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Siamo Punti Che Si Uniscono

IMG_20170731_165155_007Lo sapevo che un giorno ci sarei tornato; qui, dove tutto è iniziato, e qui, dove forse sarebbe giusto che anche tutto finisca. Mi sembrano passate due vite dalla prima volta che ho guardato quest’acqua metallica, prima dell’alba, quando la luce del giorno è ancora solo una flebile speranza, e ho pensato a quanto fosse folle anche solo l’idea di provarci: una sfida impossibile, quelli non sono uomini in carne ed ossa, sono bestie, alieni, macchine, esseri fatti solamente di determinazione e metallo. Allora feci solo un giro in bici, io e una ciancicata Colnago più vecchia di me, lanciati come stupidi insetti in una mandria di bufali imbizzarriti. Sulla strada lasciai tutto, ogni goccia di energia, ogni dignità e, tornato in zona cambio, solo un pensiero mi evitò l’indecente collasso: per fortuna che non devo anche correre. Ne è passata di acqua sotto i ponti da allora, anzi i ponti prima non esistevano neppure, li ho tirati su io, ogni mattina, ogni sera, ogni attimo sottratto al mondo che mi circonda, quel mondo che gira alla larga e che mi guarda strano, storto, come se lo avessi derubato della sua normalità; ma la normalità non è sempre e solo una strada battuta, un sentiero tracciato e segnalato, la normalità può anche essere una foresta impenetrabile, una parete inaccessibile, un fiume adirato. Non importa quello che la vita ti serve sul cammino, puoi fermarti ed esistere, o andare oltre, qualunque sia il costo, e vivere. Millenovecento metri però li conosco ormai bene e giurerei che questi siano molti di più. Forse è la confusione, le botte, gli schiaffi che non si placano dopo qualche centinaio di metri come il solito, ma proseguono, rendendo ogni bracciata lunga e rallentata. Quando riguadagno la riva, il cronometro non mi offre conforto sulla distanza ma mi conferma che la mia è stata più che una percezione. Parto a pedalare, per i primi trenta chilometri la strada è rapida, leggermente mossa, il traffico è aperto, tanto alle sette di domenica mattina non c’è nessuno. Si, il cazzo! Macchine, camion, pullman, manca solo un trattore e una ruspa e completo l’album di figurine. La scia sarebbe vietata, ma per evitarla completamente bisognerebbe pedalare due metri sopra il suolo, magari l’anno prossimo chiamate E.T. come consulente. Mi sorpasso e controsorpasso con un tizio, io cerco di non bruciare le gambe, lui di gamba invece ne ha una sola, quindi non deve avere questo problema, infatti quando attacca la salita, scala una marcia e mi abbandona in balia della pendenza. Salgo regolare, soprasso un sacco di gente che puntualmente mi rimette la ruota davanti non appena si scollina. Parte quindi un lungo “sali scendi”, quello che in gergo si chiama “mangia e bevi”, solo che non è mai un banchetto in tuo onore, anzi sei tu la portata principale. La zona cambio è preceduta da una lunga discesa, dove seguo le traiettorie di una ragazza sulle prolunghe, o meglio lei pennella delle traiettorie, io cerco di evitare incontri ravvicinati col muro che ancora una volta sembra essere irrimediabilmente attratto da me. Nataperscannare non è nata per frenare, ma spero non sia anche nata per schiantarsi. Inizio a correre che mi sento bene; è la prima volta dall’ora di educazione fisica al Liceo che inizio una corsa che mi sento bene. Corro morbido più di metà della mezza maratona, sono quasi di buon umore, così mi distraggo e metto un piede in fallo. La caviglia si gira, potrebbe essere la fine della giostra, ma per fortuna le mie caviglie hanno già visto di peggio, molto di peggio oserei dire, quindi si rimette in careggiata, come un tubo di gomma, e mi permette di proseguire. Gli ultimi chilometri però sono duri, il sole accende il forno di Arona, la giornata comincia a crollarmi addosso e inizia un countdown che solo il traguardo alla fine riesce a interrompere. Sono di nuovo qui, sulla scala dove tutto è cominciato e dove tutto, adesso, sembra finito; la scala che ho prima sceso con timore e adesso risalito quasi divertendomi. Manca ancora un gradino però, alto, impervio, cattivo e spaventoso, ma è impensabile non provare a superare anche quello. Non tanto perché voglio godermi la vista da lassù, che tanto un po’ già la conosco e non è poi così speciale, ma perché è impossibile vivere in bilico, è impensabile accettare di restare sospesi tra ciò che si è e ciò che si fa, perché, alla fine, solo quando le due linee arrivano a toccarsi e i due ponti a sovrapporsi, siamo davvero felici.
E cosa si fa nel frattempo, vi starete chiedendo voi. Nel frattempo, si spagella!

SuperMario – Voto 5/6

La partecipazione all’Uomo di Arona o Aronauomo è sempre stata uno dei cavalli di battaglia della scuderia di SuperMario, solo che questa volta deve aver lasciato la porta della stalla aperta perché gli stalloni di razza si sono dati alla fuga, costringendo il figlio del Tigulio che non rinnega lo strutto nella pizza a ripiegare su un somaro un po’ giù “de caruseria”. Per questo la poca brillantezza viene fuori fin dalla frazione natatoria, dove esce dall’acqua quando hanno già riaperto il lago alle imbarcazioni. In bici non si comporta male, anche se paga la salita peggio di Morandi nella sua famosa Hit. Alla fine non sappiamo chi è stato l’uno su mille che ce l’ha fatta, ma Marietto è sicuramente tra gli altri novecentonovantanove stronzi che hanno sucato. In corsa tenta di recuperare, partendo forte secondo l’antica strategia: partire forte, allungare a metà e arrivare sprintando che però si trasforma presto nel classico: parte forte, detona a metà e arriva sui gomiti. Nome di Battaglia: Gianni Vernazza.

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Maratoneggiando

17630111_10155398553836789_1588406750403741492_nQuando penso alla Maratona, sono pervaso da un seducente senso di terrore. È una paura che mi chiama, un timore che mi sussurra parole inebrianti, sono fermo sulle scale che vanno alla cantina dove sento dei rumori all’inizio di un film horror e mi viene voglia di scendere. La formula della staffetta invece è solo un gioco, un passatempo, una commedia spensierata; inizi a soffrire che il tuo compito è già finito, cominci a intagliare pensieri strampalati che hai già qualcuno cui rivolgere parole con un poco più di senso; quando parti a lanciare lo sguardo disperatamente in avanti, è già tempo di immaginare oltre. I passi fatti poi sono veloci, rapidi, non affondano in orme pesanti, destinate a segnare una strada di ricordi, eppure ci sono due immagini che mi sono rimaste come incastrate dentro. Sono due attimi cosi opposti che forse possono contenere tra i loro estremi l’intera giornata, tutto quello che c’è stato tra una sveglia che si attiva sempre troppo presto e una notte che tarda ogni giorno di più ad arrivare. Il primo segna il solco di tutto quello che c’è stato e ci deve essere, l’altro erige la barriera che lascia alle intemperie tutto quello che invece manca e non si riesce a coltivare. Sulla cima della pochezza, vicino a una catasta di mattoni fiammanti, sta seduto un giudice di gara che mi apostrofa severamente perché il mio pettorale, attaccato in vita alla consuetudine della triplice, non si vede bene. Ho una maglia di una Onlus, corro come un ippopotamo su un ponte tibetano e la cosa più intelligente che ti viene da dirmi in quel momento è un urlaccio minaccioso? Lo so, è una cosa da niente e non dura il tempo di arrivare al respiro successivo, eppure racchiude tutta quella mentalità arcaica e dogmatica che rischia di continuare a relegare l’atletica nello sgabuzzino del castello dello sport, dove si combattono invece sfide epiche, dove le emozioni sono sì enormi, ma anche timide e delicate, e dove le regole non sono leggi, ma norme che servono a governare decolli e atterraggi e non a obbligare ottusamente a rimanere a terra. Per fortuna a qualche chilometro di distanza il suolo germoglia e mentre sto barcollando verso casa, dove la corsa è ormai già passata e ha lasciato a terra solo un’infinita desolazione di bottiglie e bicchieri, un gruppetto di volontari, già al lavoro per ripulire, mi saluta, mi regala dell’acqua e mi fa sorridenti complimenti, che sono lontani dall’essere meritati, per carità, eppure il mondo sarebbe un posto migliore se si facesse qualche critica in meno e qualche complimento in più, perché no, senza malizia ma anche un po’ dato a caso. Per il resto, solita giornata d’asfalto ruvido e sudore di pasta frolla, solita giornata di zuccheri condensati e abbaio smodato, insomma solita giornata di emozioni silenziose e RiBelli ululanti perché, di ululare, noi non ci stancheremo mai. Ora però che le pagelle siano con voi.

Gigi – Voto 8

Il RiBelle che si nutre solo a foglie d’ulivo essiccate, latte di struzzo castrato e bacche di Goji – che, non so se lo sapete, ma Goji significa bacca in cinese, quindi tecnicamente si nutre a bacche di bacca – tenta nuovamente di portare a termine la distanza regina, dopo che in passato problemi muscolari all’alluce del piede della filippina gli avevano impedito di arrivare al traguardo. Questa volta invece snocciola una prestazione straordinaria, andando ad avvicinare e far tremare pericolosamente il muro delle tre ore e finendo inoltre la gara, fresco come uno dei merluzzi di Capitan Findus. Gigi ora è pronto per il next level, che potrebbe prevedere uno slot per Kona e assumere anche una domestica etiope. Nome di Battaglia: Gigi Robòt.

RiBellicosi – Voto 7

Il quartetto misto RiBelli e adidas Runners, detti anche “aiuola” Runners per l’abitudine a fare le ripetute da 400m intorno a un aiuola del Sempione, si presenta alla staffetta come possibile sorpresa e, infatti, nonostante le rimostranze degli altri contendenti, che sussurrano possibili brogli in fase di selezione degli staffettisti forestieri, alla fine porta a casa il piazzamento più alto. I ragazzi delle tre strisce si comportano bene, ma, nel complesso, a fare la vera differenza è stato il Giampi che, prima di uscire, si lascia scappare con sua moglie un prostrato torno tra mezz’ora. Risultato, miglior parziale ogni epoca sulla frazione, tre talent scout che lo vogliono conoscere e l’anti doping che lo ricerca senza sosta. Nome di Battaglia: Impossible is Giampi.

Ribelin – Voto 6

I RiBelli che tutti aspettano alla grande prestazione sentono la pressione già le settimane precedenti alla gara, tanto che provano proditoriamente a sostituire la frazionista più lenta con un fattorino di Foodora. Silvia però non cade nella trappola e si presenta comunque alla sua zona cambio, facendo segnare una prestazione più che onorevole, considerando che, visto il tempo, deve aver corso almeno gli ultimi due chilometri con il Giova ansimante sulle spalle. Fil, dopo aver fatto estendere il colore rosso della metropolitana all’intera area circostante per una visita dell’ultimo minuto ai cessi della fermata di Palestro, parte così forte che a stento trova il secondo frazionista già pronto ad aspettarlo. Il Colonnello, prosegue l’opera ma non ha la gamba dei tempi migliori e paga il bastone di Via Washinton, dove l’andata a ritorno paralleli non gli permettono di innescare nessun mezzo a reazione, senza almeno pagarne dazio anche di persona. Panizza alla fine tenta disperato di rallentare ulteriormente il cronometro, facendo registrare il terzo miglior passo di giornata, dopo Filippo e, ovviamente, il Giampi (però parliamo del suo passo, non di gara, ma di quello relativo a quando ha finito la sua frazione e si è diretto verso casa da sua moglie). Nome di Battaglia: Son Ragazzi.

SuperMario – Voto 8,5

Mentre in tutto il mondo va di moda tirar su mura e confini, ecco un RiBelle che abbatte una muraglia, di quelle antiche e cattive, ed esplora un nuovo territorio con la lucida follia che solo un Ribelle fatto e finito sa estrarre dal suo malconcio cilindro. I suoi attrezzi? Due scarpe vicine alla pensione, una divisa misto bagnino e operatore ecologico, e la solita cartuccera piena di sogni, gellini e imodium. SuperMario si mette così, sereno, davanti al pace maker delle tre ore e trenta, che quando capisce la situazione baratta i suoi palloncini con il pace maker delle quattro ore in cambio di una vacanza tutto pagato per due ai caraibi tre settimane. Risultato finale, tre e ventisette sul cronometro per Marietto, il pace maker delle 4 ore che arriva sorridente, mente il suo ingenuo collega raggiunge il traguardo in tre e trentuno, ma sotto shock, tentando di respirare aria pulita dai suoi stessi palloncini (se riuscirà ad andare in vacanza sulle sue gambe poi non è dato sapere). Nome di Battaglia: Arbre Magic.

RiBelli Old Style – Voto 7

I RiBelli che fanno dell’esperienza il loro cavallo di Battaglia tanto che sono anche soprannominati quelli della Vespucci si presentano all’impegno con la staffetta in formazione da battaglia. Nick in prima frazione parte forte col suo solito passo fedaino. Tenta anche qualche gomitata per evitare i sorpassi ma poi si deve arrendere alla fatica che curare i figli e, soprattutto i terrazzi, comporta. Frada a seguire tenta di non farsi recuperare e contemporaneamente di non farsi venire i crampi, cosa tutt’altro che di facile realizzazione. Lascia il testimone alla Satolla che è pronta a riceverlo come un albero in un bosco è pronto a ricevere un fulmine. Praticamente la durata della transizione equivale ad un quinta frazione. Poi però sprinta fino al cambio successivo, anche se si attarda ad inserire nel cellulare il conteggio delle calorie degli integratori che le offrono lungo il percorso. Ultimo chippofero Talenti che si dirige a passo leggero verso Porta Venezia dove supera il traguardo in grande stile ma si risente quando al ristoro finale vede che danno da bere bottiglie d’acqua ma nessuno ha una sciabola. Nome di Battaglia: RiBelli al Vapore.

Alleanza RiBelle – Voto 6,5

I RiBelli che più che una staffetta sembrano aver fondato un partito politico, potrebbero essere la scheggia impazzita della manifestazione. Tuttavia, in prima frazione il Depi, che non corre più dai tempi dei Jeans a zampa di elefante, ad arrivare in Sempione da Porta Venezia ci mette lo stesso tempo di un gruppo di turisti giapponesi con tanto di audio guida. Il Vez tenta di recuperare ma anche lui ormai si allena meno di Cassano, così il compito di riscattare l’orgoglio del drappello ricade sulle tenaci spalle del Giova, il quale parte i primi cento metri come un uomo che ha visto un fantasma. Poi però capisce che se non rallenta di fantasmi rischia di vederne subito un’intera distesa, e di unirsi a loro, quindi riduce il passo nell’ordine dei trenta, trentacinque centimetri e si arrabbiata per raggiungere il cambio successivo. Cif prende il testimone e col suo inconfondibile passo pulito, scivola incontaminato e rapido fino al traguardo, distruggendo le incrostazioni, ma non riesce ad impensierire le altre staffette RiBelli. Nome di Battaglia: RiBelli d’Italia.

Magiche Girls – Voto 9

La squadra delle girls così magiche che sembrano dei conigli usciti da un cappello, perde pochi giorni prima della gara una delle sue storiche componenti causa attacco Vudù per cui si sta ancora cercando il responsabile. Operata la sostituzione, il gruppo si presenta tuttavia alla manifestazione, pronto a vendere la pelle cara come una borsa di Luis Vuitton. Valeria in prima frazione corre a cannone, nonostante un ginocchio malandato e un antidolorifico che di solito danno agli ippopotami sottoposti a interventi odontoiatrici. Durante la seconda tratta si tiene il passo alla terza Lella rischia di far fare brutta figura alla sua dolce metà sul passo al chilometro. Ultimo frazionista Ludo è chiamato all’impresa di recuperare più posizioni possibile ma non resiste alla tentazione di raccontare a tutti quelli che incontra la “barza” dei Nani che escono dal bosco e trovano un fiasco di vino, risultato un tempo al chilometro vicino a quello della spesa al supermercato. Nome di Battaglia: Medic Girls.

Cisco – Voto 9,5

L’uomo che ha fatto della detonazione una corrente filosofica equiparabile ormai quasi a una religione, tanto che la Via della Detonazione conta centinaia di migliaia di adepti che si fanno chiamare i Detonati e seguono fedelmente la dottrina del maestro, ancora una volta è chiamato a confermarsi per rafforzare le sue credenze rivoluzionarie. Alcuni storici, infatti, contestano l’aspetto che una religione che prevede la detonazione non sia poi così una novità. Cisco allora mette tutti a tacere, partendo col suo solito passo da scafista braccato ed esplodendo in grande stile al trentesimo chilometro in un tripudio generale trasmesso a reti unificate. In un mondo vittima e carnefice di continui cambiamenti, d’altronde, la gente guarda sempre di più a lui con crescente speranza e si attacca disperatamente al suo più grande insegnamento: non importa chi sei e cosa fai, da dove viene e dove vai, se vai sempre a tutta, alla fine, detoni. Nome di Battaglia: Siddharta.

Milanesi da Correre

IMG-20170319-WA0010A Milano c’è tanta gente che ama correre, e questa non è una novità. A Milano però c’è anche tanta gente che ama correre, ma, per una volta, non per andare per forza da qualche parte, non per inseguire l’ennesimo appuntamento, o meeting, o incontro con l’effimero ceppo dorato che tutti noi desideriamo così ardentemente metterci al collo. È un fiume colorato di gente che si crea e scorre incontenibile attraverso le maglie di quella fitta rete, fatta di scadenze, bollette, budget e titoli altisonanti che ci tiene ormai legati tutti, come una ragnatela dove i ragni si sono da tempo estinti e sono rimasti solamente inconsapevoli insetti prigionieri. La verità è che siamo diventati predatori di noi stessi. Sulle sponde, si scrutano due gare così vicine e allo stesso tempo così distanti. Il Trofeo Sempione è una garetta d’altri tempi. Piccola nella distanza e nei numeri, nelle aspettative e nelle pretese, eppure riesce a sfiorarti dentro. Forse perché con dieci chilometri parti subito col cuore in gola, forse perché corri in casa e anche se non ti perdi nelle novità del percorso, ogni passo ritrova la pace di orme famigliari. O forse bastano cose ancora più semplici, come rapidità e cortesia al ritiro pettorali, due giri tremanti dentro un tempio dell’atletica leggera, oppure ancora di più una distesa di fette di pane tostato e marmellata pennellate una ad una ad aspettarti dopo la linea di arrivo, che ti chiedi quanta pazienza e passione abbiano mai richiesto per metterle tutte in fila. Non so dirlo con certezza, fatto sta che quando finisci ti viene semplicemente voglia di corsa, pura e semplice, che sia solo qualche sgambata per stare bene con se stessi, oppure inseguire una qualche forma di follia agonistica, ti viene voglia di allacciarti le scarpe per provarci. Da lontano la Stramilano osserva tutto questo. Gara storica, mitica, complessa e irrinunciabile. Lasciamo stare la dieci chilometri. Ormai è solo una passeggiata, anche se alcuni ancora non se ne capacitano, ma illudersi di correrla è come immaginare di camminare sotto la pioggia senza bagnarsi. Ci si può coprire, ma non si possono schivare le gocce. Parliamo della Mezza Maratona invece, anche se, prima di tutto, non la chiamerei più mezza maratona ma gara di circa 22 km, visto che la distanza è stata evidentemente misurata col conta passi. Il percorso, soprattutto per un Milanese, è sempre delicato, veloce e scorrevole, poche curve, lunghi e famigliari rettilinei, dove prendere ritmo e flirtare coi propri limiti. Quest’anno più grida d’incitamento che nervose strombazzate, piccola prova che forse, anche se il destino della civiltà è ormai segnato, si può trovare in giro qualche sacca di cortesia dove invecchiare senza venire soffocati. L’organizzazione è la solita confusione disinteressata di chi, ormai abituato all’assenza di concorrenza diretta, predispone una distratta celebrazione dello sport; gabbie di partenza date a caso, ritiro pettorali stile africa nera, ristoro finale polverizzato dai cinquantamila che evidentemente vedono la loro cammi-nata come andare ad un banchetto e non, invece, come puntare ad un traguardo. Piccole cose ma, in un mondo dove vittoria e sconfitta sono separate da un centimetro o da un secondo, fanno la differenza, perché, si sa, il Dio dello Sport si nasconde nei dettagli.
Finito l’angolo del censore, adesso, come sempre, si spagella.

Leo – Voto 7

L’attuale dominatore della classifica RiBelle disdegna la dieci chilometri del Sempione per acchiappare il podio alla prestigiosa Scarpetta d’Oro di Vigevano, gara che unisce il talento del podista a quello del rastrellatore di sugo per la pasta. Alla Stramilano si presenta invece lievemente acciaccato, anche se il sospetto che la fisioterapista, notoriamente a libro paga Mazzotta, gli abbia consigliato proditoriamente di non forzare, è più che fondato. Corre così ad andatura di crociera da tapascio della domenica, tanto che comincia a sudare solo verso il diciassettesimo chilometro, quando il Mazzotta, che lo segue come un’ombra, gli confessa di aver iniziato una dieta a base di legumi. Nome di battaglia: Chaperon.

Fil – Voto 7,5

Dopo mesi di metodica preparazione e tabelle di allenamento direttamente contrabbandate dal programma della Nasa che mira a spedire il primo uomo su Marte, con imbarcazione a remi, Filippo si presenta all’appuntamento col personale, tirato a lucido come un Mottarello sul set di un film porno. I giorni precedenti alla gara traboccano di pretattica, tanto che il Mazzotta lancia appelli disperati per trovare una lepre, richiamo che non viene raccolto da nessun podista, ma dai cacciatori della Bergamasca che sterminano tutti i mammiferi con le orecchie lunghe della Lombardia mettendo a repentaglio la sopravvivenza della specie nell’intero Nord Italia. In gara s’incolla così alla “svernicia” di Leo, fino al traguardo, dove passa facendo registrare esattamente lo stresso tempo al centesimo di secondo e facendo quindi sospettare che sia arrivato semplicemente in spalla. Nome di Battaglia: Buffalo Fil.

SuperMario – Voto 7/8

Il RiBelle col differenziale più efficiente tra culo e terreno, tanto che per la sua falcata inconfondibile SuperMario nell’ambiente è soprannominato il Pellegrino, accetta la sfida della Stramilano per stampare un tempo sul cronometro che vira deciso verso l’equatore. Prima però si scalda al Trofeo Sempione dove, correndo sotto lo pseudonimo di una mitologica divinità filippina, nota come Odul, vince la classifica non competitiva e dà vita a un nuova leggenda metropolitana destinata a perdurare in eterno tra i cespugli del parco. La sua strategia di gara per la mezza invece prevede di incollarsi ai palloncini del pacemaker dell’ora e trenta per poi fulminarli sul rettilineo di arrivo in uno scoppio di giubilo. Purtroppo il fulmine arriva un po’ prima del previsto, così è costretto a rimandare l’appuntamento col destino e limitarsi al solito con l’intestino. Nome di Battaglia: Loki.

Giuliacci – Voto 7,5

Il colonello dell’aeronautica che tutte le forze armate del mondo ci inviano per la sua capacità di capire, adattarsi e addirittura influire positivamente sulle condizioni atmosferiche avverse – basta pensare quando apre la finestra del bagno che ha appena usato – viene a correre la Stramilano per confermare il suo classico 1 e 35. L’1 e 35 del colonnello è più certo della morte, delle tasse e dei grammi di riso nella fondina che il Davidone ordina a pranzo al ristorante. E alla fine riesce ancora una volta a raggiungere l’obiettivo e a confermare la sua naturale regolarità, anche se i vili organizzatori allungano il percorso di circa quattrocento metri per farlo sbagliare; invece il Colonnello c’è, tara la falcata e stampa il suo tempo a referto con la precisione di un monaco benedettino. Nome di Battaglia: Bifidus.

Cif – Voto 7

Il RiBelle che non ha paura di niente, neppure delle incrostazioni più difficili, torna alla competizioni dopo una latitanza degna dei più sfuggenti boss della Mala. Ragazzo abituato ai pascoli e ai grandi spazi aperti di Inveruno City soffre un po’ il caotico percorso cittadino, tuttavia riesce a sfoggiare una prestazione di livello. Parte nel gruppo di testa sulle caviglie dei Keniani in pieno stile RiBelle poi il fatto che in piazza della Repubblica scambi il mega poster di Belen per l’Assunzione della Beata Vergine gli consiglia di ritarare il passo. Arriva comunque in tempi più che dignitosi, pronto per nuove battaglie per un mondo più pulito. Nome di Battaglia: Mastro Cif

Frada – Voto 6,5

Ritornato a una forma atletica per cui non gli chiedono più a che mese è, il Frada decide di fare doppietta di gare ed con essa incetta di punti RiBelli. Parte dal Trofeo Sempione dove tenta il colpaccio del secondo posto dietro all’irraggiungibile Supermario, ma rimane imbottigliato nelle retrovie, dove, privo di sciabola, deve arrendersi a chi il parco non lo frequenta ancora con borsa frigo e passeggino. Alla Stramilano invece parte umile ma col chiaro obiettivo di risalire la corrente. La cosa funziona nei primi dieci chilometri, poi la temperatura che supera i venti gradi, unita alla doppia termica e lupetto che indossa, gli crea dei problemi di disidratazione, con conseguenti crampi e ricerca di un open bar che però non sembra essere disponibile. Arriva così in fondo, stringendo i denti, ma oltre il muro delle due ore, quando sua moglie ha già contattato disperata C’È Posta per Te per andare a ritrovarlo. Nome di Battaglia: Cramper.

Cisco – Voto 6

Dopo la prestazione alla Stramilano dell’anno scorso, gli organizzatori hanno messo una targa commemorativa sulla scala di metallo che si utilizza per abbandonare la zona di gara con scritto semplicemente “Sempionshima, per non dimenticare….”ma, ciò nonostante, Cisco quest’anno non riesce a presentarsi alla partenza, causa uno degli avvenimenti più importanti, per non dire fondamentali, che tocca la vita di un uomo sposato, al pari del matrimonio e della nascita del tuo primo genito; sto parlando della Laurea infrasettimanale della sorella di tua moglie, evento che, si sa, non lascia spazio di trattativa o mediazione. Ale deve così accontentarsi di racimolare punti solo al Trofeo Sempione, dove però per autopunirsi decide ci correre più di venti chilometri in solitaria prima della partenza, distanza che leggermente influisce sulla sua capacità di sprintare durante la gara. Arriverà quindi in fondo in stato confusionale con, in mano, un mazzo di rose, già pronto a festeggiare la proclamazione. Nome di Battaglia: Tafazzi.

Giampi – Voto 7

Sorprendendo un po’ l’intero popolo Ribelle, per non parlare degli addetti ai lavori, che, infatti, lasciano incustoditi i loro cantieri, provocando parecchi disagi, per venire a vedere se è vero, torna alle competizioni il RiBelle che quando afferma “è giunta l’ora di darci un taglio” di solito fa primo assoluto. Senza allineamento, senza pettorale e, probabilmente senza aver avvertito la moglie, si presenta così in una gabbia di partenza della Stramilano, pronto a irridere quei podisti che credono ancora alla favoletta che più ti alleni più corri forte. Giampi è meno preparato di un Grillino in parlamento, eppure regala una prestazione più che dignitosa, macchiata solo dal fatto che alla fine entra all’Arena Civica da una porta di servizio, affermando di essere l’amministratore dello stabile, cosa che tra l’atro potrebbe pure essere vera. Nome di Battaglia: Parmareggio.

Fiume In Pena

event_183671502Sapete, a volte scrivere è esattamente come correre sotto la pioggia. All’inizio manca proprio la voglia, quella scintilla che inneschi il fuoco che ti permette poi di lasciar scorrere i pensieri in parole, frasi, e le gambe in passi, orme che ti portano a cullare la fantasia, a giostrare con la fatica, mentre il freddo scorrere dell’acqua sulla pelle fa già da spettatore. Quanto grigio intorno a noi. La strada si confonde con il cielo, il cielo con il mare, tutto è mischiato, tutto è bagnato in una caotica inversione di ruoli, dove s’incontra la stanchezza ancora prima di andarsela a cercare. Se non fosse “la classica”, sarebbe da riaprire gli ombrelli e tornarsene a casa. Ci infiliamo, come sempre da un pertugio di lato, nel fiume di acrilico diligentemente incolonnato. Fa molto Italiano, ma fa anche molto RiBelle. Ci sentiamo quindi autorizzati. Così partiamo avanti, molto avanti, forse troppo avanti, perché già nei primi metri la questione risulta subito prendere ritmo prima che, il suddetto ritmo, prenda noi. Scende pioggia fitta, fine, ma implacabile. Il tempo concesso dal clima fa schifo, quello accordato dal cronometro invece è accettabile. Il percorso lo affrontiamo come il corridoio di casa nostra, quello che conduce alla porta d’ingresso, passi che percorri ogni giorno sempre senza pensare a dove sei, ma solo a dove stai andando. Al primo passaggio a Portofino siamo bagnati, ma al ritorno a Santa siamo ormai nuvole colorate. Il carico di pioggia si fa sentire, porta peso all’insaziabile gravità, mentre canta ai muscoli una gelida ninna nanna. Il secondo giro risuona di un feroce ticchettio. Mi chiedo solo se sia la pioggia che ormai cola come una doccia a cielo inguaribilmente coperto, oppure è il solito timer verso la detonazione. Il saggio dice che se non sei mai detonato, non hai mai corso, ma se non sei mai riuscito a non detonare, forse non avresti mai dovuto iniziare a correre. Per fortuna l’unico saggio in cui mi sono imbattuto in vita mia è stato quello di flauto, alle elementari. Eppure i chilometri passano sempre più lenti, i secondi sempre più veloci. Il ritmo cala come sul finire di una canzone incisa su qualche vecchio supporto, ed ecco che comincio ad armeggiare con i fili per evitare di saltare per aria. Non succede, ma devo rallentare, perché quella storia che basta che parti e poi ti scaldi, oggi mi sa che non funziona. A Paraggi ormai oscillo con la stessa escursione con cui avanzo. La strada è il letto di un fiume, manco tanto asciutto, e lo stiamo lentamente risalendo, tra un guado e l’altro, tra sospiro e una pernacchia. Il traguardo dura la frazione di un secondo, perché tiro dritto con gelida non curanza, anzi aumento il passo e mi fermo solo quando vedo una porta tiepida che si apre, un asciugamano enorme che mi viene incontro e un pensiero che profuma di libertà e vaniglia.
Ora, certe come la coda a Cormano e il cattivo umore il lunedì mattina, le imprescindibili pagelle.

Leo – Voto 8

Il RiBelle con il passo da coniglietto della Duracell indemoniato parte nella pancia del gruppo a ritmo da podista della domenica. I primi cinquecento metri, mentre alcuni intorno a lui sono già al gancio nel tentativo di non perdere posizioni, trotterella cantando la sigla di “Pollon Combina Guai”. Poi si accorge che a quel ritmo si sta bagnando e non riesce, come al solito, a passare sotto le gocce di pioggia prima che arrivino a terra, quindi scala due marce, risale il gruppo come Pantani su Galibier e si invola verso le posizioni che contano, tra le facce stranite degli altri runners che pensano: “Ma da dove cazzo arriva questo? C’aveva la sveglia ancora settata sul Marocco?” Alla fine però non rilascia tutti i cavalli a disposizione, ma controlla la prestazione per evitare di annichilire all’esordio gli altri RiBelli che però già stanno pensando a possibili contromisure. Leo, occhio a lasciare incustodita la borraccia nel pre gara. Nome di Battaglia: Leo C’è.

Fil – Voto 7,5

Il figlio che Santa Margherita avrebbe avuto, se non fosse stata Santa, ma solo, come cantava Coc-ciante, Margherita, si presenta alla gara di casa pronto come un nerd il primo giorno di scuola. La sua tattica di corsa è semplice: partire forte, andare forte, finire forte. Sa che Memo è lì a guar-darlo e Piersilvio cercherà di emularlo, quindi non vuole sfigurare. Dopo un chilometro la sua “svernicia” di ordinanza è quindi già risucchiata dalla testa del gruppo, dove macina chilometri con la stessa foga con cui Banderas macina frumento per le sue fette biscottate. Cede leggermente nella seconda metà del percorso, dove SuperMario, in versione fedaino delle grandi occasioni, cerca di impallinarlo. Tiene però alla grande e mette a segno lo sprint vincente, complice anche il fatto che il Vernazza, l’ultima volta che ha sprintato in riviera, hanno cacciato e incriminato il Sindaco di Genova per disastro colposo in seguito a catastrofici eventi naturali, e quindi si deve essere messo una mano sulla coscienza. Nome di Battaglia: Filibustiere.

SuperMario – Voto 7

L’uomo che ha fatto ormai della tattica per gara, un’arma di distruzione di massa, tanto che in Nord Corea, fare il Vernazza, è un codice per notificare che si stanno testando missili nucleari e lungo raggio, scende in terra di pagelli e belini, addirittura lasciando trapelare dei dubbi sulla sua effettiva partecipazione alla gara. La conseguenza è che sette Keniani degli otto previsti non si presentano dicendo di non essere sufficientemente motivati. Per la cronaca, l’ottavo vincerà con circa un quarto d’ora, due massaggi e una seduta di Tecar, di vantaggio sul secondo. Comunque, alla fine, SuperMario decide di partire, spinto dal romanticismo di una sgambata in compagnia. Romanticismo che non arriva a superare il Caffè del Porto, quando la fuga di Filippo viene vista come una violazione di proprietà privata, oppure sanno entrami che a Paraggi c’è un solo cesso disponibile, non è dato saperlo, fatto sta che rompe gli indugi e si getta all’inseguimento. Bracca il Mazzotta quasi tutta la gara e una volta agganciato cerca di stroncarlo col suo famoso “paso doble”, nel senso che, se provi a stare con lui, dopo un po’ ci vedi “doble”. Alla fine tenta di beffarlo al fotofinish, ma Fil grazie al naso più pronunciato ha la meglio. Nome di Battaglia: Matador.

Colonnello Giuliacci – Voto 6,5

L’ufficiale che prevede la pioggia, quando piove, e non la prevede, quando non piove, sale a bordo del peschereccio RiBelle con una condizione atletica misteriosa. Alcuni dicono che non corra più dal giorno di Natale, quando è corso al Supermercato a comprare le gallette di mais che erano finite, altri invece affermano che non c’è mattina in cui non macini moltitudini di chilometri lungo le sponde del naviglio, tanto che ormai le pantegane gli fanno “ciao” e stanno anche pensando di realizzare una serie animata sulla sua vita, intitolata, secondo indiscrezioni: “E’ Quasi magia Giulio” oppure “Il Grande Giuliacci”. I primi chilometri di gara però, chiariscono subito la situazione, perché il Colonnello prende immediatamente la scia a Supermario e non lo molla più, come il peggiore dei ciclononni. Solo nel secondo ritorno da Portofino viene staccato, quando le proibitive condizioni atmosferiche azzerano completamente la visibilità sulle lenti dei suoi occhiali, tanto che addirittura esce dal percorso di gara e fa tre piani del Castello di Silvio prima di accorgersi di dove si trova ma solo perché, fermatosi a chiedere indicazioni ad una figura sconosciuta, domanda annebbiato: “Ho sbagliato strada?” E quella gli risponde: “Verissimo.” Nome di battaglia: Tiresia.

Frada – Voto 8

L’atleta che ha riscritto le regole dell’abbigliamento da gara podistica, andando a cogliere best practices ed esempi di altre discipline e attività sportive, in particolare le gare in slitta con i cani e le camminate oltre il circolo polare artico, si presenta alla classica, pronto a stupire. Abituato all’equipaggiamento da campo base, non teme certo la tiepida pioggia costiera, ma quando si ac-corge di aver dimenticato a casa la cerata e di dover correre solo in piumino e dopo sci, un po’ va nel panico. La sua prestazione è tuttavia assolutamente memorabile. Parte infatti a ritmo medio, resta coperto, tanto per cambiare, ai giri di boa per non lasciar comprendere la sua reale posizione a chi lo precede, e tenta poi la zampata finale, negli ultimi chilometri, dove solo lo scaricamento dello scalda biberon, che tiene nei pantaloni – non chiedete perché – gli impedisce di assetare il colpo vincente. Nome di Battaglia: Colmar.

Ad Maiorca

img-20160922-wa0002Si può vedere la fine? La fine? Perché in questa gara c’è tutto, proprio tutto, ma non una fine. E anche se sotto di me non c’è una nave cosparsa di dinamite e pronta ad esplodere, anche se sotto di me sento solo sudore e sabbia umida che scricchiola arrendevole, ho come l’impressione di non farcela comunque a scendere, a sbarcare, perché la terra, dovunque essa sia, alla fine è una donna che ormai ha scelto un’altra persona con cui passare la vita, è un viaggio che dovrei fare da solo, senza amici, è un profumo saturo di artifizi, una musica che posso a stento mimare. Eppure tutto comincia sempre con quell’interminabile brivido di paura e tensione, subito riscaldato dal tiepido pensiero che balbetta: non vedo l’ora che sia finita. Quindi deve esserci una fine, da qualche parte! Deve esserci! Sarà nascosta dietro le lancette di un orologio che fa finta di niente. Così la cerco con lo sguardo, sta maledetta fine, la cerco e la ricerco, ma non la trovo, anche se adesso sul quadrante, ore, minuti e addirittura secondi posso vederli scorrere fin troppo chiaramente. Scruto i numeri attentamente, ma niente, ci sono solo le cifre che segnano l’ennesimo muro che non sono riuscito ad abbattere. Che poi, mi sono sempre chiesto, chi le costruirà tutte queste mura? Non mi serve trovare una risposta, ho ancora le mani sporche di malta e cemento. Non cambia nulla però, ormai lo so bene, perché per ogni muro che abbatto, me ne trovo davanti subito un altro; ancora più alto, ancora più spaventoso e adesso sono così stanco che mi ferisce anche solo il pensiero di accarezzarlo. Eppure l’alba di un giorno così è sempre una strana carezza. Il suo tocco è un freddo abbraccio delicato e, anche se l’orizzonte lampeggia minacce inesorabili, come un lampione guasto, il sole si affaccia continuamente per darci coraggio. Le prime bracciate cercano l’acqua come volessero salutarla. Mi bastano pochi metri per capire che però ormai la conosco e, anche se non andremo mai completamente d’accordo, un po’ ci vogliamo bene. Le boe appaiono piccole costruzioni sullo sfondo, poi crescono e diventano enormi castelli nemici da conquistare a qualsiasi costo, ma che poi ci lasciamo immediatamente alle spalle con la soddisfazione di un manipolo di soldati di ventura. La corrente litiga con la traiettoria da tenere, ma io faccio in modo di ascoltare entrambe e non percorro un metro più del necessario. Il passaggio sulla riva serve solo a farmi capire se ha già iniziato a piovere. Non ancora, quindi riparto a nuotare tranquillo. Il secondo anello sembra più corto, o almeno dovrebbe essere più corto, eppure le fortificazioni ostili nascono sempre più lontane e ca-dono sempre più faticosamente. Quando riconquisto definitivamente la spiaggia, tuttavia mi ac-corgo di non aver espugnato ancora nulla, anche se comincio già a sentirmi un pochino più vicino alla vittoria, su chi o che cosa però, ancora non lo so. La prima transizione è la solita lunga sequenza di confuse operazioni, che ormai conosco a memoria e tuttavia non riesco mai a fare nell’ordine stabilito o almeno in quello della volta precedente. Si parte a pedalare. Nei primi chilometri la strada è veloce, la pendenza c’è, ma si nasconde talmente bene che non mi accorgo di incontrarla. Il percorso è ampio, morbido, l’asfalto sfiora le gomme quel tanto che basta per lanciarmi in avanti. Spunta un sole deciso e sullo sfondo il mare che si mischia alle montagne tiene lontana la sensazione di fatica. Non sono solo e mi sento bene, oppure non sono solo e questo mi fa sentire bene, chissenefrega l’importante è il risultato. Quando ripasso dalla zona cambio, il tempo comincia a guastarsi, i venti, fino ad allora poco più che un sospiro, ricominciano a soffiare, un po’ contro e un po’ di traverso, comunque ora li percepisco chiaramente, ma funziona così, il vento è come la fortuna, ti accorgi della sua presenza solo quando te la trovi indiscutibilmente contro. A tre quarti della frazione ciclistica attacchiamo la salita. Non è uno strappo, non è una rampa, la strada invece comincia a salire e prima che finisca, faccio a tempo a dimenticarmi di com’era pedalare in pianura. Il cielo spazza via il giorno e porta la notte. Comincia a piovere, ma non è che piove solamente, mi trovo sotto una cascata che l’orizzonte mi riversa addosso senza alcuna compassione. Dio non ama i triatleti, soprattutto quelli superbi che si credono di ferro. Vediamo se sono anche inossidabili, penserà lui da lassù. In strada non ci sono pozzanghere, ma onde, e in vetta la situazione si complica, perché la strada smette di arrampicarsi e il carbonio brama una velocità che non gli posso concedere. Dietro una valle però, il rubinetto celeste si chiude e quando iniziamo a discendere senza più esitazioni, esce anche qualche raggio di un sole che non spunta da dietro le nuvole, ma sorge come l’alba di un nuovo giorno. Dio non ama i triatleti, però evidentemente li rispetta. Ritornato a valle, il percorso si arrotola su se stesso, fino agli ultimi venti chilometri, dove s’incunea in un infinito bastone, dritto come un pino secolare. La pioggia torna a massaggiare l’asfalto, prima dolcemente poi sempre più forte; negli ultimi dieci chilometri le carezze si sono tramutate in schiaffi. Dio non ama i triatleti e anche se li rispetta, a volte, ha avuto pure lui una giornataccia. L’ingresso in T2 è un naufragio senza vittime, ma solo qualche sospiro di sollievo e scene di moderato giubilo. In seconda transizione cerco di scongelare alcuni arti che mi servirebbero per proseguire. Mi concentro su piedi e caviglie, così quando parto a correre il resto del corpo fa ancora concorrenza a quelle mummie che ogni tanto spuntano fuori dai ghiacci millenari. Ci vuole più di mezz’ora prima che il cuore ritorni in controllo della situazione e ricominci a distribuire il sangue in modo più equanime. Il primo giro mi dico di correre piano e le gambe sembrano essere molto d’accordo con me. Il secondo giro penso di aumentare l’andatura e le gambe allora si riuniscono in concilio per pensarci. Il terzo giro mi fanno gentilmente sapere che la proposta è bocciata e che anzi l’inesorabile clessidra che cola verso la detonazione è quasi esaurita. Il quarto giro ci facciamo quindi coraggio a vicenda fino a quando, dietro l’ultima curva, drammaticamente scopriamo che, di giro, ne esiste anche un quinto. L’ultimo passaggio è quindi una lenta, soffocata melodia, arrancando verso il traguardo, dove solo le ultime centinaia di metri mi sono dolci, quando, come cantava il Faber, “la sera ed il buio mi tolgono il dolore dagli occhi” e guardo il sole, ormai poco più di un bagliore, domandandomi se è vero che sta scivolando via “a violentare altre notti”, oppure è semplicemente stanco ed il mare è la sua coperta. Allora finalmente penso di vederla, la fine. È un arco luminoso e chiassoso che scandisce il mio nome. L’accento è sbagliato, ma lascio correre. Pochi passi, ecco che la tocco, cerco di afferrala, ma niente, cado pesante dall’altra parte. Mi volto indietro e non c’è più. Eppure era lì, ne sono sicuro, c’era una fine, l’ho anche sfiorata. Solo che era solo una linea, un secondo in bilico tra il prima e il dopo, un alito di aria pura che ti entra nel naso ma che dura solo il tempo di un sospiro. Brutta storia. Ma allora è una fregatura? Cioè, se non puoi acchiapparla, se non puoi trattenerla, allora cosa serve arrivare alla fine. La riposta è lì, nel sospiro successivo, serve a continuare a respirare.

SuperMario – Voto 9

Il RiBelle che, se prima di un allenamento o di una gara dichiara oggi “fullgas”, la protezione civile allora dirama subito l’allerta calamità e i sindaci dei comuni interessati richiedono lo stato di emergenza preventivo, torna sul luogo del delitto non per ricordare la lontana esecuzione dell’uomo di ferro, ma per compiere una vera e propria strage, assolutamente premeditata. A sto giro è motivato come un cannibale in una spiaggia per nudisti e già due giorni prima della gara si chiude in un profondo stato di concentrazione interiore dal quale esce solamente per dare fugaci riposte al suono di vibrazioni che hanno l’aria di provenire veramente dal profondo. In gara parte come sempre con una frazione nuoto in cui esplora i paraggi del tracciato, ma poi, una volta in sella, libera i cavalli, meglio di Furia il Camallo del West. In seconda transizione si cambia così velocemente che la sicurezza lo insegue i primi chilometri di corsa scambiandolo per un borseggiatore in fuga. A quel punto però SuperMario è lanciato verso la gloria. Lo sputnik a confronto era una radiosveglia. Supera più persone di un abusivo in preferenziale. Rimonta Davidone che non veniva rimontato, dai tempi i cui si guadagnava da vivere facendo il porno attore, e arriva superando il traguardo con l’espressione di un lottatore di MMA alla pesa a cui hanno appena ciulato l’Hammer. Nome di Battaglia: Ringhio Vernazza.

Davidone – Voto 9,5

L’uomo che sta segretamente sostituendo il suo scheletro con placche di adamantio e legno di ce-dro profumato, in attesa che a Hollywood decidano di girare un lungometraggio dedicato alle sue imprese di gioventù e alle sue origini misteriose, intitolato, secondo indiscrezioni, “Daveheart” o “Cuore di Davidone” – il titolo Italiano è ancora in fase di revisione – oppure “David, Manìn di For-bice”, atterra oltre mare con la preparazione atletica di un insegnante di educazione fisica dell’artistico. La sua strategia di gara prevede quindi una prova conservativa, tanto che, per le due transizioni, ha persino previsto di affittare un lettino in spiaggia per ottimizzare la tintarella, non sempre lo stesso però, perché, si sa, il sole durante il giorno cambia posizione e dover trascinare sulla sabbia la propria postazione è da barboni. Parte quindi a nuotare con calma, ma arrivato al primo cambio, le nuvole che oscurano il sole, sconvolgono i suoi piani. Decide così di assumere posizione aerodinamica e lanciarsi in un’imprendibile frazione ciclistica dove svernicia più bici di un carrozziere affiliato col Bikemi. Soffre un po’ durante la corsa per il peso del metallo impiantato, ma termina comunque la sua prova con un maestoso risultato che lo investe uomo di ferro di nome e di fatto. Da allora però non abbiamo più sue notizie, probabilmente perché, facendo impazzire tutti i controlli sicurezza, non lo fanno più ripartire da Maiorca. Nome di Battaglia: Robinson Dave.

Why Trail

30805041116_54eace5ddd_hGli uomini si dividono in due categorie, quelli che sopportano la salite, solo perché sanno che ver-ranno poi ricompensati comunque con le discese, emozionanti, adrenaliniche, entusiasmanti disce-se, e quelli che invece le salite le amano a prescindere, se le godono, degustando il sapore amaro salato di ogni metro trascinato indietro, quasi con rabbia, e poi rilasciato dolcemente come si fa con un pesce che ha abboccato alla lenza troppo ingenuamente per senticela di privarlo della vita; la discesa per costoro è solo attesa, soltanto il modo più veloce di spostarsi e giungere a imboccare un’altra strada che poi risale, in una giostra di gioia e dolore che non si ferma mai. Ma la sveglia alle cinque del mattino che accende l’inverno di un fradicio sabato novembrino è semplicemente un attimo di follia. Follia che tuttavia non è sempre un’azione criminale, follia che non è sempre un gesto inconsulto o una condotta dannosa, follia che a volte può essere anche un atto di rottura, un momento di ribellione, un chiodo nella parete vuota e incontaminata della quotidianità, in cui appendere un quadro che non sarà mai in grado di riempirla completamente, anzi magari va su anche un po’ storto e sembra non stare poi molto bene, ma alla fine ti fa capire che il nemico che hai veramente non è il caos o la deformità, non è il timore che il muro si rovini o che il quadro alla fine cada e faccia danni, l’unico nemico che hai è semplicemente il vuoto. E in fondo siamo fatti per riempire il vuoto che si nasconde dentro di noi, in tutti noi, nessuno escluso, solo c’è chi si è così abituato alla guardare la parete bianca di fronte a lui, da venirne rapito e addirittura da battersi per poterla mantenere così, perfetta e vuota. Il tessuto urbano a quell’ora però è deserto, così prima che ti renda conto di cosa tu stia veramente facendo, la città è lontana, le montagne ti circondano, o almeno credi che siano lì perché le nubi basse e impegnate d’acqua sembrano sommergere anche loro, e inizi a correre dietro una mandria di gente disinibita. Il trail runners sono una tribù e per una mattina anche tu sei lì, letteralmente, a fumare insieme a loro. Il primo chilometro è morbido, molti slolomeggiano con terrore tra le pozzanghere come pesci che nuotano tra gli scogli per cercare di non bagnarsi. Poi la montagna afferra il percorso gara e da lì non lo lascia più andare. Si sale senza scrupoli, passo fermo ma deciso per avanzare, poi si scende cercando di trovare con il terreno un accordo che tenga almeno il tempo di un appoggio. Le vigne ci circondano, il fango ci fa scorrere in avanti. L’ubriacante attraversamento di una cantina è l’unica parentesi asciutta che ci concediamo. Subito dopo si riprende a macinar terriccio. L’asfalto ogni tanto si palesa, ma poi scompare come un ospite che la montagna accetta, ma non gradisce fino in fondo. Guardare sempre dove vai e non dove andrai o, peggio, dove sei stato, è l’unica armatura che hai per non terminare la gara anzi tempo. Negli ultimi chilometri tendenzialmente si perde quota come se la strada volesse restituirti le energie che ti ha tolto, oppure, a pensarci bene, è il contrario, la montagna rivuole indietro ogni metro che hai conquistato, perché resti suo, perché, anche se per un attimo è stato tuo, non vuole fartelo portare via, come un tesoro insostituibile che deve rimanere patrimonio di tutti gli audaci. Il traguardo sbuca tra i vicoli e chiude anche il rubinetto della giornata. Così li vedi, gli uomini che amano le salite e quelli che le sopportano soltanto. E tutti gli altri invece? Beh, loro temo non siano uomini, ma solo orologi che aspettano di fermarsi.