Archivio mensile:settembre 2017

Siamo Punti Che Si Uniscono

IMG_20170731_165155_007Lo sapevo che un giorno ci sarei tornato; qui, dove tutto è iniziato, e qui, dove forse sarebbe giusto che anche tutto finisca. Mi sembrano passate due vite dalla prima volta che ho guardato quest’acqua metallica, prima dell’alba, quando la luce del giorno è ancora solo una flebile speranza, e ho pensato a quanto fosse folle anche solo l’idea di provarci: una sfida impossibile, quelli non sono uomini in carne ed ossa, sono bestie, alieni, macchine, esseri fatti solamente di determinazione e metallo. Allora feci solo un giro in bici, io e una ciancicata Colnago più vecchia di me, lanciati come stupidi insetti in una mandria di bufali imbizzarriti. Sulla strada lasciai tutto, ogni goccia di energia, ogni dignità e, tornato in zona cambio, solo un pensiero mi evitò l’indecente collasso: per fortuna che non devo anche correre. Ne è passata di acqua sotto i ponti da allora, anzi i ponti prima non esistevano neppure, li ho tirati su io, ogni mattina, ogni sera, ogni attimo sottratto al mondo che mi circonda, quel mondo che gira alla larga e che mi guarda strano, storto, come se lo avessi derubato della sua normalità; ma la normalità non è sempre e solo una strada battuta, un sentiero tracciato e segnalato, la normalità può anche essere una foresta impenetrabile, una parete inaccessibile, un fiume adirato. Non importa quello che la vita ti serve sul cammino, puoi fermarti ed esistere, o andare oltre, qualunque sia il costo, e vivere. Millenovecento metri però li conosco ormai bene e giurerei che questi siano molti di più. Forse è la confusione, le botte, gli schiaffi che non si placano dopo qualche centinaio di metri come il solito, ma proseguono, rendendo ogni bracciata lunga e rallentata. Quando riguadagno la riva, il cronometro non mi offre conforto sulla distanza ma mi conferma che la mia è stata più che una percezione. Parto a pedalare, per i primi trenta chilometri la strada è rapida, leggermente mossa, il traffico è aperto, tanto alle sette di domenica mattina non c’è nessuno. Si, il cazzo! Macchine, camion, pullman, manca solo un trattore e una ruspa e completo l’album di figurine. La scia sarebbe vietata, ma per evitarla completamente bisognerebbe pedalare due metri sopra il suolo, magari l’anno prossimo chiamate E.T. come consulente. Mi sorpasso e controsorpasso con un tizio, io cerco di non bruciare le gambe, lui di gamba invece ne ha una sola, quindi non deve avere questo problema, infatti quando attacca la salita, scala una marcia e mi abbandona in balia della pendenza. Salgo regolare, soprasso un sacco di gente che puntualmente mi rimette la ruota davanti non appena si scollina. Parte quindi un lungo “sali scendi”, quello che in gergo si chiama “mangia e bevi”, solo che non è mai un banchetto in tuo onore, anzi sei tu la portata principale. La zona cambio è preceduta da una lunga discesa, dove seguo le traiettorie di una ragazza sulle prolunghe, o meglio lei pennella delle traiettorie, io cerco di evitare incontri ravvicinati col muro che ancora una volta sembra essere irrimediabilmente attratto da me. Nataperscannare non è nata per frenare, ma spero non sia anche nata per schiantarsi. Inizio a correre che mi sento bene; è la prima volta dall’ora di educazione fisica al Liceo che inizio una corsa che mi sento bene. Corro morbido più di metà della mezza maratona, sono quasi di buon umore, così mi distraggo e metto un piede in fallo. La caviglia si gira, potrebbe essere la fine della giostra, ma per fortuna le mie caviglie hanno già visto di peggio, molto di peggio oserei dire, quindi si rimette in careggiata, come un tubo di gomma, e mi permette di proseguire. Gli ultimi chilometri però sono duri, il sole accende il forno di Arona, la giornata comincia a crollarmi addosso e inizia un countdown che solo il traguardo alla fine riesce a interrompere. Sono di nuovo qui, sulla scala dove tutto è cominciato e dove tutto, adesso, sembra finito; la scala che ho prima sceso con timore e adesso risalito quasi divertendomi. Manca ancora un gradino però, alto, impervio, cattivo e spaventoso, ma è impensabile non provare a superare anche quello. Non tanto perché voglio godermi la vista da lassù, che tanto un po’ già la conosco e non è poi così speciale, ma perché è impossibile vivere in bilico, è impensabile accettare di restare sospesi tra ciò che si è e ciò che si fa, perché, alla fine, solo quando le due linee arrivano a toccarsi e i due ponti a sovrapporsi, siamo davvero felici.
E cosa si fa nel frattempo, vi starete chiedendo voi. Nel frattempo, si spagella!

SuperMario – Voto 5/6

La partecipazione all’Uomo di Arona o Aronauomo è sempre stata uno dei cavalli di battaglia della scuderia di SuperMario, solo che questa volta deve aver lasciato la porta della stalla aperta perché gli stalloni di razza si sono dati alla fuga, costringendo il figlio del Tigulio che non rinnega lo strutto nella pizza a ripiegare su un somaro un po’ giù “de caruseria”. Per questo la poca brillantezza viene fuori fin dalla frazione natatoria, dove esce dall’acqua quando hanno già riaperto il lago alle imbarcazioni. In bici non si comporta male, anche se paga la salita peggio di Morandi nella sua famosa Hit. Alla fine non sappiamo chi è stato l’uno su mille che ce l’ha fatta, ma Marietto è sicuramente tra gli altri novecentonovantanove stronzi che hanno sucato. In corsa tenta di recuperare, partendo forte secondo l’antica strategia: partire forte, allungare a metà e arrivare sprintando che però si trasforma presto nel classico: parte forte, detona a metà e arriva sui gomiti. Nome di Battaglia: Gianni Vernazza.

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