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Dear Legs

basketball-net-kayla-nicoleCare Gambe

Sono quello che vive al piano di sopra. È una vita che ci frequentiamo, ma ed essere sincero non so quanto ci conosciamo veramente. La prima volta che mi sono accorto di voi ero lungo disteso sul pavimento e mi chiedevo a cosa servissero quelle due squinternate protuberanze che mi portavo dietro. Poi ho trovato il primo goffo utilizzo, anche se, a gattonare, ho pensato sarebbero bastate, anzi sarebbero state pure meglio, due rotelle come quelle del camion dei pompieri che mi piaceva tanto. Invece un giorno ho guardato in alto e ho immaginato che si potesse vedere tutto un altro mondo da lassù, così mi sono alzato in piedi e voi mi avete sostenuto. La cosa doveva essere una novità per tutti e tre, perché vi ergevate tremolanti ed io traballavo all’unisono con voi; quello sbi-lanciamento tuttavia ho capito che poteva tramutarsi in movimento e per non cadere ho imparato che la scelta giusta è solo una: avanzare, andare comunque avanti, una lezione che negli anni pur-troppo devo aver dimenticato. Prima a ritmo veloce, perché in sostanza siamo nati più per correre che per marciare, poi controllando il ciondolare del mio peso fino all’obiettivo di riuscire a stare immobile, che quando ce l’ho fatta, ho anche pensato: cazzo serve? E sono ripartito. Da lì non mi sono più fermato. Vi ho chiesto di aiutarmi a fare le cose più disparate, e forse disperate, come saltare, scattare, scivolare, sforzi brevi ma intensi e so che vi chiedevate cosa mai ci provavo a tirare una palla dentro un anello di metallo, ma credetemi quando il pallone ruota e il cotone trema, anche tu tremi insieme a lui. Sono invecchiato, e voi pure, così, non a caso, abbiamo deciso insieme di cambiare strada. Io ho riposto canotta e biglia di pelle nell’armadio dei ricordi, voi ginocchiere e fanghe medio alte. Ci siamo guardati in giro e ci siamo fermati a scrutare un sentiero tortuoso che bucava l’orizzonte. Mi ha conquistato e vi ho chiesto di seguirmi. Verrazzano, Manhattan, passando per Paraggi, Sempione, Portofino e Monte Stella. La strada andava avanti ed io volevo andare ancore più in là, mentre voi cominciavate un po’ a sbuffare. Però non mi avete mai abbandonato, al massimo solo qualche litigio e qualche incomprensione, finita in un lampo, o in un crampo, fa niente, tutto è stato subito dimenticato. Per darvi tregua tuttavia vi ho presentato la bici, con lei starete più al sicuro, vi dicevo, ma presto avete capito che un poco mentivo. Non mi avete odiato però, anzi avete sopportato, anche quando ho cominciato a lasciarvi a mollo in posizione orizzontale per un sacco di minuti per poi richiamarvi improvvisamente a rapporto non appena toccata terra. Solo che la cosa c’è sfuggita un po’ di mano, quando i minuti a mollo sono diventati ore e la chiamata alle armi non presagiva più una singola battaglia da combattere ma un’intera guerra a cui sopravvivere. Lo so, forse ho esagerato, ma tornando indietro, davvero vi sareste accontentate di riuscire a stare solamente dritti in piedi? Davvero sarebbe bastato quel grande piccolo traguardo? Sia io che voi conosciamo la risposta, ma ora il quesito è semplicemente un altro; sabato ci troveremo ad affrontare la peggiore sfacchinata della nostra breve vita, un uomo di ferro così, ad oggi, non lo abbiamo mai incontrato. Io non posso più tirarmi indietro e, anche se potessi, credo proprio non lo farei, in più non posso neppure promettervi che sarà finita lì, che dopo non mi verrà in mente qualche altra folle idea, allora ora vi domando, anzi vi imploro: sarete con me? Sarete salde sotto di me e non mollerete fino al tappeto rosso a costo di passare le settimane successive a farmi pagare il conto? So che non potete rispondermi ora, però pensateci. Non è tanto per dare uno scopo a tutti i sacrifici che abbiamo già fatto, non è per la soddisfazione di arrivare alla fine, né per l’orgoglio di farci chiamare ancora una volta Ironman, lo facciamo perché in fondo ci manca. Sì, ci manca: la palla che gira, il parquet che stride, l’anello che vibra, il cotone, farlo tremare e sentire come se anche noi, ancora una volta, tremassimo insieme a lui.

Vostro amico di pena.

Viga

Menti In Tempesta

homer-brain-monkeyOggi voglio parlare, forse un po’ male, di una cosa di cui tanti dissertano fin troppo bene: il brain-storming o brain storming. Tradotto in italiano viene fuori una roba tipo “assalto di menti” o “tempesta di menti” – ma questo solo per i più meteoropatici – e ad andare a vedere la definizione di Wikipedia si legge una cosa tipo: “tecnica creativa di gruppo per far emergere idee volte alla risoluzione di un problema.” Adesso, sarei curioso di sapere, nel corso della storia, quali delle idee che hanno rivoluzionato – anzi no, voliamo più bassi – che hanno semplicemente impattato in modo sensibile sulla vita degli esseri umani, sono venute fuori da una sessione del sopracitato “temporale” o “attacco” creativo? Silenzio…….Comunque, mettere insieme un gruppo di persone competenti, lasciarle libere di pensare a raffica, una sua utilità la può anche avere, però ci vogliono delle regole ferree per evitare che la cosa si trasformi nella versione manageriale del gioco, di fanciullesca memoria, a chi spara la cazzata più grossa.

Prima regola: intimare ai partecipanti di spegnere qualsiasi dispositivo elettronico, o equiparabile – anche la Smemoranda va messa via – e, se il vostro bacino creativo non supera la prima liceo come sviluppo mentale, può essere una buona idea persino farseli consegnare. Certo non siete su un aeromobile, non ci sono interferenze e disturbi radio, ma pensate cosa succederebbe se, una volta avviati i motori di un aereo, i piloti si mettessero a smanettare col cellulare. Tra l’altro schiantare una riunione è maledettamente più facile che far precipitare un aereo.

Seconda regola: chiarire subito l’obiettivo della creatività in modo adamantino e non lasciare mai che la discussione prenda e si diriga altrove – si possono anche portare dei rottweiler qualora si reputino necessari – altrimenti l’incontro si trasforma subito in un mix tra un talk show di Maria De Filippi e la colazione del lunedì mattina al bar.

Terza regola: obbligare le persone a scriverle, le proprie trovate, su un post-it o su una lavagna, sia che abbiamo coinvolto l’ultimo dei galoppini sia che ci si trovi in udienza dal Santo Padre, la scrittura è il filtro più efficace che esista per capire subito se da un pensiero germoglia un’idea o una minchiata. Puoi farlo non se puoi sognarlo, ma solo se puoi anche scriverlo.

Quarta regola: fissare un tempo ragionevole per la fase creativa tarato sull’obiettivo preposto, non troppo corto se no diventa una gara di disegno astratto, ma neppure troppo lungo, perché è scien-tificamente provato che la curva di creatività, una volta raggiungo il suo limite – che di solito viene toccato nel intorno dei trenta minuti di pensiero ininterrotto – deraglia pericolosamente verso l’area del cervello utilizzato per formulare pensieri assolutamente evitabili.

Quinta regola: rispettare tassativamente le prime quattro direttive; non siamo nell’ombelico del mondo, qui le regole esistono e non esistono le eccezioni.

Personalmente non amo le tempeste, di nessun tipo, anche quelle creative. Credo sia molto più efficiente ed efficace, di fronte ad un problema, studiare sempre e comunque una soluzione e poi chiedere a persone competenti o interessate – le stesse probabilmente che si convocherebbero in un ipotetico brainstorming – di fornirci un’opinione in merito e, nel caso, una strada alternativa. Funziona molto meglio. Immaginate di dover appendere un quadro a una parete del salotto. Riunite tutti i vostri famigliari sul divano e poi gli chiedete dove è meglio attaccarlo. Tempesta di riposte: al centro! No, un po’ più in alto! Ma non è meglio a sinistra vicino alla finestra? No, perché vicino alla finestra, al massimo dall’altra parte. Ma sei sicuro che sia una buona idea appendere proprio quel quadro, non è meglio quello che c’è in camera da letto? E così via. Risultato, il fottuto quadro non lo appenderete mai. Stessa scena. Familiari riuniti, quadro già appeso. Vi piace? Quelli a cui piace sul serio diranno subito si. Quelli a cui non frega niente del quadro diranno anche loro si. Insieme i due gruppi saranno già sicuramente la maggioranza. Qualcuno infine potrebbe obiettare. Lo metterei più in alto o più in basso, oppure più a sinistra o più a destra. A nessuno verrà in mente di cambiare la disposizione del salotto. Voi in un attimo decidete se il suggerimento è valido o no. Se è valido, sposate il quadro, altrimenti il quadro resta dove sta. Nessun temporale, il quadro è attaccato, avanti il prossimo problema.

A Voce Alta

ca. 2002 --- Basketball on Vacant Basketball Court --- Image by © Ellen H. Wallop/CORBIS

“Mi sono rotto le palle di perdere!” Con queste parole svanisce il sogno di arrivare in vetta a un Campionato Europeo che per noi era già una fiaba. Volevamo uccidere il drago, inutile negarlo, desideravamo conquistare la principessa per vivere, per sempre, felici e contenti, o almeno per andarcene in giro a testa alta fino alla prossima palla a due, quando saremmo stati chiamati ancora una volta a difendere l’orgoglio nazionale, in una guerra fatta solo di tecnica e sudore. Adesso sostanzialmente è finita e, anche se la testa crediamo comunque di non doverla abbassare, non ci accontentiamo certo di sposare la damigella cessa e al massimo di fare a cazzotti col cane da guardia che, per quanto feroce possa essere, comunque non sa volare e sputare fuoco. Ma la pallacanestro è così. Lo sport, quello vero, è così. Non usiamo parastinchi e scarpe con i tacchetti, quindi non ci interessa fare recriminazioni, parlare dell’arbitro o della gestione della panchina, delle palle perse o dei tiri sbagliati, di chi ha dato tutto in difesa e di chi poteva probabilmente dare di più. Chi ama il basket, gioca o ha giocato il basket, quindi non se la sente di grattarsi via le briciole dalla maglietta gridando, dal divano, infiammati consigli a chi ancora prova a inseguire il suo avversario per il campo, al secondo minuto del supplementare, in un labirinto di monoliti che cercano di tritarlo. O magari, in un impeto di passione, lo facciamo pure, ma solo perché vorremmo essere lì anche noi a scivolare, bassi sulle gambe, e a staccarci prepotentemente per aiutare dal lato debole. Poi però vediamo Valanciunas che gira sul perno mulinellando i gomiti come un airbus e sappiamo che uno così, se ci prende a noi, gente normale che ogni tanto, da gigante, si traveste solamente, se va bene, ci decapita. Perché signori, parliamoci chiaro: Davide contro Golia ha avuto soltanto una gran botta di culo. Quindi l’unica nota dolente che lascia quella che è stata, comunque, una meravigliosa melodia, è che in un paese di analfabeti dello sport, dove l’omonima Gazzetta reputa più importante parlare dei punti della patente di Balotelli invece di quelli segnati, mani in faccia, da Belinelli, il grande spettacolo della palla a spicchi resterà, quasi sicuramente, ancora relegato ai piccoli palcoscenici di provincia, alle palestre spelacchiate e all’entusiasmo di pochi fortunati. In realtà non sappiamo se sarebbe successo qualcosa di diverso con un’eventuale medaglia al collo, ma avremmo tanto voluto essere lì per scoprirlo. D’altronde così è la vita, non possiamo salvarli tutti. Detto ciò, se Mediaset ha scelto di sfracassarci i maroni ogni giorno per ricordarci che la Champions League è in esclusiva solo su Premium, e mi chiedo perché non abbia fatto la stessa cosa quando negli anni novanta ha preso Beautiful dalla Rai – tanto non è che il contenuto sia molto diverso – credo bisogni ringraziare i ragazzi di Sky, da Tranquillo fino alla sanissima moretta che sta in piedi ferma in studio su due tacchi che sgretolerebbero le articolazioni di Wolverine, passando per tutti gli altri, davanti e dietro le quinte, Menego, Hugo e Carlton in primis – ti odiavo quando giocavi maledetto, adesso ti voterei subito presidente del consiglio – per quello che hanno fatto, stanno facendo e faranno per questo torneo e per il nostro sport in generale. Non sono loro certamente a creare le stelle, ma ci danno un “cielo” limpido per poterle ammirare alla grande. Infine vorrei tornare alle parole del Gallo, forse perché quest’anno in particolare le sento mie come non mai, dopo che ho sfiorato quasi tutti i miei obiettivi, senza però riuscire ad afferrarli come avrei voluto, o forse perché credo ci sia un’intera generazione che si sente rappresentata da quelle stesse parole. Gli anni passano. Non siamo più ragazzini e ormai non dobbiamo fare i conti solo con le porte che pian piano si chiudono, ma anche con quelle che sono sprangate, murate, abbandonate e che, per quanto ci sbattiamo e bussiamo, mai si apriranno. E non possiamo nemmeno costruire sulle macerie come hanno fatto i nostri genitori dopo la guerra, perché le generazioni che ci hanno immediatamente preceduto ci hanno lasciato in eredità già delle strutture contorte, abbandonate, prosciugate e decadenti, senza quindi degnarci neppure della possibilità di disegnare il nostro destino da zero. Così siamo chiamati a riempire i buchi, a tappare bottiglie di vino senza poterle riempire e tantomeno assaggiare, e a decidere se costruirci una carriera o una famiglia, oppure, sempre in alternativa, una vita. Oltre la porta numero quattro quindi, non resta che fuggire altrove, non dai proiettili e dalle granate, siamo molto fortunati in questo anche se una fuga resta tale, ovunque si è costretti a doverla attuare, ma dal nulla che avanza, esattamente lo stesso nulla della Storia Infinita, quella di Atreiu e Gmork, quel vuoto che ci circonda e che si nutre dell’assenza di fantasia e di immaginazione delle persone e che vive della mancanza di possibilità. Per questo, al di là del bruciore di una sconfitta e del senso di solitudine che ne deriva, oggi più che mai, voglio ripeterlo anche io ad voce alta, prima di tutto a me stesso, ma anche a tutti coloro che, per un motivo o per l’altro, si trovano a prendere decisioni che riguardano anche me: “Mi sono rotto le palle di perdere!”

La Checklist del Capo Ideale: Leadership

Al primo posto della checklist del capo ideale, c’è sicuramente una caratteristica fondamentale di cui si fa un gran parlare dalla notte dei tempi: la leadership. Ultimamente poi non si contano più i corsi, i libri e le pubblicazioni, o più in generale gli esperti che spiegano e insegnano come diventare grandi leader, leader degli altri e, perché no, anche leader di se stessi, visto che, se è vero quel che diceva Uberto Tozzi: alla fine gli altri siamo comunque noi.
Anch’io del resto sono abbastanza convinto che i leader non siano creati, ma siano fatti, o, in altre parole, leader non si nasca, ma si diventi. Tuttavia, e in questo tuttavia c’è tutta la forza di un chio-do che deve tenere appesa alla parete verticale di una montagna una cordata d’impavidi scalatori, se non si ha, perché non si ha sviluppato in un processo esistenziale ed educativo che dura anni, gli elementi di personalità necessari, leader non si diventerà mai. Detto questo, è vero che non si può essere leader, ma bisogna imparare a essere leader, ri-tuttavia, e in questo neologismo conficchiamo il secondo chiodo da cordata per raggiungere la vetta della sapienza e uscire dalla nebbia mistificatrice di chi promette di saper insegnare alle tartarughe a volare agitando semplicemente più forte le zampe, se è corretto dire che bisogna imparare a essere leader, sono altrettanto convinto che sia cosa quasi impossibile insegnare come essere leader.
La leadership, infatti, è come il calore, o l’amicizia, o l’amore addirittura. Non esiste in astratto, ma è lo scambio invisibile e tangibile tra soggetti differenti e ben identificabili. Insegnare la leadership, sarebbe come insegnare l’amicizia, o l’amore, cose che s’imparano certo, magari mettendoci un giorno o una vita di esperienze, ma non s’insegnano. Tentare di insegnare la leadership sarebbe come provare a dipingere il vento. Puoi disegnare un albero che si muove, un vestito che si agita, un aquilone che vola, ma non avrai mai dipinto l’aria che si muove. Allo stesso modo puoi aiutare qualcuno a diventare guida per qualcun altro, che sia una persona o anche un gruppo bene identificato, oppure a diventare esempio in qualcosa di specifico, ma non avrai necessariamente creato un leader in senso assoluto. Che poi, in ambito sociale, cosa vuol dire questa parola: leader. Colui che sta in testa, colui che conduce, colui che guida. Tutto vero e tutto sbagliato. Perché, come si diceva, essere leader non né una condizione, ma è un’interazione. Quindi mi azzardo a proporre: colui che condiziona. Perché è questa l’interazione che comporta essere un leader: modificare la percezione fisica e mentale di uno o più individui, e quindi la loro direzione, in modo più o meno desiderato, in modo più o meno consapevole. Perché è anche evidente che non tutti i leader siano consapevoli di esserlo, come una qualsiasi persona può non essere consapevole degli individui che fa falici o di quelli che rattrista.
Quindi, per tirare le fila, un buon capo deve essere prima di tutto un leader? Si, ma la riposta non può essere così semplice. Per prima cosa un buon capo deve essere consapevole di essere un leader, che può sembrare una cazzata, ma tornando al pensiero precedente, non è da dare coì per scontato. Poi, e questa è l’aspetto più importante, un buon capo deve avere coscienza di cosa sia la leadership e soprattutto di come usarla all’interno del team. Su quest’argomento si potrebbero spendere tante parole quante differenti teorie, io credo in quella de portatore di palla e del sostegno e non saprei descriverla meglio di come viene fatto in questo breve estratto. Buona visione e tenete gli occhi aperti sulla palla.

Geometria

“Io, che non ero stato capace di scendere da questa nave, per salvarmi sono sceso dalla mia vita. Gradino dopo gradino. E ogni gradino era un desiderio. Per ogni passo, un desiderio a cui dicevo addio.
Non sono pazzo, fratello. Non siamo pazzi quando troviamo il sistema per salvarci. Siamo astuti come animali affamati. Non c’entra la pazzia. È genio, quello. È geometria. Perfezione. I desideri stavano strappandomi l’anima. Potevo viverli, ma non ci sono riuscito.
Allora li ho incantati.
E a uno a uno li ho lasciati dietro di me. Geometria. Un lavoro perfetto. Tutte le donne del mondo le ho incantate suonando una notte intera per una donna, una, la pelle trasparente, le mani senza un gioiello, le gambe sottili, ondeggiava la testa al suono della mia musica, senza un sorriso, senza piegare lo sguardo, mai, una notte intera, quando si alzò non fu lei che uscì dalla mia vita, furono tutte le donne del mondo. Il padre che non sarò mai, l’ho incantato guardando un bambino morire, per giorni, seduto accanto a lui, senza perdere nulla di quello spettacolo tremendo bellissimo, volevo essere l’ultima cosa che guardava al mondo, quando se ne andò, guardandomi negli occhi, non fu lui ad andarsene, ma tutti i figli che mai ho avuto.
La terra che era la mia terra, da qualche parte del mondo, l’ho incantata sentendo cantare un uomo che veniva dal nord, e tu lo ascoltavi e vedevi, vedevi la valle, i monti intorno, il fiume che adagio scendeva, la neve d’inverno, i lupi la notte, quando quell’uomo finì di cantare finì la mia terra, per sempre, ovunque essa sia. Gli amici che ho desiderato li ho incantati suonando per te e con te quella sera, nella faccia che avevi, negli occhi, io li ho visti, tutti, miei amici amati, quando te ne sei andato, sono venuti via con te. Ho detto addio alla meraviglia quando ho visto gli immani iceberg del mare del Nord crollare vinti dal caldo, ho detto addio ai miracoli quando ho visto ridere gli uomini che la guerra aveva fatto a pezzi, ho detto addio alla rabbia quando ho visto riempire questa nave di dinamite, ho detto addio alla musica, alla mia musica, il giorno che sono riuscito a suonarla tutta in una sola nota di un istante, e ho detto addio alla gioia, incatenandola, quando ti ho chiesto di entrare qui. Non è pazzia, fratello. Geometria. È un lavoro di cesello. Ho disarmato l’infelicità. Ho sfilato via la mia vita dai miei desideri.”

(Novecento – A. Baricco)

Milano Fashion Who?

PecoreMilano Fashion Week, in altre parole una settimana di eventi, sfilate, feste che animano la città, riempiendola dal tramonto all’alba, e dall’alba al tramonto, di eventi prestigiosi e gente che si crede ancora più prestigiosa, pronta a tutto pur di far registrare la propria partecipazione alla vita che qualcuno una volta definì, non si sa bene perché, mondana.
Personalmente, trovo che non sia altro che l’equivalente in chiave fighetta e pettinata dell’infausto fuori salone che ogni anno svuota le comunità di recupero e libera un’armata di disadattati radical chic a scatto fisso per le vie del capoluogo meneghino alla ricerca del progetto d’asse del cesso più ardimentoso. Qui però non siamo alle prese col popolo dei sanitari in astratto, in questo caso il centro è sotto l’assedio impettito e patinato della generazione dell’aperitivo facile, dell’ora felice, dell’abito che fa il monaco e del monaco che, poiché si era stufato del suo mestiere, si è messo a fare gli abiti e da allora, dire che non è più stato molto monaco, è meno di un eufemismo.
Orde di donne che si svestono di ridicolo – e fin qui potremmo anche apprezzare se alcune, non particolarmente predisposte, non si coprissero solo con attillati nastri trasparenti a ricordare agghiaccianti bomboniere – ma, ingestibile è il plotone di uomini impinguinati dentro e fuori, omnisessuali – questo neologismo se non esisteva da oggi lo brevetto – pronti a prostituzioni tanto fisiche, quanto intellettuali, per imbottirsi di tartine e sgomitare fino all’ultimo free drink. La parola d’ordine è apparire, essere o non essere non è più l’eterno dilemma – figuriamoci poi cosa sai fare, quello non è neppure in scaletta – conta solo come gli altri ti vedono o al massimo cosa vedono – magari scritto sul tuo biglietto da vista a serramanico – lumandoti dalla punta delle scarpe, fino al ciuffo accuratamente schiavizzato a sembrare il più ribelle e il più ripido possibile. Già, perché questa gente non conosce salite e discese, non sa veramente cosa sia la pendenza; usa gel, botulino, push up e camicie attillate per ingannare la gravità. Niente di male in fondo, è dalla notte dei tempi che l’uomo si batte contro questa forza che lo rende così pesante. Artisti immensi, tuttavia, nei secoli passati hanno combattuto immaginando e costruendo aerei, ascensori, bicilette, quelli che oggi sono qui a celebrarsi tali invece, sono solo abili illusionisti che vivono di maschere e come maschere alla fine sono condannati a vivere. D’altronde, si sa, il tempo passa per tutti, ma accelera solo per chi ne ha disgraziatamente paura.
Noi osserviamo il tragicomico carrozzone, aspettando che transiti, con malinconia e pacata insofferenza, desiderosi che al più presto porti via con se il suo fumo dolciastro, per lasciarci in pace con la nostra solita nebbia, i suoi chiassosi flash, per lasciarci in silenzio con i nostri pallidi lampioni, placando il suo traffico vorticoso, per lasciarci in pace con la nostra solita schizofrenia, perché possiamo mal digerire i pigri incurabili, ma non accettiamo chi sistematicamente evita sole e pioggia, perché, qualche goccia d’acqua o la luce sbagliata, teme possa portargli via tutto ciò che ha, o meglio tutto ciò che è, cioè pura e solubile apparenza.

Test Attitudinale Pre Gara

Dovete solo scegliere la definizione che vi sembra più corretta per le prossime tre parole e leggere il profilo corrispettivo al punteggio totalizzato:

SUCAI

A. Caramella alla liquirizia coperta di zucchero, meravigliosa per il palato, ma letale per denti e otturazioni.
B. Quello ho fatto l’ultima volta che mi sono presentato a una gara senza essermi adeguatamente allenato.

SUCO

A. Condimento utilizzato per pasta o altre pietanze e composto di uno o molteplici ingredienti.
B. Quello che faccio ogni volta che mi presento a una gara senza essermi adeguatamente allenato.

SUCHERO’

A. Strato superficiale di piante legnose, lacerato durante la fase di accrescimento e utilizzato per la leggerezza e le ottime proprietà d’isolamento.
B. Quello che farò ogni volta che mi presenterò a una gara senza essermi adeguatamente allenato.

Risposta A: Punteggio 0
Risposta B: Punteggio 1

PROFILI

3 Punti

Conan

L’unica cosa che vedi positiva in una gara andata male è il sangue, tuo e altrui, che farai scorrere all’appuntamento successivo per lavarne via l’onta. Gareggi perché non puoi farne a meno, odi arrivare dietro, e odi ancora di più chi non odia arrivare dietro. Se al traguardo non senti dolore ovunque, succede o perché sei morto o perché non sei neppure partito e la gara deve essere stata annullata per un’imminente apocalisse – altrimenti saresti incazzato come un puma in un ristorante vegano. Non sei imbattibile, e lo sai, ma se incontri qualcuno che dice di esserlo, per vedere se è vero, muori piuttosto che fartelo arrivare davanti.

Da 1 a 2 Punti

Yogy

Sei il perfetto tapascio da dopo lavoro. Gareggi perché è piacevole, perché un po’ di moto fa sempre bene alla salute e s’incontrano un sacco di persone simpatiche. Credi che l’importante sia partecipare, per la serie oggi a te, domani a me, dopodomani forse a tutti e due; oppure vivi e lascia vivere e comunque l’importante è che vissero tutti felici e contenti. Ti piace arrivare in fondo e superare il traguardo solo perché dopo sono tutti allegri, tutti scherzano tra loro e vanno al pasta party insieme a festeggiare.

0 Punti

Cicciolina

Quando distribuivano i maroni, tu eri all’IKEA a scegliere il corredo di posate con la tua ex fidanzata. Non cammini a quattro zampe solo per non rovinare i pantaloni tarocchi firmati, anche se ti faciliterebbe notevolmente lo svolgimento delle tue incombenze quotidiane. Ti hanno dato l’abilitazione agonistica solo perché alla prova di spirometria e stracciato tutti i record. Gareggi perché non hai trovato un tutù della tua misura e quindi non potevi partecipare al saggio di danza di fine anno. Oltre il traguardo ad aspettarti ci sono solo esercizi di stretching degni di un provino di Tinto Brass.