto che in Nord Corea, fare il Vernazza, è un codice per notificare che si stanno testando missili nucleari e lungo raggio, scende in terra di pagelli e belini, addirittura lasciando trapelare dei dubbi sulla sua effettiva partecipazione alla gara. La conseguenza è che sette Keniani degli otto previsti non si presentano dicendo di non essere sufficientemente motivati. Per la cronaca, l’ottavo vincerà con circa un quarto d’ora, due massaggi e una seduta di Tecar, di vantaggio sul secondo. Comunque, alla fine, SuperMario decide di partire, spinto dal romanticismo di una sgambata in compagnia. Romanticismo che non arriva a superare il Caffè del Porto, quando la fuga di Filippo viene vista come una violazione di proprietà privata, oppure sanno entrami che a Paraggi c’è un solo cesso disponibile, non è dato saperlo, fatto sta che rompe gli indugi e si getta all’inseguimento. Bracca il Mazzotta quasi tutta la gara e una volta agganciato cerca di stroncarlo col suo famoso “paso doble”, nel senso che, se provi a stare con lui, dopo un po’ ci vedi “doble”. Alla fine tenta di beffarlo al fotofinish, ma Fil grazie al naso più pronunciato ha la meglio. Nome di Battaglia: Matador.

Colonnello Giuliacci – Voto 6,5

L’ufficiale che prevede la pioggia, quando piove, e non la prevede, quando non piove, sale a bordo del peschereccio RiBelle con una condizione atletica misteriosa. Alcuni dicono che non corra più dal giorno di Natale, quando è corso al Supermercato a comprare le gallette di mais che erano finite, altri invece affermano che non c’è mattina in cui non macini moltitudini di chilometri lungo le sponde del naviglio, tanto che ormai le pantegane gli fanno “ciao” e stanno anche pensando di realizzare una serie animata sulla sua vita, intitolata, secondo indiscrezioni: “E’ Quasi magia Giulio” oppure “Il Grande Giuliacci”. I primi chilometri di gara però, chiariscono subito la situazione, perché il Colonnello prende immediatamente la scia a Supermario e non lo molla più, come il peggiore dei ciclononni. Solo nel secondo ritorno da Portofino viene staccato, quando le proibitive condizioni atmosferiche azzerano completamente la visibilità sulle lenti dei suoi occhiali, tanto che addirittura esce dal percorso di gara e fa tre piani del Castello di Silvio prima di accorgersi di dove si trova ma solo perché, fermatosi a chiedere indicazioni ad una figura sconosciuta, domanda annebbiato: “Ho sbagliato strada?” E quella gli risponde: “Verissimo.” Nome di battaglia: Tiresia.

Frada – Voto 8

L’atleta che ha riscritto le regole dell’abbigliamento da gara podistica, andando a cogliere best practices ed esempi di altre discipline e attività sportive, in particolare le gare in slitta con i cani e le camminate oltre il circolo polare artico, si presenta alla classica, pronto a stupire. Abituato all’equipaggiamento da campo base, non teme certo la tiepida pioggia costiera, ma quando si ac-corge di aver dimenticato a casa la cerata e di dover correre solo in piumino e dopo sci, un po’ va nel panico. La sua prestazione è tuttavia assolutamente memorabile. Parte infatti a ritmo medio, resta coperto, tanto per cambiare, ai giri di boa per non lasciar comprendere la sua reale posizione a chi lo precede, e tenta poi la zampata finale, negli ultimi chilometri, dove solo lo scaricamento dello scalda biberon, che tiene nei pantaloni – non chiedete perché – gli impedisce di assetare il colpo vincente. Nome di Battaglia: Colmar.

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