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Le Alte Terre

Chiudo lo sportello della macchina e respiro come la prima volta che sono venuto al mondo. Mi riempio i polmoni di questo luogo così gentile, soffice, delicato, e il mio spirito schizza in cielo come un irrefrenabile aquilone. Patria di uomini “immortali” e paesaggi irreali, la Scozia conta sparuti abitanti, tanto che sembra appartenere più a se stessa che ad altri esseri viventi. Dipinta di verde e violetto, con striature castane, è liscia e morbida come il mantello di un cavallo volante. Qualche foresta solitaria tuttavia sorge imbarazzata nelle valli meno accessibili, lontana discendente dei boschi che una volta qui erano sovrani. Ma gli esseri umani prima del potere, prima del denaro e della gloria, prima di tutto hanno ricercato il legno. Così, dove i secoli avevano coltivato schiere di stretti e coraggiosi soldatini, ora il terreno è nudo e intarsiato di profonde ferite, ormai asciutte. Non c’è odio però in queste cicatrici, solo la malinconica perplessità di chi è in grado di perdonare color che non sanno quello che fanno, senza però capirne le motivazioni. L’erba si rincorre con l’erica e insieme giocano fino a fermarsi col fiatone sulle sponde di un fiume, o di un torrente, uno di quelli esperti a intrecciare pioggia e a filar cascate. Poi ci sono i laghi, specchi ribelli che non riflettono mai il colore del cielo, ma proiettano l’oscurità dei loro abissi leggendari. Sole e pioggia si confrontano, litigano e si feriscono, lasciando, nel cielo innocente, lacerazioni insanguinate sotto forma d’alba e di tramonto. Ogni fiore, ogni foglia, ogni sasso borbotta la sua storia al vento, e all’acqua corrente, che risponde a tutti con la sua parlantina ruzzolante. È però difficile ascoltare le loro vicende, perché spesso sono sovrastate dall’inconfondibile frastuono del silenzio, un rumore che, per chi non l’ha mai sentito, rimbomba come un coro di voci trasparenti; a volte io lo invidio, il silenzio, perché per trovarlo, non puoi chiamarlo, né scrivergli, ma devi solo pensarlo. Questo luogo è un giardino di sensazioni, dove ogni giorno puoi cogliere un fiore diverso e portarne con te il suo profumo, per sempre. Tante volte l’ho salutata, più di una volta le ho anche detto addio, ma poi ci sono sempre ritornato, come oggi, perché la capacità di innamorarsi degli esseri umani, per fortuna o per sfiga, sarà sempre più forte della loro necessità di lasciarsi continuamente il passato alle spalle. Come alle persone, anche ai luoghi veramente importanti, quando si va via, si lascia un piccolo pezzo di cuore. Questo inevitabilmente ci ferisce e ci spezza qualcosa dentro. Tuttavia, quando volontà o destino ci riuniscono, il nostro cuore e il suo frammento ricominciano a battere all’unisono, facendoci sentire, magari per poco, ma di nuovo, una cosa sola.
La squadra che ormai da parecchi anni si presenta, in assetto da combattimento, il dodici di Agosto sulle sperdute Highlands, è un miscuglio impressionante di età, talenti e professioni. Manager, imprenditori, chirurghi e sbarbati come me si ritrovano per una decina di giorni a formare una temporanea ma sincera famiglia, con lo scopo di cacciare, pescare e giocare a golf, il tutto sapientemente intervallato da grosse e sane mangiate. “The Famous Twelve” segna, infatti, da tempo immemorabile l’apertura della caccia alla Grouse, un pennuto stanziale di queste parti, e con essa un’occasione unica per stare in bella compagnia e abbandonarci per qualche giorno solamente a noi stessi. Ogni giornata si apre con una colazione natalizia e si chiude con un cenone di gala, in mezzo semplicemente immaginazione. Ogni cosa è a portata, città, laghi, fiumi, cielo e montagne, sta solo a ciascuno decidere verso quale destinazione fare il primo passo. In questi luoghi, dove il tempo sembra quasi essersi fermato, l’arte venatoria trova giustificazione alla sua pomposa denominazione. Per chi però non l’ha mai vissuta, anche solo da spettatore, rimane e rimarrà sempre solo il passatempo assurdo di uomini che si divertono a uccidere. Io questo lo capisco e non sono mai riuscito a persuadere, chi ne fosse convinto, del contrario; però a volte sono stato in grado di risvegliargli qualche dubbio. La ricerca e l’uccisione della preda può, infatti, diventare una cerimonia coscienziosa ed emozionante. I cani che inseguono il vento, che cercano di leggerlo, di interpretarlo, di interrogarlo. Poi si bloccano, immobili e marmorei, come scolpiti dalla consapevolezza di aver fiutato qualcosa, qualcosa che nessuno vede, neanche loro, ma qualcosa che esiste, che è fatto di carne, ossa e piume. Poi l’avvicinamento di un paio di prescelti. Prima rapido, quanto l’ambiguo terreno permette, poi sempre più lento, col cuore che batte esattamente il ritmo opposto a quello dell’avanzata. S’ingoia il respiro! Fruscio d’ali, sempre dove non ti aspetti che sia. Imbracci il calcio con finta calma. Il pollice scorre sulla sicura, tentando di non scivolare. Stringi l’occhio non dominante. Ecco lo scoppio, la voce metallica del fucile che rimbomba tutt’intorno. Infine silenzio. Qualunque sia il risultato, diventi un tassello della natura, uno strumento che per un breve istante risuona in armonia con il resto del creato. Penso siano tante le situazioni in cui l’uomo stona, ma non in questa, non in questo contesto. Lo so! Crudele, penseranno molti. Io non lo credo. È una definizione eccessivamente superficiale e infantile, figlia di una cultura di cellulosa che idealizza, con comodità, specie diverse dalla nostra, assegnandovi valori morali e comportamenti tipicamente umani. Duro, direi piuttosto! Come invece è dura la natura, dove non esistono inibizioni o romanticismo, ma solo istinto. Per quanto possa apparir spietato, il predatore attaccherà sempre l’animale più debole, o quello ferito, oppure il cucciolo che non è ancora in grado di difendersi; giusto o sbagliato non esistono, cattiveria o bontà neppure, perché è il concetto stesso di bene o male che manca completamente. La natura, infatti, secondo una conclusione che mette d’accordo un po’ tutti, ma che troppi leggono in un modo erroneamente romantico, di umano ha veramente ben poco.

“Mai mi fu dato di vedere un animale in cordoglio di sé. Un uccelletto cadrà morto di gelo giù dal ramo senza aver provato mai pena per se stesso.”

(David Herbert Lawrence)

Le mattine si trascorrono così, in queste faccende affaccendati, durante i pomeriggi invece, quando quelli che hanno ancora energie da spendere si recano a passeggiare sul Fairway, io infilo in uno zaino una canna in carbonio e tutti i pensieri che riesco a farci stare insieme, e vado. A volte semplicemente prendo una direzione e la seguo, vedo una montagnola e la scalo, passo dopo passo, goccia dopo goccia, che sia pioggia o sudore, fino alla cima, dove per evitare che pelle e vestiti si congelino mi copro con una giacca a vento che non avrebbe sfigurato nello sbarco in Normandia e mi siedo a rimirare il paesaggio sottostante. Spesso ci si sente soli in mezzo alla gente, ma ci sono luoghi dove è la solitudine stessa a farti compagnia.

Sono giorni che non la sento, penso mentre scorro con le mani le incisioni sulla panchina dove mi sono fermato a riposare. Lei non mi ha chiamato o scritto, io non voglio chiamarla o scriverle. Se resisto qui, qui dove è così facile sognare, qui dove sembra impossibile che i sogni non si realizzino, forse evito di sorpassare il punto di non ritorno. È bastardo il punto di non ritorno, riesci a vederlo solo quando ti volti indietro e capisci di averlo superato. Il corno che l’ansa del torrente disegna sotto di me, accarezza montagne senza nome, ma colorate come il capolavoro di un artista dal genio non quantificabile. Leggo la scritta affidata al noce stagionato. C’è un nome di donna inciso e una dedica silenziosa ripete: “Amava questo posto, amava questa terra; per sempre.” Sento quel “per sempre” riecheggiare come un’onda nella mia testa e propagarsi all’infinito tra i miei desideri. Capelli ramati, occhi grandi che si strizzano quando mi sorride.
La sera sta già inviando i primi emissari colorati a esplorare il cielo, ma decido che è ancora troppo presto per rientrare al fortino, che ho ancora troppe energie da spendere o cose che voglio fare. Prendo così la macchina e mi allontano. Il fuoristrada Mercedes che uso per muovermi è veramente un grande mezzo. È la prima macchina che io abbia mai provato a guidare ed è sopravvissuto, oltre che alle manovre del sottoscritto, anche a un’alluvione e a decine di migliaia di chilometri, caricato come un’imbarcazione di scafisti in alta stagione. Il motore non ruggisce più come una volta, anzi direi più che altro che borbotta, e il cambio è così impastato che sembra un cucchiaino affondato in un barattolo di marmellata, ma le ruote girano, il volante sterza e salite e discese, per quanto ripide, non sembrano impensierirlo. Mi porta dove voglio andare e questo è quello che conta, anzi questa è l’unica cosa che conta; e spesso non vale solo per le macchine. Spengo il motore e guardo fuori dal finestrino. Il laghetto dei Lucci è lì davanti, al di là della strada, come sempre fermo ad aspettarmi, come sempre pronto a sfidarmi.
Il luccio, meglio noto nell’ambiente come Luccio Bastardo, o Luccio Fetente, o quella Troia del Luccio, a seconda dei risultati ittici, è un pesce predatore abbastanza comune nei bacini d’acqua dolce, in particolare quelli paludosi. Può arrivare a pesare anche svariati chili e ha denti aguzzi come quelli di un Barracuda, ammesso che qualcuno abbia mai visto un Barracuda. Quindi limitiamoci a dire che ha i denti parecchio aguzzi e la faccia di un carnivoro cui non piace scherzare. È un po’ l’antitesi del pesce pagliaccio, che anche lui comunque non è che faccia sbellicare dalle risate. Io, tutte le volte che metto piede oltre Manica, gli dichiaro una guerra spietata, fatta di appostamenti, agguati e tecniche di combattimento degne del commando del indimenticabile Predator. “Gli ho sparato dritto addosso venti caricatori del M60, li ho vuotati. Niente di questa Terra sarebbe sopravvissuto.” Ecco magari io mi accontento di una Shimano in carbonio e di una batteria di cucchiaini da professionista, che nel tempo sono diventati ornamento di parecchi o ostinati alberi cresciuti sulle rive dei fiumi di questi luoghi, ma lo spirito è esattamente lo stesso. Sono tre serate che vengo qua e ho visto meno pesci di un minatore peruviano. Comincio a pensare che sia più probabile che l’Inter vinca la Champions League piuttosto che io attacchi qualcosa di diverso dalle alghe al mio sconsolato e incolpevole uncino.
Tifare Inter, in effetti, equivale a essere tifoso dei Clippers. A molti questa similitudine non dirà molto, ma a coloro che sono stati o vivono nella Città degli Angeli è nota questo proverbio: ho perso il lavoro, mia moglie è fuggita col mio commercialista e soprattutto, tifo Clippers. Immagino si possa intuire che i Los Angeles Clippers siano i cugini minori e minorati dei più famosi Lakers, squadra di stelle ed anelli, che ha dominato il regno della palla a spicchi statunitense dopo che il sovrano pelato, noto a più per le iniziali di M e J, ha deciso di abdicare. All’ombra della madonnina succede un po’ la stessa cosa: il mio lavoro è uno schifo, di una ragazza neanche l’ombra e più di tutto, tifo Inter.
Interista, ma chi è mai costui? Razza assurda, mitica, diabolica, che si cela sotto abiti eleganti come tute da metalmeccanico o dietro visi mansueti come facce da taglia gole. L’interista è Paperino, è Don Chisciotte, è il Ragionier Fantozzi. Non sono gli altri che vincono, è lui che perde! E non lo fa con stile, classe o dignità, ma ottiene la peggior sconfitta possibile, la più umiliante, quella che svuota i polmoni, lo stomaco e il cervello. Non spende soldi, li sperpera, in porcherie, cattive compagnie, cose superflue, con la folle consapevolezza di chi non ha nessuno al mondo che sacrificherebbe un vitello grasso per lui. Non cade mai in piedi, ma attera di faccia, su una merda e un camion della “monnezza” lo stira con anche il rimorchio, che di solito non usano, ma quello per l’occasione lo aveva attaccato. È un novello Giobbe che incarna la legge di Murphy: se una cosa può andare male, andrà peggio. Può farti pena, puoi ridere di lui, può perfino farti un attimo timore per paura che ti attacchi un infinitesimo di quella montagna di sfiga auto generata che si porta dietro, ma proprio per questo non lo si può odiare, non puoi non spendere per lui ogni tanto un sorriso di comprensione. Chi non ne è capace, è solo un uomo piccolo, senza sentimenti, senza poesia, che non coglie il sussurro lirico che si nasconde nelle note lente o scatenate di ogni istante, di ogni giornata. Si dice che Adamo sia stato cacciato dall’Eden perché stesse preparando una torta di mele per festeggiare l’ultimo scudetto dell’Inter. E da allora l’Inter non ha più vinto e l’uomo è stato condannato a vivere in un mondo cinico, ingiusto, governato da forze che contrastano le sue decisioni, che disperdono i suoi sogni e raffreddano i suoi desideri. In questa giungla desolata, ognuno, anche se non riuscirà mai ad ammetterlo, nel profondo, è rimasto sempre un po’ Interista.
I Midgets, detti anche Ninja secondo la pronuncia locale, mi stanno massacrando. Non lasciano segni come le zanzare, ma sono centinaia e, per quelli che riesci a schiacciare, una nuova ondata prende il loro posto. Punirne uno, per averne cento! Non sembra un ottimo affare! Cercando di grattarmi con i gomiti dietro le orecchie per non mollare il mulinello, mi rassegno a fare solo qualche altro lancio prima di segnare l’ennesima virgola a referto. Ho poi notato che uno degli ami del cucchiaino a forma di coleottero che sto usando si è sbeccato e quindi rischia di fare cilecca. È tardi però, e non ho voglia di sostituirlo.
Mentre frusto per l’ennesima volta l’aria, “all’improvviso l’incoscienza,” direbbe l’indimenticabile Frengo E Stop. Vedo l’acqua che si muove. Un’onda senza vento la sconvolge e il filo impazzisce, allontanandosi dalla sponda con un moto di ribellione. La frizione, lasciata molle per puro caso, concede metri su metri di nailon che sfrigola. La stringo leggermente, tengo in tensione la canna e poi penso: “Porco cazzo, l’arpione è sbeccato, mo vedrai che si slama!” Panico, sento che sono teso come all’orale di Maturità.
In un attimo disperato, la lenza cede di colpo e si abbandona inerme alla gravità, lasciando presagire che il suo ospite inaspettato potrebbe già essere al bar a prenderti per il culo con gli amici. Potrebbe! Ma io conosco il balordo dentuto e so per certo due cose: la prima è che i lucci, che si mangiano tra di loro, non hanno amici e la seconda è che, se arpionati, sono soliti mettersi immobili di trasverso nell’acqua ferma. Quindi cerco di recuperare pian piano, in silenzio, come se il rumore sia, a tutti gli effetti, una variabile coinvolta nella nostra tenzone. Se salta fuori dall’acqua, spacca tutto e addio. Tengo la canna bassa. Giro la manovella come sia fatta di vetro soffiato. C’è ancora, fa finta di niente come quelli che sbirciano i giornaletti porno davanti alle edicole, ma è ancora lì.
Dopo un tempo che non riesco a quantificare, ce l’ho quasi sotto sponda, mi giro per afferrare il guadino e sorpresa, il guadino non c’è. Nella mia testa lo vedo comodamente adagiato sul sedile posteriore dell’automobile. Dico una cosa al cielo di cui non vado fiero e cerco di valutare le alternative. Cosa farebbe uno tipo MacGyver? Costruirebbe un retino con la tela della giacca e il manico della canna, oppure studierebbe un argano rudimentale fatto con stivali e cintura per sollevare il viscido branchiato da questo fastidioso fondale senza farlo scappare. Mentre ci ragiono su e m’immagino già la musichetta fiammeggiante d’apertura, un miraggio: qualche metro alla mia sinistra, la riva crea una piccola spiaggetta asciutta. Mi muovo come un artificiere sul posto di lavoro. La raggiungo. Senza toccare il mulinello, con la canna radente al suolo, cammino indietro, sempre più indietro. Quando si rende conto di quello che sta succedendo, il masticatore di suoi simili prova un‘ultima, disperata reazione. Si contorce, si libera e atterra diretto sulla sabbia, cercando subito di riguadagnare il lago. Io getto tutto ciò che ho in mano e mi ci fiondo addosso come Koko B. Ware. Luccio placcato, l’arbitro conta: uno, due, tre. Out! Sei fuori amico.

Mentre faccio ritorno a casa mi pavoneggio fissando il mio riflesso nel finestrino. Lo squalo che andava in giro a sgranocchiare bagnanti intorno all’isoletta di Amity effettivamente era più grande, ma pure questo è una discreta bestiaccia. Comunque adesso mi compro anch’io un grande cappello di paglia, anche se non penso che qualcuno farà mai un cartone animato che racconti le mie gesta. La sera mi accoglie fresca e silenziosa; parcheggio la vettura e, dopo aver sistemato pesce e situazione igienica indispensabile, mi unisco al resto della compagnia per cena. Sono molto contento! È bello essere molto contenti! La felicità però è solo l’ombra di quello che potrebbe essere se non viene condivisa. Così prendo il telefono e seleziono un numero noto, un numero che tante volte negli ultimi giorni ho fissato inerme, sperando di ricordarlo e, allo stesso tempo, pregando di dimenticarlo: “Io 1 – Luccio Bastardo 0, cinque chili di tracotanza in meno per gli oscuri fondali Scozzesi. Spero tu sia bene. Un bacio.” Invio.
Lungo i cento metri di sentiero che conducono al cottage dove dormo, non c’è una singola luce artificiale. Però il cielo di una terra così pura, sa essere un limpido e luminoso sipario sulla grandezza dell’universo. Quando si apre come stanotte, contiene quasi più stelle dei desideri presenti in terra. Lo guardo e mi sento piccolo, un granello di sabbia di fronte all’oceano; sento che se non mi tengo stretto, rischio che mi prenda e mi porti via. Non ho però il coraggio di fissarlo a lungo, non vorrei vedere cadere una stella e sapere che i desideri poi non si avverano. Mentre cammino, il cellulare vibra un messaggio: “Grande. Noi non siamo stati molto bene per qualcosa che abbiamo mangiato. La Corsica però è bellissima, ti divertirai un sacco.”
Mi siedo sui gradini all’ingresso, ingoiando quel “noi” come un cubetto di ghiaccio bollente. Fisso la notte, che improvvisamente non trattiene una lacrima. Non resisto ed esprimo quel desiderio, usando parole che subito dopo però capisco essere state troppo vaghe. Quando me ne rendo conto tuttavia è troppo tardi. Il problema è che bisogna essere veloci quando si esprimono i desideri, perché una stella mentre cade ha il tempo di esaudire una e una sola richiesta. Pensare che qualcun altro stia osservando il cielo in quel momento e quindi potrebbe anticiparci, è fastidioso, anzi insopportabile, ma allo stesso tempo anche confortante, perché vorrebbe dire che non siamo i soli sognatori, che mendicano fissando il cosmo.
Sette giorni passano. Immagini, suoni, odori e sapori diventano presto ricordi e una mattina mi sveglio e mi accorgo che c’è un aereo da qualche parte, fermo ad aspettarmi. Quando il sole è poco più che in fasce, prendo ed esco nell’aria ancora assopita per andare a porgere un ultimo, intimo saluto a questo luogo. Ci vado di corsa, per essere rapido e silenzioso. Non voglio disturbare. L’erba è bagnata, le nubi basse, dietro una collinetta incappo in un vecchio capriolo intento a mangiare; di solito non si fanno avvicinare, ma non deve avermi sentito arrivare. Ci guardiamo, io col fiatone e lo sguardo di chi sta per imbarcarsi per un viaggio di ritorno verso una possibile rovina, lui solitario e con buone probabilità di finire nell’obiettivo di qualche carabina prima dell’inverno. “Povera bestia,” pensiamo entrambi.

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Partenze

Un giorno alle ferie! Attese? Non tanto quanto vorrei. Meritate? Non lo so, non m’interessa, meriti e soddisfazione non vanno mai di pari passo, a volte allungano i primi, ogni tanto si stacca la seconda, però non si perdono mai di vista come leader di classifica intenzionati a transitare per primi sul traguardo. Che brutta parola poi ferie, è fredda e metallica, t’invecchia di dieci anni in un solo alito. Preferisco vacanze! Si ecco vacanze, una parola leggera, un suono che richiama giornate corte e notti lunghe, oppure il contrario, non fa niente, comunque promette giorni di totale serenità. Mi aspettano docili montagne prima, travestite da colline, ma col cuore ricolmo di serena desolazione. Poi mare, barca, una rotta che non conosco, più per ignoranza che per spirito d’avventura, e nel mentre tanto tempo per pensare, forse troppo, visto che i pensieri son pochi, pericolosi, così pensati da risultare consumati e scivolosi; e spesso capita di cadere sui propri pensieri. La voglia di lavorare si è portata avanti ed è rimasta venerdì scorso al casello della barriera dell’autostrada di ritorno dal weekend. È lì che aspetta il mio ritorno sicura che, alla fine, ripasserò perché, alla fine, ripassiamo sempre. E’ solo una sbandata, medito tra me e me.
“È una cosa irrealizzabile, impossibile”, bofonchia il me più saggio con burbera sicurezza.
“Improbabile, non impossibile”, gli fa eco candidamente l’altro me. “Il primo aggettivo è caratteristica intrinseca delle cose, mentre il secondo è solo un fastidioso limite dipinto dall’umano modo di ragionare. Smettila di credere all’impossibile, ma inizia a credere all’improbabile.”
La realtà è che mai avrei immaginato di pensare una simile bestemmia, ma ho due settimane di vacanza davanti e desidero con tutto me stesso che passino il più in fretta possibile. I due me sospirano scoraggiati.
Squilla il telefono e mi tocca rispondere. Alzo la cornetta e, osservando il display, gioco d’anticipo, esclamando: ”Pronti, ciao Sam, non mi starai mica chiamando per le fatture degli orologi che ho comprato?”
“Ah, perché hai delle fatture non pagate? Non ci siamo!” Dice sghignazzando.
“Ma come? C’è gente che ci deve più soldi dell’intero centro Africa, e vieni a battere cassa proprio da me. Vabbè, pagherò, prima che me li trattengano dallo stipendio. Conoscendo la precisione con cui fanno i calcoli da queste parti, non vorrei gli scappasse uno zero di troppo.”
“Ce la vediamo la cerimonia di Aperture delle Olimpiadi? Il collegamento è all’una e mezza.” Mi chiede allegro dall’altro capo della cornetta.
“Figo”, rispondo io “ci infiliamo in una sala riunioni col televisore.” Poi gli chiedo: “Cosa facciamo per pranzo? Ci facciamo portare un kebab?”
“Volentieri, intanto sento gli altri, a dopo.” Poi chiude la conversazione.
Subito dopo però, batto sulla tastiera uno speranzoso: “T’interessa cerimonia di apertura delle Olimpiadi e kebab incorporato?”
La finestra di Skype s’illumina. Capelli ramati, occhi grandi che si strizzano quando mi sorride: “Perché no!”
“Se vuoi, dillo anche a qualcuno dei tuoi.” Digito nuovamente.
Alla fine, dopo un po’ di serrate trattative, alzo il telefono e ordino una decina di finte piadine turche al mio “kebabbaro” di fiducia.
“Senza cipolla mi raccomando!” Dico mentre attacco il ricevitore.

Sullo schermo un numero imprecisato di Cinesi batte tamburi luminosi con una coordinazione vertiginosa. Il gioco di luci che attraversa lo stadio in lungo e in largo è talmente complicato e veloce che si fa fatica a stargli dietro.
“Dove vai in vacanza?” Le chiedo, tra un fuoco d’artificio e l’altro.
“Andiamo in Sardegna!”
“Ma dai! Anch’io. Faccio un giro in barca. Prima una settimana in Scozia però, poi salpiamo.”
“Dicono sia molto bella da girare in barca, noi ci muoveremo in macchina, ma partiamo domani e stiamo sette giorni.”
Facendo due rapidi calcoli direi che il lontano rischio di incrociarsi avrà vita poco più di una manciata d’ore; non so se sperarlo, oppure se desiderare con tutto me stesso che non accada. Magari però se la vedo, non da sola, mi metto finalmente l’anima in pace. È solo una sbandata, ripenso con decisione. La mia anima sentendosi tirata in mezzo replica: “In pace io? Vuoi fare a pugni?”
Il pomeriggio prima di andare in ferie è utile come una bicicletta con ruote rettangolari. L’unica cosa da fare è ascoltare un po’ di musica e farsi un giretto per passare il tempo e salutare persone che non vedrai per, addirittura, due settimane. Questa dei saluti poi, è una cosa di cui non mi capaciterò mai. A parte che ci sono soggetti che farei a meno di rivedere in assoluto, ma ci sono anche altri colleghi che passo comunque settimane senza avere davanti, senza che debba esserci per forza una vacanza di mezzo. Tuttavia siamo un paese che si è costruito sulle tradizioni e sulle consuetudini ed io non mi sento ancora abbastanza forte da essere una variabile impazzita in controtendenza a tutto questo. Così mi adeguo e, passando dal reparto marketing, guadagno anche una spugna da mare che stanno smaltendo non ha capito bene perché. Ormai mancano pochi minuti. Le mando un saluto via mail e scappo, è ora di ritornare sulla retta via. Ma mentre lo penso con dubbia convinzione, lampeggia lo schermo, è lei: “Io sto uscendo, vieni anche tu?”
“Certo!” Digito subito io, complimentandomi l’istante dopo con me stesso per aver tenuto duro più di un secondo e mezzo.
Ci incontriamo davanti all’ascensore.
“Bello l’asciugamano,” fa cenno lei.
“Tieni!” Le rispondo porgendoglielo. “Tanto a me non serve!”
“Ma no dai!”
“No, tienilo!” Insisto io.
Capelli ramati, strizza gli occhi e mi regala un sorriso mentre lo prende. Ottimo baratto, penso con soddisfazione. Davanti alle vetrate della reception ci sfioriamo le guance come fanno gli amici quando s’incontrano, o si separano. Lei slega la bici, io la moto. Ci scambiamo saluti e auguri praticamente identici. Sono in vacanza finalmente. Sono in vacanza purtroppo.
In Agosto la città si svuota lasciando a protezione solo un esercito di luccicanti soldatini senza alternative. Anni fa però, ci si trovava di fronte uno scenario molto più inquietante. In giro s’incontrava una desolazione degna dei film catastrofici anni ottanta, una malinconica solitudine che faceva di tutto per scassinarti il cuore. Ora la situazione è un po’ migliorata. Qualche negozio che vende beni di prima necessità resta aperto, e in una città come questa, fortunatamente, il concetto di prima necessità è piuttosto allargato. Il mio appartamento, al prestigioso piano terra di una via tremendamente storta, mi accoglie con un calore commovente. Il suo però non è attaccamento all’inquilino, ma semplice fisica, qualcosa che alle lezioni di termodinamica mi hanno sicuramente spiegato, ma che ho altrettanto certamente rimosso. Io e l’aria condizionata poi non andiamo molto d’accordo, quindi l’ho già da qualche tempo sfrattata. Mi cambio per fare ginnastica. Duecento flessioni e un migliaio di addominali dovrebbero essere in grado di scacciar via l’amaro e riportarmi in bocca il dolce sapore della libertà. Vibra il cellulare e arriva un messaggio, un numero che non conosco scrive: “Tu cosa fai, quando vuoi startene in pace?”
Rispondo d’istinto: “Me ne vado a correre fino a quando mi reggono le gambe. Ma tu chi sei?”
Nessun segnale di vita. Allora comincio la mia solita devastante sessione di tortura. Cinquanta minuti dopo sono un lago di sudore. Le mani tremano e mi scivolano sugli ultimi piegamenti realizzati di puri denti. Non sto più sollevando me stesso, ma è come se spingessi lontano l’intero pianeta. Lungo il braccio sinistro, una vena minaccia di esplodere. Sento le spalle indolenzite e la schiena rigida. Il cellulare vibra di nuovo: “Ho già messo le scarpe da corsa in valigia, a presto!” E poi il suo nome. Capelli ramati, occhi grandi che si strizzano quando mi sorride.
Sotto la doccia faccio già i conti su quanto manchi al momento di rientrare. Sono poche le circostanze in cui si ha questa possibilità; la possibilità di conoscere la fine prima ancora di sfiorare l’inizio. In molti altri casi sapere prima il finale ci impedirebbe probabilmente di dire, di fare, di provare, invece non ci si stanca mai di viaggiare, difficilmente si rinuncia a partire.
Non so bene dove mi porti tutto questo, quello che so è che qualcosa è cambiato, che il mondo, il mio mondo, ha accelerato, è schizzato in avanti trascinandomi con sé, perché il mondo, è lapalissiano, non si ferma; quello se ne frega e continua a girare, e quando proviamo a spingerlo perché va troppo piano, si può sudare quanto si vuole ma non c’è verso di farlo ruotare più veloce, mentre quando ci fermiamo, sperando che rallenti e che ci aspetti, quello ci trascina via. E il motivo è semplice, finché respiri, dal mondo, dal tuo mondo, non puoi scendere, quindi l’unica cosa che resta da fare è imparare a stare al passo, è imparare a stare al mondo.

Supereroi contro le forze del male

Prima di essere infilzato, mi ricordo che lo spietato Bill diceva che Superman è l’unico vero supereroe, perché si deve mettere una maschera per sembrare una persona normale e non viceversa, come fanno tutti gli altri eroi mascherati. Superman è prima di tutto Superman, Clark Kent è solo il suo travestimento, la critica personificata che Superman fa all’umanità. Andando avanti mi rendo conto che anche noi in realtà nasciamo come Superman e poi ci troviamo a vivere come Clark Kent, lentamente, inesorabilmente, senza rendercene conto; è un destino da cui non sembra esserci possibilità di fuga. La super forza, l’invulnerabilità e la capacità di volare, uniti a quella fiducia in quei valori assoluti, così chiari e cristallini da risultare banali, un giorno ci abbandonano come fossero prestiti da dover restituire una volta cresciuti. Inforchiamo gli occhiali, ci vestiamo di elegante anonimato e poi via, a fare gli eroi digitali, dandoci da fare per salvare solo la nostra società, qualunque nome essa abbia. Siamo fumetti al contrario che ripercorrono a ritroso storie fantastiche, alpinisti concepiti in vetta che poi si estenuano fino alla morte solo per scendere a valle.
Sono reduce dal ruolo di testimone al matrimonio di Phil e Mary. Phil ed io eravamo alle scuole elementari insieme, poi anche alle medie, quindi le nostre strade si sono un po’ divise, ma noi siamo restati amici, ottimi amici. Phil è uno che c’è. Quando hai bisogno di lui, quando non ne hai, lui c’è, senza darti mai la minima impressione che questo gli costi qualcosa. È un amico che riempie questa parola del suo significato più bello. Quanto lui poi è un tipo tranquillo, tanto sua moglie è un personaggio scatenato. Mary è una forza della natura. Un carro armato che ha sposato un aquilone. Se fosse stata una persona famosa oltre oceano, gli americani non avrebbero chiamato Katrina l’uragano che ha distrutto New Orleans. Di fianco a me sull’altare c’era anche la cugina dello sposo, un discreto tocco di “gnocca” con fidanzato ingessato al seguito però. E poi c’era Alex. Alexander è il terzo membro del nostro antico trio di amici d’infanzia. Solo qualche settimana prima io, e lo stesso che in quel giorno stava recitando promesse, trasudando come une pecora, eravamo stati testimoni anche al suo matrimonio. È uno molto in gamba, uno che nella vita sa farsi strada e farsi voler bene contemporaneamente, il che è una dote molto rara. Alex è l’amico cui pensi, quando vedi tutto nero. Immagini come si comporterebbe lui e allora ritrovi le forze e reagisci. Vive a Hong Kong da qualche anno e di recente sono anche andato a trovarlo.
L’ex possedimento britannico è una città dallo skyline vertiginoso e la natura lussureggiante, un luogo, dove oriente e occidente si mischiano e poi si separano come Vodka e Martini, agitati non mescolati, come amanti indissolubili e maledetti. Alex mi ha fatto conoscere le bellezze del posto, i suoi piccoli e grandi segreti, cercando anche un paio di volte di mettere fine alle nostre vite in qualche avventurosa scampagnata sulle pareti roventi di uno dei tanti monti che si tuffano senza attenzioni verso il mare. Il vecchietto, con costume ascellare, di un paesino senza nome immerso nella giungla, che ci vede arrivare a più di duecento metri, dopo una camminata di tre ore a trenta gradi sotto il sole con l’acqua finita, e che ci grida sdentato “cold water” rimarrà per sempre uno dei miei ricordi più indimenticabili. Per una settimana abbiamo quindi brindato, ballato, cantato e molestato pazienti tassisti in preda ai fumi di tutto ciò. Ho avuto l’ennesima prova che se l’alba segna il momento di andare a dormire, la notte, quando il sole sta già sorgendo, non potrà essere che serena. E poi con lui, come sempre, si è parlato e riparlato un sacco. Chiacchieriamo di tutto io e Alex: di sogni e di realtà, del passato, del presente e del futuro. Ci raccontiamo delle nostre battaglie, di quelle vinte, di quelle perse e soprattutto di quelle che troppe volte crediamo di aver confuso con la guerra, anche se penso nessuno dei due abbia ancora deciso bene se la guerra poi esiste veramente o se non sia invece solo un nome per chiamare la paura della battaglia che ancora non si è dovuta combattere. Quando sono con lui, ritrovo definitivamente la voglia di divertirmi, quel bisogno assoluto di distrazione che spesso dimentico in un cassetto sotto pile di dubbi, paure e doveri. Credo sia vero che un uomo solo che guarda un muro è un uomo solo. Ma due uomini che guardano lo stesso muro sono il principio di un’evasione. L’unica cosa che non mi piace dei periodi che passiamo insieme è che quando terminano avverto il peso della separazione, la medesima sensazione di chi sotto le coperte ha sentito il suono della sveglia ed è costretto ad alzarsi.
Riemergendo da questo fiume di ricordi, devo ammettere che la cerimonia è stata davvero bella, ma non avevo dubbi che lo sarebbe stata, quando si sposano persone cui vuoi bene, viene sempre fuori una cosa bella. Personalmente ho mangiato come un senza tetto, bevuto come un minatore e sudato come uno che ha partecipato alla Marathon Des Sables, tanto che non sono arrivato alle proverbiali sette camicie, ma alla terza letteralmente sì. Mi sono anche concesso un lungo bacio alcolico con una vecchia amica, perennemente non accoppiata, come me. È stato un goffo tentativo di uscire dalla buca, dimenticandomi purtroppo che dalla buca non si esce con le mani, dalla buca non si esce con le unghie, ma dalla buca si esce con la testa. A tarda notte ho infine festeggiato il mio compleanno, stretto nell’abbraccio dei miei più veri amici, vivendo un momento decisamente emozionante.
Man mano che divento grande, e un poco vecchio, ho sempre più spesso l’impressione che gli anni che passano non siano scanditi tanto da ogni inevitabile compimento, quanto da eventi inaspettati e particolarmente appassionanti che segnano la vita, come trepidanti cicatrici sulla pelle del tempo, segni che non si contano, ma si accarezzano soltanto. Così più che ventotto, penso che siano passati dieci anni da quando ho preso la patente, quattro da quando ho iniziato a lavorare, due dagli ultimi campionati del mondo e da quando ho comprato la mia tinozza galleggiante, e poi di cose ce ne sarebbero all’infinito, tanti quanti i pensieri che mi sfiorano la mente, almeno quelli che conservo; ma non ventotto, non ventotto anni da quando sono nato. Certamente quello che siamo lo dobbiamo a ogni singolo istante che abbiamo vissuto in passato, eppure non riesco ad abbandonare l’idea che gli ultimi giorni, al massimo mesi, siano i veri registi della parte che ciascuno di noi finisce per interpretare nel suo presente, quando interpreta se stesso. Segno balordo comunque quello di coloro che sono nati tra le braccia di Luglio. Non brutto, ma balordo, perché si percepisce tanto e si comunica poco, diventando pigiati vortici di vorrei ma non posso e potrei ma non voglio. Ci capita di smarrire spesso la bussola e, quando la ritroviamo, più la guardiamo più ci convinciamo che non funzioni, che si sia rotta. Così finiamo per vagare senza una meta e forse, dentro di noi, non ci interessa neppure averla. “Sono un cane che insegue le auto, se le prendessi, non saprei che farmene.” Diceva il Jocker al Cavaliere Oscuro, e lui sicuramente era un cancro. Solo la notte, quando allungo sul materasso un braccio dolorante per sgranchirlo, vorrei non trovare sempre e solo la sagoma del telecomando o del telefonino, lasciati lì con un po’ troppa generosità. Su questo però, mi sembra che l’universo si mantenga equo, e chi non ha mai creduto alle favole, non può pretendere che qualcuno ne abbia scritta una apposta per lui. La felicità ha un difettaccio, che ti rendi conto che c’era solo quando non c’è più. Però forse ti salva il fatto che questo in realtà è un paradosso, perché se una cosa ti accorgi che c’era solo quando non c’è più, stai ammettendo che mentre ci pensi non sai se c’è e quindi a dire il vero non sai neanche se non c’è, ergo non sai se c’era e quindi alla fine non ci capisci più un cazzo e smetti di porti il problema. Però, in tutto questo solitario trambusto, una cosa l’ho capita, l’amore, per sua natura, è anche lui senza dubbio un cancro, anche se questa definizione può essere soggetta a interpretazioni.

Ormai la vedo spesso, tutti i giorni direi, anche solo per un sorriso. E se non ci vediamo, ci scambiamo comunque spensierate mail o qualche innocente frase su Skype. Per una misteriosa sincronia, ogni volta che io lego la moto, lei sta arrivando. Capelli ramati, occhi grandi che si strizzano quando mi sorride. Anche oggi iniziamo la giornata con un caffè insieme. A quest’ora del mattino, sono ancora poche le entità animate. Sul mio piano c’è una saletta con i distributori automatici. La usano quelli che non hanno voglia di uscire e andare fino al bar. Un po’ di rassegna stampa è sparsa in giro per concedersi un attimo di svago. C’è un tavolino tondo, di quelli stretti e alti dove stai in piedi e ti appoggi. Lei beve da una tazza dove c’è annegata dentro una bustina misteriosa, io sopporto il solito rancido intruglio zuccherato a base di caffeina.
“Che cosa fai questo week end?” Le dico pensando che potrei anche solo stare lì a guardarla, come un bambino che fissa imbambolato la vetrina di un negozio di giocattoli. Quando non è una mesta condanna però, il silenzio è un traguardo difficile da raggiungere. Così invece mi concedo un po’ di banale conversazione.
“Vado in montagna che ci sono i miei con mia sorella, tu?” Mi risponde.
“Vado al mare.” Replico io.
E Appena posso effettivamente ci vado sempre. Al mare, dico. Per me è come una seconda casa, nonostante lo consideri allo stesso tempo un luogo assurdo, tanto bello quanto fastidioso, come una donna bellissima che non riuscirò mai ad amare completamente, ma che forse non riuscirò neppure mai a non desiderare un pochino. Le spiagge sono inesistenti e per le strade è facile confondere le persone con manichini alla moda, uomini e donne che giocano a nascondere la loro vera età, diventando statue che mai ne hanno avuta una e mai ce l’avranno. Il tempo non cambia gli esseri umani però, li svela soltanto. Io però ci ritrovo anche gli amici di sempre, quelli che ci saranno sempre, e il mio Campino, quella tavolata di liscio asfalto che tratta allo stesso modo quelli che sarebbero capaci di buttarsi per salvare il mondo e quelli che si gettano per recuperare una solamente una possibile palla persa. E poi c’è il mio Garpez. In realtà all’inizio ci sono state parecchie discussioni su come battezzarlo. Ne sono venute fuori di ogni, tra me e i miei altri due soci. Anagrammi con i nostri nomi o soprannomi mischiati, appellativi da caserma, riferimenti a squadre o a giocatori di pallacanestro di ogni epoca. Solo che abbiamo fedi inconciliabili, così alla fine abbiamo optato per un omaggio erudito all’immortale capolavoro di Aldo, Giovanni e Giacomo. Il nostro gozzo però non è una merda, è solo un Garpez.
Come ogni giorno, a un certo punto della conversazione ci raggiunge anche Sam, che lavora in contabilità cliente e si occupa di riscossione crediti. È un’altra discreta portinaia e ha una passione sfegatata per l’automobilismo. Se gli inneschi la manovella, parte e non si ferma più. Per sfotterlo gli altri ragazzi dicono che ogni volta che deve chiamare un cliente per sollecitarne un pagamento, quello messo alle strette rilancia: “E la Ferrari?” Per Sam completare quell’incipit è una tentazione paragonabile solo a quella che aveva Roger Rabbit di completare il jingle: “Ammazza la vecchiaaaa.” Mi scappa sempre un sorriso quando penso alla filippica che ne deriva, però rimane un buono, ed io i buoni li rispetto.
Il prossimo gran premio tuttavia è ancora lontano, allora discutiamo della situazione aziendale, delle vendite che calano, del magazzino che sale, e del fatto che c’è fumo all’orizzonte e nessuno sembra chiedersi se sia solo nebbia o se qualcosa stia veramente incominciando a bruciare. L’aumento della densità demografica della stanza ci convince, però, ad andarcene. Sam ci saluta. Ad un incrocio un perfido “ciao” ci separa, io tiro dritto verso i miei bastioni, lei svolta a destra verso la sua torre d’avorio. È lì che operano i designer come lei, i cosiddetti creativi, in uno spazio ovattato sospeso tra due piani, tra due mondi, tra domani e dopodomani. Ci sono stato per la prima volta, solo un paio di giorni fa. Ci sono andato per vederla. Ho letto nelle sue frasi un po’ di tensione e ho fatto subito una goffa visita per regalarle la pallina da basket che tenevo sulla scrivania. “Questa la tiri in testa a chi ti fa arrabbiare,” le ho sussurrato, mentre gli altri erano concentrati sui loro disegni. Chi se ne sta lì, infatti, è al sicuro dalla confusione e dalla spazzatura che circola negli altri reparti, dalla rabbia e dal nervosismo, ma anche dalle burle e dall’eccitazione. Lavorano più tranquilli, questo è sicuro, ma ho sempre pensato che il design sia reinventare se stessi negli oggetti che si progettano. Una persona al riparo delle emozioni farà oggetti senza emozioni. Una persona viva, che vive, disegnerà oggetti vivi, destinati a continuare a vivere. Capelli ramati, occhi grandi che si strizzano quando mi sorride. Sono certo disegni cose incantevoli.

Ma Dove Vanno I Sogni La Mattina

Dalle casse si sente un dj radiofonico che sta raccontando qualcosa, quando la sveglia si attiva, e un altro gli fa il verso. La sua voce, non so perché, mi ricorda un collega che avevo nel mio primo lavoro. Un tipo tosto, vicinissimo alla pensione, perennemente nervoso e dolorante per una fastidiosa zoppia, con sigaretta sempre in bocca, accesa all’aria aperta e spenta quando se ne stava seduto alla scrivania. Uno pronto a litigare con tutti e per qualsiasi cosa, ma a me, col tempo, si era affezionato, io credo perché fin dall’inizio l’ho sempre rispettato, credo perché fin dall’inizio avevo capito che in fondo era un buono.
Mi trascino in cucina alla ricerca di qualcosa di commestibile. La mia scorta di merendine è a prova d’inverno nucleare, ma ultimamente sono diventato particolarmente pigro e se non mi attivo per fare una spesa, alla fine mi troverò a nutrirmi, come si dice, a pane e acqua, però senza pane.
La Crostatina è un’invenzione assolutamente geniale. Ti dà immensa soddisfazione! Al secondo posto invece ci metto il Saccottino, rigorosamente al cioccolato. Convincente! Sul gradino più basso del podio si difende alla grande la Nastrina. Semplice e soffice!
Mentre ingurgito l’ultimo boccone di qualcosa che non ho neanche capito cosa sia, mi dirigo nuovamente in camera, attento a rimettere i piedi esattamente sulle orme dell’andata, temendo che il resto del pavimento nel frattempo possa essere scomparso. Alla radio è il momento delle ultime notizie, mentre io intanto cerco di non scambiare il dentifricio con la schiuma da barba e penso che gli aperitivi, soprattutto quelli che sforano ampiamente oltre i confini delle sera e senza mangiarci in mezzo qualcosa, non siano molto salutari. L’acqua che mi rimbalza sulla testa, pian piano riattiva la cognizione dello spazio e del tempo, e anche la serata, da poche ore archiviata, assume toni un poco più nitidi.
Simpatica! Bella, anche un cieco con gli occhi cuciti lo avrebbe notato, ma che sia anche simpatica è stata una piacevole sorpresa. Che è fidanzata poi, l’è scappato fuori solo verso la settantesima parola, anche ottantesima. Di solito me lo gettano addosso nelle prime dieci, come fosse un monito. “Non invadere il mio spazio! Questo è lì tuo, questo è il mio.” E’ una cosa che devono aver imparato guardando troppe volte il povero Patrick Swayze che insegnava il mambo a Jennifer Grey. Invece con lei è stato un argomento solo accennato, appena sospirato, o forse ero semplicemente io che avevo paura anche solo a sfiorarlo. Tra una goccia e l’altra il mio disco personale s’incanta. Bella, proprio bella! Poi riprende. Troppo bella per uno come me. Meglio non pensarci e poi io non faccio il rovina famiglie.
Il completo blu gessato è lì, dove l’avevo preparato la sera, in un ultimo attimo di lucidità prima di andare a letto, così come la camicia e le scarpe marroni spazzolate al volo; la cintura invece giace arrotolata poco distante, a portata di confronto per evitare odiose discromie. A differenza di quando sono in giro a sudare per qualche incomprensibile motivo, infatti, quando vado al lavoro, mi piace essere in ordine, preciso, e soprattutto mai casual. Nella mia vita ho già imparato che il rispetto che si riceve non dipende certo dal valore e dalla cura dei nostri vestiti, ma ho anche capito che l’arroganza e l’ignoranza si sentono meno sicure del loro potere davanti ad un completo, piuttosto che davanti a un maglione scollacciato. Di “casuale” nel mio modo di vestire quindi non c’è o ci sarà mai niente.
Scrutando serio l’enorme specchio che si eleva nell’ingresso, controllo che sia tutto in ordine. Mi passo una mano sul collo. Mi scappa un sospiro. Capelli ramati, occhi grandi che si strizzano quando sorride. Bella, troppo bella per uno come me.

A questa latitudine Luglio in moto è un percorso a ostacoli sopra le grate della metropolitana. Se non lesini emozioni e movimenti, ti trovi a dover gestire delle pezze spropositate prima di riuscire a chiudere gli occhi e ad aprirli nuovamente – ed io odio le pezze. Per questo emulando un moviolista, metto lo scooter sul cavalletto e mi chino a legare la catena. Ho la testa girata verso il muro del palazzo, quando sento un profumo che non posso non riconoscere; così, mandando in crisi la cabina di regia, mi volto di scatto dall’altra parte. Il sole mi abbaglia! No, non è il sole.
“Ciao”, dice lei con sincera allegria.
“Ciao”, dico io con fasulla tranquillità.

“Spazio, ultima frontiera. Questi sono i viaggi della nave stellare Enterprise. La sua missione è quella di esplorare strani nuovi mondi, alla ricerca di nuove forme di vita e di nuove civiltà, per arrivare dove nessuno è mai giunto prima.”
(Star Trek)

Lo sapevo che quest’ingresso non me la contava giusta, mi trovo a pensare mentre lo attraverso con lei per arrivare agli ascensori.
“Come hai fatto a trovarci ieri sera?” Dico fissando i numeri dei piani per cercare di rallentarli.
“Ho chiamato Nick.” Mi risponde subito.
Nicolas, detto Nick, è il classico ragazzo di provincia e anche lui da poco entrato a far parte della squadra degli acrobati della società. A parte l’accento leggermente dialettale, che lo rende di riflesso simpatico, è un tipo sempre allegro e con un’instancabile carica positiva. Io lo invidio. Lui vive in un bel mondo, perché vede un bel mondo; è convinto che il mondo sia bello e se scopre che tu non ne sei sicuro quanto lui, cerca subito di convincere anche te. L’ho conosciuto alla macchinetta del caffè, dove si è messo a raccontarmi una delle sue ultime peripezie sentimentali. Sul momento l’ho trovato inopportuno, ma pochi secondi dopo mi aveva già conquistato. Adesso si è iscritto a un corso di tango e ha una partner che dice essere veramente in miniatura, tanto che, di comune accordo, l’abbiamo soprannominata Memole. Mi fa piegare dalle risate quando mi racconta le lezioni. M’immagino la scena, lui di spalle che sembra balli da solo, lei dall’altra parte che si controlla il trucco nella fibbia della sua cintura. Sono settimane che cerca di persuadermi ad andare alla palestra interna all’azienda, dove va almeno un paio di volte la settimana e nei week end, giacché si è trasferito in città per il lavoro. Prima o poi potrebbe pure ricucire a convincermi, ma al momento amo troppo lo sport per andare a richiudermi in una sala pesi, dove il primo sfigato personal trainer mi attaccherebbe una pezza per correggere il mio modo di allenarmi – ed io odio le pezze.
Mentre l’ascensore sfreccia tra i piani, ripenso alla teoria della relatività e a quanto sia spietata. Avessi fatto quel tratto con qualche collega petulante, avrei certo creduto di avere il tempo per farmi una seconda istruzione. Invece prima di finire di deglutire, le porte si riaprono e lei scende voltandosi verso di me. Capelli ramati, occhi grandi che si strizzano quando mi sorride.

Non Sono Fashion

Mi accarezzo il dorso della mano, dove brucia ancora il livido lasciato da quel malefico pallino di plastica. Sfiga maledetta! Proprio nell’unico punto dove non avevo messo le protezioni. Sabato, tanto per non annoiarmi infatti, sono stato con degli amici e altra gente a giocare a simular battaglie tra le colline fuori città. Divisi in squadre lo scopo era quello di conquistare la bandiera e con essa la roccaforte avversaria, dilettandosi nel ruolo di assediati o assedianti, il tutto ovviamente senza venire centrati, pena l’esclusione fino alla fine del combattimento in corso – d’altronde non ho mai visto nessuno giocare al gioco della resurrezione.
Assedio dopo assedio, mi sono presto reso conto però che conquistare una collina non fa proprio per me, forse perché non mi piace ricevere ordini, forse perché ho una pessima mira, o forse più semplicemente perché ho capito che alla fine una collina non può essere veramente conquistata; se la potessi effettivamente conquistare, quando te ne torni a casa, te la potresti portare via con te, invece lei resta lì e tu te ne vai. È comunque divenuto subito molto chiaro a tutti i partecipanti che le nostre possibilità di cavarcela in un combattimento reale sarebbero meno di quelle di sopravvivere a un disastro aereo, appollaiati su un’ala del velivolo; per fortuna nella vita si può essere guerrieri anche senza fare i soldati. Mi è piaciuta in particolare la nostra guida che, tronfio della sua esperienza di combattimenti simulati, ci ha per mezz’ora organizzato e spiegato la strategia, prima di essere centrato dal fuoco nemico, circa cinque secondi dopo aver gridato un gladiatorio: “Seguitemi!”
“Finito di disegnare oggetti di dubbio gusto?” Non so perché le sto scrivendo, visto che sono passate almeno un paio di settimane da quel pomeriggio di formazione insieme ai nuovi arrivati e la maggior parte di loro l’ho a stento intravista in giro per i corridoi. C’è da dire che sto lavorando molto e purtroppo abbastanza male, come spesso capita quando ci si affaccia a nuove attività con nuove logiche e diverse necessità, ma ecco che in questo tardo pomeriggio, una specie di carezza, inaspettatamente sfiora i mille pensieri che mi affollano la mente. Capelli ramati, occhi grandi che si strizzano quando sorride. Non c’è un motivo in questa cosa, non c’è un fine, scrivo solo perché mi va di farlo. Premo “invia” e vado avanti ad intrecciare svogliatamente un’assurda sequenza di lettere e numeri. Passa poco tempo e la casella di posta s’illumina, regalandomi un sorriso. La risposta è cortese, forse un pelo divertita, ma non concede particolari repliche. Io utilizzo uno spiraglio per rimandare un saluto. Lei ricambia. La sera quindi scende rapidamente e mi coglie impreparato. Salvo il lavoro in una cartella qualsiasi, annegata nel solito universo digitale e spengo il PC. Mi dirigo verso le scale, ho solo voglia di sgranchirmi le gambe e andare a casa. Questa giornata non ha più niente da recarmi in dono.

“Oggi c’è l’aperitivo con tutti i colleghi, vieni?” È Jerry che mi blocca mentre transito nelle vicinanze della sua postazione poco prima di pranzo. Jerry, che lavora ai sistemi informativi, è un ragazzo simpatico, un po’ portinaia, ma gentile. È uno con cui è sempre divertente fare due chiacchiere, e magari prendere un caffè, perché ti racconta un sacco di cose, ma mai con la malizia o addirittura la cattiveria che senti nelle parole pronunciate da altri personaggi limitrofi. In sostanza è un buono ed io i buoni li rispetto. Poi organizza tutta questa serie di ritrovi dei dipendenti come una sorta di P.R. mancato o latente, e mi chiedo veramente se non abbia fatto male a non scegliere questa carriera per occuparsi invece di supporti soft e hard.
“Perché no!” Penso mentre ritorno alla mia postazione e poi mi si compone un’idea che mi rende improvvisamente eccitato e coraggioso. Capelli ramati, occhi grandi che si strizzano quando sorride.
“Vieni stasera all’aperitivo?” Scrivo stando attento a non cannare l’apostrofo.
La risposta arriva quasi subito. “Non credo, devo vedere mio padre.”
“Be’, ma se gli dici che ci sono io, vedrai che tuo padre capirà.” Invio. Poi mi rendo conto che con questa ragazza non ho filtro, dico quello che penso e non penso a quello che dico. La prima risposta mi sembra sempre quella giusta. Nessun intricato ragionamento, nessuna censura mentale cui sono solito sottoporre la maggior parte delle parole che mi vengono in mente, niente.
Anche questa volta la replica non tarda: “Ci penso, nel caso dove siete?”
Io, al volo: “Non lo so, da queste parti, ma se vieni mandami un messaggio che ti dico dove stiamo esattamente.”
Poi le scrivo il mio cellulare. Rifletto. Sono improvvisamente diventato capace a parlare così tranquillamente con una donna? In due righe sono riuscito a strapparle il dubbio di un’uscita e a darle il mio numero di telefono. Mi sa di no! È che con lei mi viene facile, di certo scriverle, parlarle non lo so, dentro di me spero di scoprirlo presto. Il pop up che si evidenzia sullo schermo mi calamita subito l’attenzione, ma è solo una nuova e, visto il mandante, ostica rottura di coglioni. Suona come la sveglia che mi riporta con il deretano a contatto con la sedia e riattiva le mie funzioni celebrali di logica e tediosità.

Il quartiere in cui lavoro, negli ultimi quattro anni, è diventato la zona di riferimento per quanto riguarda aperitivi e vita notturna. In una cornice decisamente suggestiva, tra zone verdi e antichi edifici, come funghi sotto le querce sono spuntati locali, bar e discoteche. Alcuni sono stati lampi che hanno attraversato il cielo di una sola estate, altri imperterriti invece resistono, agli inverni sempre più rigidi, alla svalutazione monetaria, alla borsa che crolla e alla disoccupazione, lanciando il messaggio, non so quanto veritiero, che la crisi da quelle parti non è la benvenuta, e che per la recessione, come per i tamarri in canotta che non giochino a calcio, c’è selezione all’ingresso.
Vado serenamente a piedi, perché il locale è proprio a un tiro di schioppo, uno di quelli caricati a piombini per passerotti. Ci sono altri volti noti dell’ufficio, in particolare mi fermo a parlare con Ive, una ragazza che si fa fatica a non notare, prima di tutto perché è molto bella e poi perché ha questo temperamento esuberante e determinato allo stesso tempo, tanto che rischia di travolgerti se ti metti in mezzo senza motivo, oppure finisci per sbatterci contro se vai verso di lei senza sapere esattamente dove stai andando. C’è anche il suo cagnolino, una palla impazzita di liscio pelo nero che non conosce il significato dell’equivalente canino del termine “a cuccia”. Mi raggiungono anche due amici di vecchia data che, visto la presenza di diverse graziose fanciulle, non ho avuto difficoltà a convincere ad intervenire. Tom lo conosco dai tempi dell’università. A vederlo sembra solo un tipo secco e un po’ schizzato. In realtà è un gran casinista, nel senso più o meno positivo del termine. Quando andavamo insieme in macchina a lezione, mi faceva andare fuori di matto perché mi si presentava costantemente in ritardo – e io odio chi arriva in ritardo – accampando un parco scuse degno delle migliori attrazioni di Disneyworld. Riusciva a non arrivare puntuale anche quando io, preventivamente, fissavo l’appuntamento in anticipo e poi mi presentavo un poco dopo. Poi partiva la sagra della cazzata, festeggiata con un repertorio di scuse degno delle migliori battute di Jake Blues: “Dico sul serio. Ero rimasto senza benzina. Avevo una gomma a terra. Non avevo i soldi per prendere il taxi. La tintoria non mi aveva portato il tight. C’era il funerale di mia madre! Era crollata la casa! C’è stato un terremoto! Una tremenda inondazione! Le cavallette! Non è stata colpa mia! Lo giuro su Dio!”
Per il resto ha sempre un sacco d’idee bizzarre, alcune completamente folli, tanto che basta guardarlo con scetticismo per fargliele abbandonare, altre solamente molto difficili da realizzare; però lui ci crede e si dà da fare per provarci. Io per questo lo ammiro molto e poi è un buono, ed io i buoni comunque li rispetto.
Sonny invece sembra la custodia di Tom. Gioca con me a pallacanestro e lo conosco da una vita, anche se per anni ci siamo persi di vista. Poi ci siamo ritrovati e ultimamente ci vediamo spessissimo. È un energumeno di oltre cento chilogrammi su una superficie verticale estesa circa come la mia. Rasato a zero, regala un’espressione amichevole su una faccia da vero cattivo. È un tipo espansivo e intelligente, uno che ha visto il mondo e soprattutto sa stare al mondo. Ha solo due difetti particolarmente marcati, il primo è una passione troppo viscerale per interminabili sequenze di birra e sigarette a ripetizione, il secondo è che corre sulle punte. Giuro! Corre sulle punte come i personaggi dei cartoni animati quando non vogliono farsi sentire. Vederlo scattare in contropiede è uno spettacolo esilarante.
Ci pigliamo tre medie chiare un filo in disparte e ce la raccontiamo un po’ su. Si discute del campionato appena finito e del suo concitato epilogo.
“Alla fine abbiamo fatto il possibile”, sentenzia Sonny, “però non ho capito perché siamo arrivati terzi e non secondi.”
“Semplice, è successo perché perdendo l’ultima, la terza ci ha scavalcato. Anche questa è da mettere in conto al Macedone!” Rispondo io.
Già, il Macedone, al secolo Petar Naumoski, uno che nella sua carriera sui campi da basket di mezza Europa è stato capo cannoniere della Coppa dei Campioni, conquistandola due volte, e vincendo anche svariati scudetti nelle diverse federazioni in cui ha militato. Ora, ritirato da non molto e per fare un favore a qualche amico, suppongo, se n’è venuto a giocare, a tempo perso, il finale di stagione nel mio pidocchioso campionato. Un mesetto fa lo abbiamo incontrato, lui per farsi poco più di una sgambata, noi per provare a vincere il torneo. Ne è ovviamente venuta fuori una grande partita, una di quelle giocate senza preliminari, senza scorciatoie, con il cielo che non minaccia di caderti sulla testa, ma è già caduto e tu fai il possibile per sorreggerlo. Minuti passati a sfruttare muscoli, articolazioni e legamenti oltre la soglia dell’autoconservazione, fino alla loro totale e incondizionata ribellione. Cedono tutti tranne uno, quello che conta, quello che dà il tempo, quello che non suda, ma al limite piange, batte, ma mai in ritirata. Tuttavia, come dice il buon Federico Buffa: “Nessuna entità ultraterrena ha imposto alla realtà un finale Disneyano.” Così al suono della sirena, per poche unità, ma sul nostro lato del tabellone luminoso c’era un numero poco più basso di quello che gli avversari avevano dalla loro parte.
Pratico il gioco tecnicamente più avanzato del pianeta da quando sono in grado di camminare e sono transitato per le sfide e i terreni più disparati, tra campionati competitivi e tornei poco più che amatoriali. Sconfitte e vittorie non riesco più neanche a contarle, eppure le grandi partite, quelle non ho mai potuto dimenticarle. In particolare non si scorda mai il giorno dopo una grande partita – che tu abbia vinto e perso non fa differenza – quando ci si sveglia con quella rottamata consapevolezza di essere stanchi per un buon motivo e con la sottile sensazione che la speranza forse non cresce solo dove il pavimento è solcato da linee rette e curve, ma che forse un germoglio può anche attecchire altrove e, mentre sei lì che impacchetti i rifiuti nella tua indaffarata quotidianità, te lo potresti per caso trovare davanti. Una grande partita tuttavia non deve essere per forza una partita grande, una di quelle di cui parlano televisioni e giornali e che libri più o meno conosciuti un giorno celebreranno. No, una grande partita trae la sua grandezza dal modo in cui è stata giocata. Il sacrificio è il cemento con cui è stata costruita! E il sacrificio è duro, il sacrifico è pesante, il sacrifico è ruvido, il sacrifico è equo, il sacrifico investe noi e urta tutti coloro che ci stanno più vicino. Il sacrificio in tutte le sue forme. Il sacrificio di tempo, di risorse, di scelte, di voglie, d’affetti, di vita, il sacrificio dà valore a tutto ciò che facciamo e dice quello che siamo molto più dei nostri muscoli, più o meno scolpiti, molto più dei nostri vestiti, più o meno eleganti, molto più del nostro lavoro, più o meno importante. E se qualcuno guardandomi, avesse da obbiettarmi che, per riempire una vita semplice e piccola come la mia, non serve poi molto, non ci vogliono poi queste smisurate sfide, io non avrei problemi a dargli ragione; ma a me sta bene così! Perché ci sarà sempre qualcuno che possiederà una casa più grande della mia, ma io per questo non mi sentirò mai più umile! Ci sarà sempre qualcuno che avrà uno stipendio più alto del mio, ma io per questo non mi sentirò mai più povero! Ci sarà sempre qualcuno che avrà una ragazza più bella della mia, ma io per questo non mi sentirò mai meno innamorato! E ci sarà sempre qualcuno più forte di me e che giocherà in un campionato più prestigioso, ma io per questo non smetterò mai di voler vincere ogni singola maledettissima competizione. Quando ho avuto il privilegio di giocarla, una grande partita, mi ha fatto capire quello che possiedo io, cosa possiedano gli altri, sinceramente non me n’è mai fregato niente.
“Però cazzo! Queste merde hanno fatto quaranta minuti di pick and roll!” Esclama Sonny alla fine, prima di terminare il suo boccale di malto e luppolo in forma liquida in un’unica sorsata.
Faccio appena in tempo ad annuire che la vedo. Capelli ramati, occhi grandi che si strizzano quando sorride. Un vestito azzurro leggero, la schiena scoperta, riesco a sentire il suo profumo. Controllo d’istinto il cellulare che però dichiara zero chiamate senza risposta o messaggi. Perdo il filo della discussione.
“Vabbè, vi presento un po’ di gente!” Faccio ai miei interlocutori. Così li guido verso il resto della “balotta” e mi pitturo sulla faccia anche l’espressione simpatica.

Perdere Il Senso Dell’Orientamento

La sala conferenze cinguetta come un bosco in una soleggiata mattina di primavera. Tutti coloro che sono stati assunti negli ultimi mesi sono stai riuniti qui, dietro questi vetri opachi, per conoscersi e soprattutto per conoscere ciò che si fa, ciò che è stato fatto e ciò che si vuole fare. Saluto Stacy e TJ, anche lui è qui che si “orienta” fin dalla mattina. Gli altri invece sono più che altro facce intraviste, alcune un po’ intimorite, altre curiose – chissà se hanno già distribuito le bussole? C’è qualche ragazzo, ma soprattutto ragazze, giovani, per la maggior parte carine; scorro i loro volti velocemente ma con attenzione, per provare a intuirli. Chi sono veramente? Che cosa pensano? Cosa vogliono? Su uno mi fermo. C’è qualcosa nel modo in cui non mi guarda che mi cattura l’anima. Capelli ramati raccolti, carnagione abbronzata, indossa un vestito chiaro con dei disegni, forse dei fiori, occhi grandi, marroni credo, faccio fatica a distinguerli perché li strizza quando sorride.
Stacy richiama la mia attenzione; poiché sono arrivato in ritardo, mi domanda di presentarmi e di spiegare brevemente la mia attività. Sulla prima richiesta so abbastanza cosa rispondere, mi vengono in mente quei circoli di alcolisti anonimi, faccio il verso alla situazione, solo che io non bevo eccessivamente, così asserisco di fare abitualmente tutto il resto. Cerco di risultare simpatico, senza sembrare un buffone, di essere sicuro, senza sembrare arrogante. Parlo di me, qualche dato, le mie passioni, lo sport che mi riempie la vita, dove ho studiato, alcuni aneddoti. Parlare in pubblico non è mai stato un problema, anzi me la cavo decisamente, la voce è squillante nonostante l’erre moscia e guardo gli altri negli occhi per scrutargli i pensieri.
Quando devo dire qual è il mio lavoro, invece, cerco di darmi un tono come quelle segretarie che si fanno chiamare assistenti. Racconto un po’ di boiate da discussione di tesi, termini tecnici che so la maggior parte sicuramente non capiranno; del resto alcuni restano un mistero assoluto anche per me. Butto lì qualche frase da libro di testo, replico a una domanda con una riposta che non c’entra niente, come nella barzelletta: “Questo nuovo apparecchio per l’udito funziona proprio bene!” Domanda: ”Di che marca è?” Risposta: “Le dodici e un quarto!”
Il problema è che ci vuole un ingegnere per capire profondamente un ingegnere, oppure un pazzo scatenato, che non è la stessa cosa, anche se alcuni non ci vogliono credere; forse invece è l’esatto opposto, solamente succede che razionalità convinta e la mancanza totale di essa arrivino a toccarsi in quel cerchio perfetto che è l’esistenza.

Allora, ci sono due matti in manicomio… e una notte, una notte decidono che la vita là dentro non gli piace più. E così decidono di evadere! Allora vanno sul tetto e lì, nello spazio vuoto tra i palazzi, vedono i tetti della città che si estendono al chiaro di luna… che si estendono verso la libertà. Allora, il primo matto, beh, fa un salto e atterra sull’altro tetto senza problema. Ma il suo amico, lui non ha il coraggio di saltare. Sai… sai, ha paura di cadere. Allora il primo ha un’idea… e gli fa: “Ehi! Ho una pila! Ora la accendo e la punto qua in mezzo. Così tu puoi venire da me camminando sul raggio di luce!” Ma il secondo scuote la testa. E gli fa… gli fa: “Ma che ti credi? Che sono pazzo? Poi tu la spegni quando sono a metà strada!”

(Batman: The Killing Joke – A. Moore, B. Bolland)

Molti ci criticano, alcuni ci compatiscono, e tanti altri ci odiano, perché fanno fatica a capirci, perché hanno paura di noi, perché da sempre quello che non si comprende, prima si teme e poi si critica, e si odia finché alla fine non se ne prova addirittura pena. Siamo scrutati con gli occhi con cui i filosofi guardavano gli artigiani, con lo sguardo con cui i nobili guardavano i mercanti, con l’espressione con cui chi ha ottenuto la fama osserva chi non ce l’avrà mai. La verità però è che noi siamo i soldati della realtà, i guerrieri dell’immanente, difensori di tutto ciò che è tangibile. Dietro ciò che facciamo, diciamo, pensiamo c’è sempre una ragione che, come l’arbusto più gracile, cerca di piantare le sue radici bene in profondità, per trovare linfa con cui perdurare. Per questo finiamo per essere rigidi e poco avvezzi al cambiamento, ma per lo stesso motivo siamo anche dei pessimi mentitori e degli ottimi ascoltatori. Spesso abbiamo l’aria sfigata, colorito poco sano, occhiali appesantiti da diottrie di chi ha letto più formule che parole, di chi ha visto poche albe e troppi tramonti; tuttavia il nostro corpo non è mai un fine, ma sempre un mezzo per raggiungere i nostri scopi, qualunque essi siano, anche i più incomprensibili, e i nostri vestiti tendono a dire quel che non siamo più di ciò che finiamo per apparire. Preferiamo ottenere rispetto, piuttosto che simpatia, perché la simpatia è solo vento, che prima o poi cambia direzione o si placa, mentre il rispetto è come l’acqua, che mai modifica la sua direzione e anche quando svanisce, lascia comunque il segno indelebile del suo passaggio. Difficilmente sogniamo, e quando ci capita, ci svegliamo come bambini frastornati nella notte. No, noi immaginiamo, prendiamo un’immagine e dentro di noi la facciamo reale, tanto che possiamo vederla, accarezzarla, annusarla, proiettarla in avanti, un secondo, un giorno, un anno per vedere se diventa un capolavoro o rimane solamente uno schizzo distratto. Poco importa se sia o no possibile, in quel momento il futuro è per noi presente, quindi non possibile, ma certo, un momento già sopravvissuto alle invidie della sorte. Lasciamo comprendere cosa sia la felicità agli altri, ma ci accontentiamo di percepire cosa sia essere felici e cosa sia rendere felici. Lasciamo assaporare cosa sia l’amore ai poeti e ci accontentiamo di amare una donna, una soltanto, la sua bocca, il suo viso, i suoi occhi, i nostri, mentre la venerano. Possiamo vivere senza sesso, ma non sopravviviamo senza calore, instancabile frizione, senza sentire due cuori che rimbombano all’unisono, senza sospiri, sudore, sapore dolce e salato, mani strette e sangue che straripa dalle vene. Non è corretto dire che siamo complicati, siamo semplicemente dettagliati e se per descrivere una persona normale è possibile farne un ritratto, per un ingegnere serve purtroppo comporne un puzzle.
Mentre cerco un po’ ovunque i pezzi che potrebbero realizzare il mio, sono fortunatamente salvato da Stacy e dalla riunione che rincomincia. Il pomeriggio vola, ho la testa da un’altra parte, ma non so dove, la vita mi sembra bella e non so perché, mi sento stranamente libero e forte, e non so come mai. Ci raccontano una sequenza impressionante di puttanate. Sembra di stare su qualche viale periferico dopo il tramonto. Manca solo la pace nel mondo, il resto dei traguardi sono stati, o saranno, a breve raggiunti. Sull’espressione “lusso contemporaneo” a stento trattengo una sghignazzata. Allora vale tutto! Perché non “lusso simultaneo” o “lusso sincronico”? E poi qualcuno è in grado di vivere nel lusso passato o nel lusso futuro? Io nel dubbio direi “lusso perenne”! Comunque da quando sono arrivato, mi stupisco sempre meno; c’è gente che ci mangia alla grande sugli slogan, o quelli che i pubblicitari chiamano “claims”. Sarebbe divertente se poi fossero costretti anche a ingoiarli, letteralmente dico, allora sì che starebbero attenti a controllare che non siano fatti solo di fumo, o peggio.

Esco che la sera è poco più di un presagio all’orizzonte. La moto è pazientemente lì, dove l’avevo lasciata. Pochi minuti di strada, e di gente che scalcia gli acceleratori per arrivare a casa il più velocemente possibile, e mi trovo a infilare, come alla fine di ogni giornata, la rampa del mio garage. In realtà al catasto non risulta un box, ma solo una legnaia e, che ci si creda o no, la cosa è perfettamente corretta, per due motivi. Il primo è che la discesa è così ripida e l’ingresso così stretto che per portare giù una macchina bisognerebbe eseguire una manovra con le competenze di un pilota di rally e di un costruttore di puntine per giradischi; le manovre da mille miliardi che ogni tanto il governo s’inventa per ripianare il debito pubblico sono niente a confronto. Tutto questo con la possibilità che un errato posizionamento del veicolo potrebbe significare non riuscire mai più a riportarlo in superficie, a meno di non smontarlo e riesumarlo pezzo dopo pezzo. Il secondo motivo è che la passione di mio padre per la scultura e per il legno in generale ha reso il sopracitato rifugio più fornito del magazzino di una moderna segheria. Diciamo che se arriva il diluvio universale e c’è da costruire un’arca, io sono attrezzato per fabbricarne una flotta.
Ricoverato il mezzo a due ruote, entro nel mio appartamento col preciso proposito di uscirne subito dopo. La statua del maggiordomo di colore all’ingresso mi guarda con la solita espressione accogliente ma poco intelligente. Gli getto sulla spalla sciarpa e giacca e passo oltre. Lui le lascia cadere. Se va avanti così, finisce che lo licenzio. Il mio gallo è spaparanzato con la solita faccia meravigliosamente ignorante sopra il divano. Mi guarda e sembra volermi dire: “Dolce l’uva eh!” Mi chiedo come facciano i peluche a sapere sempre tutto. Forse è per questa ragione che piacciono soprattutto ai bambini piccoli, quelli che passano le giornate a fare domande. Gli adulti non danno la stessa fiducia di avere altrettante risposte!
Levo tutto quello che ho addosso e apro l’armadio della roba sportiva. Vengo investito dal casino. Devo mettere un po’ a posto o finirò per non trovare più niente. C’è una pila stropicciata di magliette che pende da una parte con supplichevole pericolosità. Non la guardo neppure per paura che cada. Affondo le mani invece nella palla variopinta che secondo i miei calcioli dovrebbe contenere calzoncini e maglie da corsa. Ne estraggo due articoli adatti ma che fanno a pugni tra loro come mocassini e calzettoni di spugna. Meglio così. Bisogna sempre diffidare di quelli troppo precisi che praticano sport. Come al Campetto, quando devi fare le squadre, mai prendere quelli che indossano divise di franchigie famose o completini troppo belli, sono garanzia di “sucata” immediata. Ci vogliono discromia massima o, al più, colori semplici e poco accesi. Non è vero che l’abito non fa il monaco, l’abito fa il monaco e anche lo scarso.
Vado a caccia di calze pulite e le trovo appese allo stendibiancheria. Probabilmente sono lì in equilibrio precario da giorni e me le ero dimenticate. Certo che potrebbero inventare dei calzini che una volta asciutti vadano a ricoverarsi direttamente nel cassetto; camminare lo dovrebbero saper fare. Con la rapidità di un attore teatrale al cambio di scena, m’infilo gli oggetti prescelti. Le “cuscinate” sono sulla mensola, dove le avevo lasciate. Tutte le volte che le afferro, ho la sensazione che mi punzecchino ripetendo: “Era Ora!” Abbiate pazienza, le tranquillizzo io con una carezza, non sono un corridore, sono solo uno che corre.
Attraverso la strada con la speranza di lasciarmi la giornata alle spalle, insieme a tutti i discorsi, a tutti i pensieri, a tutto il resto del mondo, in un certo senso. La musica in silenzioso sottofondo nelle orecchie mi dà l’impressione di respirare sensazioni; non ho limiti. Calcato lo sterrato del parco, mi prende l’euforica paura di poter correre per sempre. Ho una voglia matta di abbandonarmi, di perdere l’orientamento, magari proprio quello ricercato tutto il pomeriggio, per smarrirmi e poi giocare a ritrovarmi. E per un po’ sono anche sicuro di riuscirci, come un novello Fitzcarraldo con la passione del rock, un esploratore alla ricerca dei tesori perduti nella propria mente. Vedo altri che corrono come me, anche se da come sono vestiti, da come sbuffano dietro quelle felpe e giacche a vento assurdamente indossate per rendere ancora più rovente l’aria intorno a loro, fanno solo una specie d’imitazione del menzionato gesto; quella roba lì credo invece si chiami jogging ed è l’attività fisica preferita dei pentiti dei piaceri umani, quelli che non riescono più a distinguere la comodità dalla felicità. Sono sul punto di fermarne uno per dirgli: “Ho due notizie da darti, primo, sudare di più non fa dimagrire, secondo, per la prova costume, è comunque troppo tardi! L’estate non è vicina, è arrivata, ma se perseveri tra qualche mese smetteranno di chiederti quando è prevista la morfologica.” La strada tuttavia è meno crudele, la strada è più saggia; non conosce sarcasmo o adulazione, ma si limita a riportare le mie gambe doloranti dove ogni cammino quasi sempre finisce, al punto di partenza.
Di docce fredde ne faccio già abbastanza senza andarmele a cercare, così opto per una a temperatura ambiente e resto ad ascoltare il rumore dell’acqua che mi scivola addosso. Ho l’impressione che ogni goccia scelga un percorso differente, sfruttando un muscolo, fidandosi di una vena, rimbalzando su una cicatrice. Sono solo, ma non mi sento tale, ho tutto quello che mi serve, compresa una pizza da scaldare, un divano da sformare e un telecomando per rincoglionirmi il giusto prima di andare a letto; dopo tanto tempo sono in pace con i miei desideri.
A volte ho il presentimento che dentro di me convivano due personalità ben distinte. C’è una persona estremamente razionale, ma allo stesso tempo chiusa ed introversa. Un essere morbido, preoccupato che ogni singolo passo sia fatto nella direzione giusta e spaventato dal non riuscire a riconoscerla, la direzione giusta; un uomo semplice, capace di ammirare inerme la donna che ama e di pensare che sia troppo bella per uno come lui, o forse non semplicemente troppo bella, forse semplicemente troppo e basta. Vicino, quasi con cattiveria, lo osserva un altro soggetto, una figura passionale, sfuggente ma allo stesso tempo esilarante. Un personaggio spigoloso, infastidito dai sistemi che non si è scelto e sicuro di poter bastare a se stesso. Un uomo complesso, in grado di sopportare qualsiasi conseguenza si frapponga al raggiungimento degli obiettivi che si è prefissato e convinto che limiti e confini riguardino solo gli altri o siano stati tracciati unicamente per essere superati. Il primo si ferma ad ammirare le stelle con speranza e gratitudine, il secondo le guarda quasi con disprezzo perché gli sembrano solo il premio di consolazione per chi punta a conquistare la luna e fallisce nell’impresa. Ci sono giorni e luoghi in cui guardo questi due uomini fare a pugni; ci sono giorni e luoghi in cui invece osservo e mi sembra che ce ne sia solo uno. Ma poi ci sono giorni e luoghi in cui controllo e non li vedo proprio, ci sono solo io, e allora penso che quelli sono i giorni e i luoghi che preferisco.

Ogni Viaggio Comincia Con Un Primo Passo

È stato un affarone questo nuovo lavoro, valuto soddisfatto mentre lego la catena nuclearizzata della moto. Stipendio più alto, ambiente giovane, vicino a casa. Almeno quaranta minuti di sonno in più. Già perché il sonno in più si misura a minuti, se non a secondi, vietato approssimare, anche la più piccola frazione temporale ha la sua importanza quando si tratta di stare sotto le lenzuola. Certo lasciare il reparto e le sue strane creature alla fine qualche umido sospiro mi è costato. Forse perché delle cose si capisce l’importanza sempre e solo quando non ci sono più, e lo spazio che occupano nella vita si palesa nel vuoto che determinano scomparendo. Fatto sta che per ogni capitolo che si chiude se ne apre subito uno nuovo, che si compone man mano, come un libro fatto unicamente di passato e presente. E poi ci sono un sacco di ragazze carine, un po’ stronzette direi, ma questa città è patria assoluta della stronzetta. Anzi le abbiamo inventate noi e le esportiamo orgogliosi in tutto il mondo. Capiturno e operai mi mancheranno, non ne dubito, specialmente nella loro rozza genuinità, nei loro problemi così quotidiani, in quelle risate e imprecazioni dirette e sincere. Mi mancherà la divisa da Umpa Lumpa, svegliare l’alba, girare per il buio e grigio reparto; mi permetteva di respirare la realtà com’è quando prende forma per la prima volta, perché la realtà, a differenza di quello che vogliono farci credere, nasce grigia, siamo noi poi a colorarla, perché la realtà nasce buia, siamo noi poi a irradiarla di spiragli di luce.
Non era male neppure andare in ufficio sportivo, senza preoccuparmi troppo di un eventuale aspetto trasandato, della barba non curata, dell’alito vittima delle discutibili scelte culinarie della mensa e di una sudorazione in controllo un filo precario; non che “l’omo” abbia “da puzzà”, però ci sono contesti in cui è permessa qualche piccola licenza. Ora tutto è notevolmente cambiato, non so se definitivamente in meglio o in peggio, ma il cambiamento è energia ed io sono sempre stato un animale perennemente affamato di energia, perché senza energia niente, neanche l’uomo, funzionerebbe. Così puntellandomi su queste piccole considerazioni mi sollevo e prendo una bella boccata della non freschissima aria trafficata d’inizio estate, pronto a iniziare una giornata dal sapore decisamente nuovo.
Dopo tre anni di laminatoio, quest’atrio con i televisori al plasma continua a sembrarmi la plancia dell’Enterprise, quella che dopo trent’anni di Star Trek non l’hanno mai cambiata – e ci sarà un motivo. La minuta ragazza della reception, che non ho ancora capito se sia sempre triste o solo annoiata, mi fa l’immancabile magro sorriso prima di arrivare alla solita roulette degli ascensori. Stando al gioco punto su quella centrale, ma il campanello che tintinna alla mia sinistra segna già il primo risultato, non positivo, della giornata. Si aprono le porte e sul fondo c’è un ragazzo serio in viso, con gli occhiali, che mi fa una smorfia di comprensione. Lo guardo fisso negli occhi ed entro. Schiaccio un numero e le porte si richiudono. Devo tagliarmi i capelli, penso, cercando di contare quanti sono quelli grigi; un led luminoso intanto, scandisce sornione su un pannello una serie di cifre rosse in rapida successione.
Il mio piano come sempre, la mattina presto, è semi deserto. C’è solo JC che molti pensano abbia domicilio direttamente alla sua scrivania e che già sta litigando furiosamente con qualche spedizioniere troppo pigro secondo i suoi canoni e poi un paio dei suoi ragazzi, silenziosi per non dire quasi invisibili. Gente che quando ti saluta si ferma a un timido “ciao” e quella potrebbe essere anche l’unica parola che gli sentirai pronunciare per tutta la giornata. JC però in fondo è un buono ed io i buoni li rispetto.
L’ufficio in realtà è un grande open space, con postazioni da quattro o cinque persone, separate da divisori variopinti. L’ambiente è luminoso, esaltato ancora di più dal colore chiaro di mobili e armadi scorrevoli. Alcune scrivanie sono minimaliste nella loro compostezza, su altre invece sembra sia passato diverse volte un devastante ciclone caraibico; gli schermi del PC spuntano come piccoli iceberg in un mare agitato di cianfrusaglie, fogli e riviste. Ora tutto sembra tranquillo ma tempo un’oretta comincerà anche il traffico di persone, voci e casini che caratterizzano ogni giornata in trincea nel magico e scintillante mondo degli affari – o quelli che ci fanno credere siano tali, perché quando vado a cercare la parola “affare” sul dizionario non riesco ad andare oltre la definizione di “cosa o oggetto non specificato”. In altre parole, gli “affari” probabilmente non contano nulla.
Dopo due mesi che lavoro in questo specie di circo di città, ho però finalmente incominciato a capirci qualcosa, e la prima cosa che ho intuito è che sono circondato da veri e propri agenti del caos, figure in apparenza spensierate ma anche estremamente pericolose, in quanto abili nel lasciare una scia di confusione e panico ovunque si trovino a passare. Per fortuna, combatterli è il mio mestiere e, la pianificazione, il mio arsenale. Pianificare in fondo non è difficile. È complicato, ma non difficile; consiste soprattutto nel comprendere quali siano le informazioni importanti e nel riuscire ad averle disponibili nel modo più veloce e preciso possibile. Chi pianifica alla fine somiglia a un cuoco, che deve sempre avere in dispensa gli ingredienti migliori e a portata di mano, o di mente, le ricette più richieste; poi cucinare è però molto più imprevedibile, pianificare invece è solo una logica conseguenza di una serie di modulate valutazioni. Ci vuole un minimo d’esperienza, ma soprattutto tanta logica. D’altronde se si vede un’azienda come un corpo, dove ogni funzione è un organo differente, la pianificazione è da considerarsi un po’ come il cervello e più precisamente quella frazione del cervello dove risiede la razionalità. La razionalità, infatti, a differenza d’istinto e immaginazione, decide solo secondo quello che sa. Se sbaglia, è solamente perché quello che sapeva o era sbagliato o non era sufficiente. La fortuna, la razionalità non ha mai capito cosa sia.
Così io mi sono organizzato. Ho sgobbato parecchio per riuscirci, ma dopo tante serate trascorse a oltranza in ufficio, ho affinato le armi e mi sono costruito gli strumenti per poter lavorare meglio e soprattutto in modo più sereno, come quel tizio che, un tempo ormai lontano, ha iniziato a coltivare frutta e verdura al posto che andare in giro semplicemente a cercarla. Ogni volta che la mattina, prima ancora di foraggiare il distributore per un discutibile caffè, avvio il mio complicato e avveniristico sistema, mi sento un pioniere, l’inventore della ruota, un pellegrino in una terra di sacrileghi e oppressori delle regole delle basi di dati, un patrimonio che io, da giovane e ingenuo studente, sono andato ad apprendere fin nella lontana penisola scandinava, patria di mobilieri e bevitori di birra.
Di quei giorni porto ancora con me moltissimo e non solo strutture e regole di consistenza. Ci sono volti, paesaggi e sensazioni che credo non potrò mai più dimenticare, visto che per qualche mese ho vissuto quasi una vita in prestito, fatta di divertimento e intime esperienze, prima ancora che d’istruzione e articolate nozioni. Ho imparato un poco di più a stare al mondo e ad apprezzare la vita, scoprendola per quel viaggio fantastico attraverso piccole grandi cose che ho sempre pensato fosse, ma che ho sempre avuto paura a dover provare di persona. E una di queste grandi piccole cose è stata la corsa! A essere sincero, non ho propriamente cominciato lì a correre, perché lo avevo sempre fatto fin da piccolo; allo stesso modo però, avevo anche sempre pensato di aver vissuto e di non essermi limitato solamente a sopravvivere. Eppure, mi c’è voluto un soggiorno prolungato in un paese dove freddo e buio rendono più complicato vivere, dove freddo e buio rendono molto più complicato correre, per cominciare a capire cosa vivere significhi veramente, cosa correre possa veramente significare.
Al mio fianco c’era il Vez, amico prezioso ed inseparabile commilitone di innumerevoli battaglie. Quello che prima di ogni esami all’università ci si diceva ad alta voce: “Chi Siamo Noi?” E poi in coro: “Tigre!!” Lui mi ha insegnato che basta un amico per fare una famiglia e un letto per fare un casa, e che se lo vogliamo, possiamo stringere nel palmo di una mano tutto ciò che serve ad essere felici, come quel tale che riusciva a “vedere un mondo in un grano di sabbia e un universo in un fiore di campo”, racchiudendo “l’eternità in un’ora.” Da allora, ovunque sia, ogni chilometro che faccio, sento che lui è un poco con me, mai dietro, mai davanti, ma sempre di fianco, con un passo di vantaggio, lì dove tutti gli amici veri dovrebbero sempre stare, dove tutti gli amici veri vorresti sempre che stessero.

“Devi dare al capo i dati prima di pranzo!” Mi dice una voce metallica che viene da dietro lo schermo opposto al mio. Odio chi mi mette fretta e soprattutto non fa niente per condire le richieste con una gratuita nota di gentilezza. Spesso la forma è garanzia di sostanza e ci sono persone che questa regola non l’hanno mai imparata.
“Ok!” Replico io di riflesso, senza celare una nota di disappunto e, dentro di me, penso: dovrò metterci la solita pezza. Ed io odio le pezze.
MC, il mio vicino di scrivania, mi guarda perplesso, leggendo probabilmente i pensieri sconsolati che mi attraversano la mente. Lui è arrivato un paio di mesi prima di me, facciamo circa lo stesso lavoro, anche se con impostazioni diverse. È un ragazzo sveglio, tranquillo, ma con più di una punta di ribellione nel sangue; ha un umorismo bizzarro che va dall’intellettuale allo scaricatore di porto in un battito d’ali di farfalla – una di quelle piccole. Tuttavia viene dal mare e quindi, ogni volta che lo ascolto parlare, sento il rumore delle onde nelle sue parole e un sorriso invisibile m’intacca involontariamente le labbra. Anche lui poi è un buono ed io i buoni li rispetto.
TJ, il terzo membro del mio team invece è un tipo pacato, quasi serafico. È un anno più grande di me e un po’ più ingegnere di me, ma ha una serenità interiore che io non riuscirò mai neppure ad avvicinare. È impossibile farlo arrabbiare. Solo una volta l’ho visto leggermente irritarsi al telefono e accennare una smorfia di nervosismo, una di quelle che qualunque mortale farebbe semplicemente tardando a trovare le chiavi di casa nelle tasche della giacca. Io, al suo posto, avrei probabilmente sciolto la cornetta con l’elettricità statica.
Comunque parto a spalare, arrovellandomi tra righe e colonne, un universo, purtroppo famigliare, fatto di celle, coordinate, un luogo apparentemente senza confini, ma in realtà già una prigione, una gabbia, priva da sbarre o mura, senza suoni e colori, ma col potere di rinchiudere la mente in una dimora ovattata di numeri e certezze. Col cursore del mouse finisco a vagare per un mondo rigido e allo stesso tempo fragile, dove basta dimenticarsi di chiudere una parentesi perché l’intero sistema smetta di funzionare – mi sa che non vale solo in un foglio di calcolo! Per la parte più semplice del lavoro, uso una media mobile, cioè una media che si muove – bella scoperta eh! – che striscia nel tempo, diventando sempre più media e sempre meno mobile, una traiettoria che si stabilizza ma che nel giro di breve diventa anche noiosamente monotona. La si usa banalmente per prevedere il futuro basandosi sul recente passato, tuttavia se, nella tua vita, l’avvenire tende a somigliare sempre di più ad una media mobile, significa che stai sbagliando qualcosa; stai appassendo, stai diventando un fiore senza odore, una fiamma senza calore, rumore bianco in un mondo fatto sì di suoni stonati, ma anche di armoniose melodie. Ecco allora che di fronte a questo dilemma, mi tocca tirare fuori lo smorzamento, e non uno smorzamento sfigato, ma addirittura esponenziale. Peccato che l’eco dei ricordi non sia riconducibile a ferree equazioni matematiche e ieri può essere un sussurro se paragonato a giornate appartenute a stagioni passate, ad anni estinti o a momenti che potrebbero non essere mai neppure esistiti. A me per esempio capita di sognare sia cose già successe, sia cose che sarebbero potute succedere e quando mi sveglio, confuso, faccio fatica a ricordare se le ho vissute realmente o se forse sono state solo fantasie mischiate a ricordi reali. In fondo non siamo altro che burattini di legno. La nostra famiglia ci tornisce e ci dà una sagoma fatta di regole e valori. I nostri amici ci levigano e ci danno forme più morbide, fatte di stima e affetto. Il resto del mondo poi ci segna e ci dà spigoli acuminati e fili che si tendono, manovrati da forze esterne sconosciute o fin troppo note. Infine arriva l’amore, che ci dà la vita, quella vera, o almeno questo è quello che tutti credono. Non ho mai letto Pinocchio fino in fondo. Quello che so è che si nasce soli, si muore soli, in mezzo c’è un gran casino.
Nel frattempo, perdo la cognizione del tempo e quando le prime persone cominciano ad alzarsi per andare a recuperare qualcosa da mettere sotto i denti, mi sembra di vedere la luce di là della rete luminosa che ho forgiato sullo schermo.
“Che mattinata di Merda!” Mi viene da imprecare dopo l’ennesimo copia e incolla. Qui finisce che salto anche il pranzo come le ragazzette del marketing. Solo che a me il culo stretto non serve. Su questa magra considerazione il telefono lampeggia la sua fastidiosa suoneria.
“Ma non vieni al programma di orientamento per i nuovi arrivati?” Chiede dolcemente Stacy dall’altra parte della cornetta.
“Nuovi arrivati? Ma se sono qui ormai da tre mesi! E poi mi sono già orientato, meglio di un paguro nel suo guscio.” Le rispondo io.
Lei non coglie l’ironia però, e rilancia: “Dai, manchi solo tu!”
Stacy lavora alle Risorse Umane ed è la prima persona dell’azienda con cui ho parlato e che ho conosciuto mesi fa, quando loro hanno scelto me ed io ho scelto loro, quindi non ce la posso fare a recitar la parte dell’ingegnere impegnato e impettito.
“Ok, dopo pranzo vi raggiungo”, dico con finta sicurezza.
Ora sono certo che le speranze di mangiare si siano polverizzate. Sono a dieta forzata, ma mai preso in considerazione di fare il modello!