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Kalmar, Sud-Est della Svezia

mario54Mattina fresca, svedesi nudi, latini pochi e imbacuccati come a capodanno. Ci sono 15 gradi e l’acqua è a 20. Alle 5:30 sono in zona cambio per mettere le borracce sulla bici, legare alla canna i miei 10 mezzi toast, attaccare le scarpe ai pedali e mettere cappellino, gellini e scarpe nella borsa della corsa. E anche una pastiglina di Imodium, che magari le due che ho buttato giù a colazione non durano per 12 ore. Predizione fin troppo facile.
Segue uno spazio doverosamente riservato alle pippe mentali pre-gara: “allora quando esco dall’acqua, mi sfilo mezza muta, prendo il casco, corro, l’Ivana (la bici) è agganciata al corridoio G, la prendo e ce ne andiamo a ballare. Ok so fare l’Ironman”.
Esco dalla zona cambio ed esorcizzo i tatuaggi minacciosi e i super muscoli dei miei “fellow competitors”: i tatuaggi a forma di teschio NON nuotano e questa è una gara di endurance, non un incontro di wrestling: ci vuole il motore, bisogna sentirsi, essere presenti, controllare i pensieri negativi e stare lì. “Cabeza y corazon”, dicono – “le difficoltà sono la sola garanzia”. Non è diverso da una giornata qualsiasi, in fondo.
Il Mio Gregario mi accompagna alla partenza del nuoto. Abbiamo lasciato i due Giovani Gregari alla piana precedente: hanno fatto un grande lavoro – veramente – e allora abbiamo risparmiato loro gli ultimi chilometri. Adesso mancano poche centinaia di metri all’imbocco dell’ultima, lunghissima e bellissima salita e il Mio Gregario è ancora lì, come sempre, con i suoi polmoni infiniti ed un cuore grande come una portaerei. Il rispetto per il lavoro dei Miei Gregari è l’unica responsabilità che sento sulle spalle. Ma è una responsabilità buona, una spinta propulsiva. Per il resto, la gara è come una festa di fine anno.
La partenza del nuoto dà sempre un po’ di stress a tutti perché si tiene nell’ambiente dei pesci, non dei cristiani. Però, sull’arco gonfiabile sopra la partenza non c’è scritto “Hic Sunt Leones”. C’è scritto “SWIM”. Io ci voglio leggere un invito: “DANCE!”.
Saluto il Mio Gregario, il suo lavoro adesso è davvero compiuto – impareggiabile, insostituibile – per lui (esagero: per lei) è tempo di recuperare. So che non lo farà, perché i gregari non sanno pensare a se stessi, è il loro DNA.
Quando il mostro è molto brutto e grosso, non sai da che parte iniziare ad avere paura e allora ti ritrovi abbastanza tranquillo: m’infilo con un po’ di ottimismo nel gruppo che mira a terminare il nuoto tra 1h10 e 1h15 e allo sparo del cannone mi ritrovo nella tana del Bianconiglio che – vi svelo un segreto – è bagnatissima!!!
3.860m in acqua salmastra – non si vede molto – ma i ceffoni non durano tanto, perché lo sanno tutti che le energie non vanno sprecate a menarsi in acqua. Gli aspiranti uomini di ferro hanno studiato.
C’è un bel sole e mentre nuoto, penso che non c’è altro posto in cui vorrei essere, perché quella lunga nuotata iniziale ce la siamo sudata: nuotiamocela allora!
Quando imbocco il pontile per uscire il cronometro mi fa un piccolo sorriso: 1h15m, qualche minuto in meno del previsto e ho nuotato tranquillo senza spendere tanto – che era l’obiettivo della frazione di nuoto.
Zona cambio (versione HARD – passare alla versione SOFT qualche riga sotto, se si desidera): entrando in zona cambio, mi accorgo che mi scappa una sontuosa pipì e – siccome non si possono fare schifezze evidenti pena la squalifica – me la faccio alla chetichella nella muta, con il calduccio che ne consegue, poi mi tolgo la muta pisciata, prendo il casco, infilo i miei occhiali azzurro-zarro e vado a prendere l’Ivana, profumato come una gardenia.
Versione SOFT: prendo il numerino, attendo paziente il mio turno, imbocco la toilette, una delle più profumate del nord Europa e – dopo l’opportuno bidet e manicure – mi avvio a recuperare l’Ivana.
Le zompo addosso in un modo un po’ brusco per una donna della sua classe, ma dopo pochissimo mi si concede e siamo una cosa sola.
Imbocchiamo i 6km del ponte di Oland, che collega Kalmar all’isola di Oland (maddai!), sbatacchiato a destra e sinistra dalle onde del mar Baltico: è panoramico, mastodontico e soprattutto super-esposto al vento! Che però soffia piano e – soprattutto – è dietro, quindi iniziamo in discesa!
Alla fine del ponte attacco a mangiare e bere come a un pranzo di famiglia: mi impongo di bere ogni 10min e di mangiare ogni 30min. I toast con la bresaola sono la mia arma segreta!
Oland è un prato. Grosso. Di 1.350km quadrati, verde di quel verde dei posti in cui piove spesso e rigorosamente tagliato al millimetro, con i colori abbaglianti e dove gli Olandesi (!?) passano la vita a rasare prati e fare barbecue.
Ma per un giorno l’anno, fanno un colpo di testa, cambiano vita e sapete cosa fanno? Il tifo! Quintali di campanacci sferraglianti e migliaia di voci che ci urlano l’equivalente svedese di “forza”, “go”, “vamos”: HEJA!!! Se avessi un capello ogni volta che ieri ho sentito dire HEJA, sarei Bob Marley.
Dopo 20km sale un pochino di vento, ma è dietro e ogni volta che controllo il cronometro siamo sopra i 30km/h, che è la media che vorrei tenere. Bene dunque. Toast time per festeggiare.
Ma anche male perché al ritorno quel vento lo avrò sparato sul faccione.
Al km 30 un imprevisto. La sella incomincia a basculare e non sta ferma e mi ritrovo sdraiato sulla bici, accporc@merd! Potenzialmente un casino serio perché se la sella si stacca, ho finito la gara e posso tornare a casa, io, l’Ivana, i Gregari e tutto l’Ironman.
Ma la prospettiva è talmente catastrofica, che in qualche modo credo di averla rigettata e cerco di andare avanti come meglio riesco.
Mi sparo mezzo toast per consolarmi!
Ma dopo 5km di pedalata incerta – come un angelo – vedo una macchina accostata con la scritta “bike service”. Faccio un freno a mano ciclistico, mi danno una brugola, stringo il dado fetente e riparto. Ora è tutta un’altra roba: andiamo Ivana, mezzo toast e poi torniamo a ballare.
Siamo al 50esimo, il vento sale e gira, adesso è al traverso, calo un po’ ma non vado male. La posizione in bici è buona, sto all’occhio col cardiofrequenzimetro per non bruciarmi le gambe senza rendermene e conto – stiamo lì e ci facciamo un mezzo toastino.
Arrivo all’80esimo, giro un angolo e mi ritrovo all’improvviso una facciata di vento mostruosa. Adesso il vento è sparato contro. Incomincio ad andare tra il 18 e il 23km/h, alleggerisco i rapporti per non sfondarmi le gambe. Mi passa un sacco di gente, mi demoralizzo un pochino – ma cerco di ricordarmi che ci vuole pazienza. Ci mangio su.
Sono un po’ in difficoltà e al km 105, la sella fa di nuovo lo stesso scherzone di prima, ma peggio.
Ma come è possibile? Beh – mi dico – se prima la macchina del bike service è spuntata dopo 5km, vuol dire che ce ne sono tante in giro e ne troverò altre tra non molto.
Rifaccio il ponte Oland, con un toast in bocca, il vento è ancora forte e contrario e di bike service non se ne vedono. Passano un po’ di Marshall (degli specie di arbitri che controllano che non si stia in scia perché è vietato! Bisogna stare da soli!) e chiedo aiuto a loro. Mi dicono che hanno avvertito e che una macchina arriverà prestissimo.
Arrivo al 120esimo leggermente sopra le 4ore di bici, sono un po’ in ritardo, ma vedo il Mio Gregario che mi incita e tanto mi basta. Toastino e poi imbocco l’ultimo terzo di gara di bici, aspettando fiducioso la macchina bike service… Che però non si vede.
Inizia a piovere, se mi si stacca la sella ce l’ho in saccoccia. In tutti i sensi. Andare in bici così è uno schifo, un po’ sono sdraiato, un po’ in piedi, però l’importante è che non caschi giù.
Mancano 60km e continuo a chiedere notizie a chiunque della macchina magica, che però è dispersa.
Smetto di pensarci, bisogna fare con quello che c’è e smetto di immaginare lo sgancio della sella. Se succede sono morto. Per non morire affamato, mi faccio un toast.
Non riuscirò – mi dico – a chiudere la bici in 6 ore, ma se faccio una maratona decente forse riesce a stare nelle 12 ore totali di gara. L’obiettivo è ancora vivo.
Gli ultimi 60km sono lunghi lunghi e gli ultimi 20 non finiscono mai: sono mezzo stravaccato sull’Ivana (a volte nei rapporti consolidati si danno per scontate troppe cose!) e quando arrivo a 10km dal cambio, incomincio a fare il check delle gambe. Come state Girls? Silenzio…
Il modo per scoprirlo è uno solo: provare.
Entro in zona cambio, smette di piovere, saluto l’Ivana e faccio il primo test delle gambe nella corsa verso la sacca RUN, con l’ultimo toast in bocca.
Sono imballato, ma sono anche scalzo e per terra è bagnato e ruvido e quindi rimando la conclusione.
Ancora due gocce di plin plin alla chetichella (stavolta senza muta – questo è professionismo vescicale!), mi metto calze, scarpe, il mio cappellino fidato e mi nascondo dietro ai miei occhiali, come avessi un avversario a cui celare la mia potenziale futura stanchezza. Potenziale e futura, perché al momento sto benone. Soprattutto quando incontro il Mio Gregario, che fa qualche metro con me e si lascia leggere negli occhi la sorpresa di trovarmi bene.
La parte dove sono una vera pippa (bici) a questo punto è alle spalle, adesso non siamo più né in acqua né seduti sulla sella scassata di quella traditrice dell’Ivana.
Siamo con i piedi per terra e una maratona – che presa isolata è un mostro – può diventare la tua amica del cuore.
Sono passate 7 ore e 40 di gara, se corro la maratona in 4 ore e 20 sto nelle 12 ore. Si può fare, andiamo.
Testo le gambe, provando a correre controllato per 2km e poi guardo il cronometro per vedere cosa mi dice: 5:20/km.
Troppo forte, però mi sento bene. M’impongo di rallentare un pochino fino al 15esimo.
Incontro il Mio Gregario che mi dice che alcuni di voi mi stanno seguendo live. Sono contento, mi viene ancora più voglia e le dico che sto bene.
Al 14esimo, sto già meno bene: mi parte un attacco di mal di pancia e devo accomodarmi in un prestigioso bagno chimico, dopo aver maledetto di essermi scordato nella sacca RUN la dose aggiuntiva di Imodium.
Doveva succedere – mi dico – me la faccio sotto quando corro 5km, quindi nell’Ironman è il minimo che mi possa capitare!
Quando lascio il posto più putrido della terra, l’andatura media sui primi 14 km è diventata di 6min/km. Siamo ancora vivi, con pochissimo spazio per l’obiettivo delle 12 ore, ma tutto sommato il pit stop di 5min mi ha fatto riposare. Bicchiere mezzo pieno.
Riparto, prendo il primo bracciale e senza il problema della pancia mi sento bene – il cardiofrequenzimetro me lo conferma. Ho spazio per accelerare un po’.
Mi forzo a mangiare dei gel alla Coca-Cola e caffeina che fanno vomitare le capre – butto giù, non devo finire la benzina (e i toast sono scomodi da portare di corsa!!!!). Bevo acqua ed elettroliti a ogni ristoro, ma non mi fermo mai. Non sento il bisogno di camminare. Tutti segnali positivi che consolidano sicurezze. Ho fatto tanto volume nei mesi passati, credo di poter tenere il minimo per tanto tempo. È una grande certezza questa in una gara del genere, ma manca ancora molto.
Accelero un pochino gradualmente e vedo che cronometro e frequenzimetro vengono con me. Tanta gente adesso incomincia a camminare perché è stanca, mentre le mie gambe sono ok e il motore fa il rumore giusto: ho voglia di andare a prendermi la nostra gara, la Mia Squadra mi sta aspettando.
Mi fisso il 22esimo km come punto a cui darmi un nuovo mini-obiettivo. Ci arrivo – mi pare in poco più di 2 ore e mi dico (con un po’ di incoscienza): mancano 20km, l’obiettivo delle 12h totali è quasi raggiunto, adesso voglio fare la maratona in 4h. La strategia è tenere fino al 38esimo e poi fuori tutto, prendendo la spinta di tutto quel pubblico che aspetta nel centro di Kalmar. Andiamo.
Nei 16km che mi separano dal 38esimo, tengo, bevo, supero tanta gente che è saltata e cammina e soprattutto prendo coraggio.
Infilo il secondo bracciale e al 28esimo rivedo il Mio Gregario e le dico convinto (fin troppo) che adesso vado a fare gli ultimi 14, mi vado a prendere il terzo bracciale e ce ne andiamo al traguardo, perché questo è quello che ci siamo meritati. Andiamo, cazzo.
Tra il 28esimo e il 32esimo tengo il passo e penso. È il momento di sentire il gusto del fondo del bicchiere. Voglio che la nuvoletta sopra la mia testa improvvisamente si condensi, poi piova e scarichi a terra tutto il mazzo di mesi che la Mia squadra ed io ci siamo fatti. Avrei voglia di andar forte se fossi capace. Mi accontento di tenere, ma ho fame di chilometri e ho una voglia matta di tirar fuori tutto.
Tra il 32esimo e il 36esimo, mi sale una specie di strana rabbia, un energia animale. Voglio prendere quelli che ho davanti, spremermi, sentire puzza di fatica e non ho paura di niente. Sento che potrei andare avanti all’infinito, anche se so bene che non è vero.
Infilo deciso il terzo e ultimo bracciale e al km37 – con un km di anticipo – incomincio ad accelerare: non resisto più perché sento che questo è il momento ed è ora di andare.
Accelero bene tirando via 30 secondi al chilometro negli ultimi 5km di gara ed entro nel paesino dove ci sono le ali di folla. Accelero ancora, siamo al 40esimo: spengo la cabeza e la ringrazio “grazie, hai fatto un bel lavoro, oggi”. Accendo il corazon perché questi sono i suoi chilometri. E lui mi porta inevitabilmente li, alla Mia Squadra. Che si è fidata di me e che insieme a me ha costruito la casetta mattoncino dopo mattoncino, senza chiedermi quanti ne avessimo già messi e quanti ancora ne mancassero, anche quando sembrava che stessi costruendo la casetta tutta storta, con mattoni di seconda scelta e in un posto discutibile.
Imbocco la passerella finale in sprint, sono pronto a toccare il cielo dopo averlo scalato.
Alzo le braccia e lo tocco – bisognerebbe provarlo, è troppo bello.
Lo speaker mi da’ un grande hi-five e poi mi dice che sono di ferro.
Dovresti vedere la Mia Squadra allora, caro speaker.

Mario  V