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Gira La Ruota

Hamster-weight-Lifting-hamsters-29682128-450-307Può un giorno da aquila risollevare un’intera vita da criceto? Può la breve sensazione di poter guardare tutto, e forse tutti, dall’alto di un cielo orgoglioso soffiar via infinite e innumerevoli ore passate a inseguire un orizzonte inesistente che traballa lungo una linea sommersa, oppure sbiadisce sul grigio ruvido che solletica strade e sentieri indistinguibili? A volte me lo chiedo, ma poi lascio stare, perché tanto ognuno ha la sua ruota da far girare e tutti sanno che è lì che gira, tutti, ma proprio tutti, tranne il roditore che la fa girare, perché per lui quel folle affannarsi è solo aria che profuma di libertà e la sensazione che prima a poi la ruota si staccherà, avanzerà e lo porterà lontano. Milano e il triathlon. Binomio complicato ma non impossibile, tanto che basta trovare una pozza d’acqua abbastanza grande, presidiare un reticolo di strade che si incrocino e non si scontrino e poi trovare un gruppo di randagi, abbastanza folli che, una volta esplorati entrambi i luoghi, abbiano anche voglia di correre un po’ in giro. L’idroscalo non è Stintino, questo si sa, se poi spacchi la muta dieci minuti prima della partenza, le alghe sul fondo ti sembrano ancora più viscide e vicine. Eppure, per l’ennesima volta un braccio segue l’altro e neanche te ne accorgi che il tuo problema diventano improvvisamente marciapiedi e rotonde da cui scampare. Il Multilap in bici sembra sempre non finire mai, soprattutto se mendichi di attaccarti ai gruppi che sfilano via come treni fuori servizio. Poi però la zona cambio riapre le porte e dieci chilometri in piano diventano una distanza in cui azzardare anche una sorridente e felice progressione. Recco e la triplice invece sono una scommessa già vinta. Il mare non è la cosa più balneabile di questa terra, ma con le onde come sempre prima ci litighi, poi ti chiarisci e alla fine andate insieme alla caccia della riva. In bici si sale senza sconti, senza il classico “tieni duro adesso, perché dopo molla” perché quando il dopo arriva, ci pensano vorticosi muretti a non lasciarti rifiatare e a mantenerti vigile sulla traiettoria da seguire. Torni in zona cambio e la situazione è in teoria la stessa della city, dieci chilometri a poter consumare tutto quel che ti è rimasto dentro. Qui però la progressione è sconsigliata perché tre giri devi fare, tre volte la malefica Aurelia devi imboccare e neppure la spiaggia che si staglia sbilenca sembra essere adatta ad una partita di bocce. Poi, neanche troppo inaspettata sì aggiunge subito la quarta disciplina che trasforma la gara in un Quadrithlon: trattasi del sudare. Non è una scelta, non è una conseguenza, sotto un sole che cauterizza le carni di chi incontra, il caldo è come una nuova frazione da percorrere, una gara nella gara, dove il sudore che gocciola sostituisce il tempo nella misurazione implacabile del risultato. Non sono cose sane, non lo saranno mai, e mentre le fai non sono neppure cose da sbellicarsi dalle risate, ma sei tu, l’orizzonte e una ruota da far girare; il resto sta a te. Se poi ci sono sbarre o un vetro in mezzo, sinceramente, in questa vita non lo voglio sapere.

Ora in ritardo, peggio di un regionale il lunedì mattina, ecco le immancabili pagge.

Triathlon di Milano: Fil – Voto 7

Il RiBelle che approccia le gare della triplice con la filosofia di un autolavaggio, causa cielo terso che questa volta regala estate piena, si convince ad abbandonare gli shooting per Poltrone e Sofà e a schierarsi ai Main Event dell’idroscalo. Paga sulla frazione a nuoto perché senza il Castello di Silvio come punto di riferimento, in acque libere, non riesce ad orientarsi con sicurezza, recupera però in bici grazie ad una sospettata conoscenza delle zone più imboscate e limitrofe all’aeroporto di Linate, infine durante la corsa tenta l’allungo decisivo, ma si distrae quando vede un cartello con su scritto Circolo Remiero e pensa ci sia scritto Circolo Remigi e si commuove, perdendo così preziosi secondi. Nome di Battaglia: Fil Wash.

Triathlon di Recco: SuperMario – Voto 6

Il ligure che di ligure ha solo l’attaccatura dei capelli, alla gara di casa non può mai mancare, anche perché se non si schiera lui, la gara la devono annullare e la sostituiscono con una tombolata aperta a tutti e con in palio i sassi più belli trovati sulla spiaggia il giorno prima. La tensione che si respira è già palpabile fin dalla mattina, tanto che l’organizzazione corre ai ripari e ritira tutti i cessi chimici per paura di compromettere definitivamente l’intera stagione turistica. SuperMario però non si scompone, paga un caffè, approfitta di un baracchino che sarà poi smontato e spedito in blocco a Fukushima e va alla partenza. Come spesso gli capita le sue doti da nuotatore non risaltano durante la medesima frazione, anche perché passa i primi dieci minuti di gara a schizzare volontariamente gli altri partecipanti, memore delle bigiate fatte in gioventù. In bici conduce invece una frazione regolare, anche se sua velocità di ascesa ricorda molto quella di una poltroncina montascale con a bordo il passeggero. In corsa prova a recuperare, ma a quel punto la temperatura ricorda quella di Marte in pieno giorno e Studio Aperto assicura la morte celebrale per tutti coloro che si trovino in giro a quell’ora. Nome di Battaglia: Hot Dog.

Milanesi da Correre

IMG-20170319-WA0010A Milano c’è tanta gente che ama correre, e questa non è una novità. A Milano però c’è anche tanta gente che ama correre, ma, per una volta, non per andare per forza da qualche parte, non per inseguire l’ennesimo appuntamento, o meeting, o incontro con l’effimero ceppo dorato che tutti noi desideriamo così ardentemente metterci al collo. È un fiume colorato di gente che si crea e scorre incontenibile attraverso le maglie di quella fitta rete, fatta di scadenze, bollette, budget e titoli altisonanti che ci tiene ormai legati tutti, come una ragnatela dove i ragni si sono da tempo estinti e sono rimasti solamente inconsapevoli insetti prigionieri. La verità è che siamo diventati predatori di noi stessi. Sulle sponde, si scrutano due gare così vicine e allo stesso tempo così distanti. Il Trofeo Sempione è una garetta d’altri tempi. Piccola nella distanza e nei numeri, nelle aspettative e nelle pretese, eppure riesce a sfiorarti dentro. Forse perché con dieci chilometri parti subito col cuore in gola, forse perché corri in casa e anche se non ti perdi nelle novità del percorso, ogni passo ritrova la pace di orme famigliari. O forse bastano cose ancora più semplici, come rapidità e cortesia al ritiro pettorali, due giri tremanti dentro un tempio dell’atletica leggera, oppure ancora di più una distesa di fette di pane tostato e marmellata pennellate una ad una ad aspettarti dopo la linea di arrivo, che ti chiedi quanta pazienza e passione abbiano mai richiesto per metterle tutte in fila. Non so dirlo con certezza, fatto sta che quando finisci ti viene semplicemente voglia di corsa, pura e semplice, che sia solo qualche sgambata per stare bene con se stessi, oppure inseguire una qualche forma di follia agonistica, ti viene voglia di allacciarti le scarpe per provarci. Da lontano la Stramilano osserva tutto questo. Gara storica, mitica, complessa e irrinunciabile. Lasciamo stare la dieci chilometri. Ormai è solo una passeggiata, anche se alcuni ancora non se ne capacitano, ma illudersi di correrla è come immaginare di camminare sotto la pioggia senza bagnarsi. Ci si può coprire, ma non si possono schivare le gocce. Parliamo della Mezza Maratona invece, anche se, prima di tutto, non la chiamerei più mezza maratona ma gara di circa 22 km, visto che la distanza è stata evidentemente misurata col conta passi. Il percorso, soprattutto per un Milanese, è sempre delicato, veloce e scorrevole, poche curve, lunghi e famigliari rettilinei, dove prendere ritmo e flirtare coi propri limiti. Quest’anno più grida d’incitamento che nervose strombazzate, piccola prova che forse, anche se il destino della civiltà è ormai segnato, si può trovare in giro qualche sacca di cortesia dove invecchiare senza venire soffocati. L’organizzazione è la solita confusione disinteressata di chi, ormai abituato all’assenza di concorrenza diretta, predispone una distratta celebrazione dello sport; gabbie di partenza date a caso, ritiro pettorali stile africa nera, ristoro finale polverizzato dai cinquantamila che evidentemente vedono la loro cammi-nata come andare ad un banchetto e non, invece, come puntare ad un traguardo. Piccole cose ma, in un mondo dove vittoria e sconfitta sono separate da un centimetro o da un secondo, fanno la differenza, perché, si sa, il Dio dello Sport si nasconde nei dettagli.
Finito l’angolo del censore, adesso, come sempre, si spagella.

Leo – Voto 7

L’attuale dominatore della classifica RiBelle disdegna la dieci chilometri del Sempione per acchiappare il podio alla prestigiosa Scarpetta d’Oro di Vigevano, gara che unisce il talento del podista a quello del rastrellatore di sugo per la pasta. Alla Stramilano si presenta invece lievemente acciaccato, anche se il sospetto che la fisioterapista, notoriamente a libro paga Mazzotta, gli abbia consigliato proditoriamente di non forzare, è più che fondato. Corre così ad andatura di crociera da tapascio della domenica, tanto che comincia a sudare solo verso il diciassettesimo chilometro, quando il Mazzotta, che lo segue come un’ombra, gli confessa di aver iniziato una dieta a base di legumi. Nome di battaglia: Chaperon.

Fil – Voto 7,5

Dopo mesi di metodica preparazione e tabelle di allenamento direttamente contrabbandate dal programma della Nasa che mira a spedire il primo uomo su Marte, con imbarcazione a remi, Filippo si presenta all’appuntamento col personale, tirato a lucido come un Mottarello sul set di un film porno. I giorni precedenti alla gara traboccano di pretattica, tanto che il Mazzotta lancia appelli disperati per trovare una lepre, richiamo che non viene raccolto da nessun podista, ma dai cacciatori della Bergamasca che sterminano tutti i mammiferi con le orecchie lunghe della Lombardia mettendo a repentaglio la sopravvivenza della specie nell’intero Nord Italia. In gara s’incolla così alla “svernicia” di Leo, fino al traguardo, dove passa facendo registrare esattamente lo stresso tempo al centesimo di secondo e facendo quindi sospettare che sia arrivato semplicemente in spalla. Nome di Battaglia: Buffalo Fil.

SuperMario – Voto 7/8

Il RiBelle col differenziale più efficiente tra culo e terreno, tanto che per la sua falcata inconfondibile SuperMario nell’ambiente è soprannominato il Pellegrino, accetta la sfida della Stramilano per stampare un tempo sul cronometro che vira deciso verso l’equatore. Prima però si scalda al Trofeo Sempione dove, correndo sotto lo pseudonimo di una mitologica divinità filippina, nota come Odul, vince la classifica non competitiva e dà vita a un nuova leggenda metropolitana destinata a perdurare in eterno tra i cespugli del parco. La sua strategia di gara per la mezza invece prevede di incollarsi ai palloncini del pacemaker dell’ora e trenta per poi fulminarli sul rettilineo di arrivo in uno scoppio di giubilo. Purtroppo il fulmine arriva un po’ prima del previsto, così è costretto a rimandare l’appuntamento col destino e limitarsi al solito con l’intestino. Nome di Battaglia: Loki.

Giuliacci – Voto 7,5

Il colonello dell’aeronautica che tutte le forze armate del mondo ci inviano per la sua capacità di capire, adattarsi e addirittura influire positivamente sulle condizioni atmosferiche avverse – basta pensare quando apre la finestra del bagno che ha appena usato – viene a correre la Stramilano per confermare il suo classico 1 e 35. L’1 e 35 del colonnello è più certo della morte, delle tasse e dei grammi di riso nella fondina che il Davidone ordina a pranzo al ristorante. E alla fine riesce ancora una volta a raggiungere l’obiettivo e a confermare la sua naturale regolarità, anche se i vili organizzatori allungano il percorso di circa quattrocento metri per farlo sbagliare; invece il Colonnello c’è, tara la falcata e stampa il suo tempo a referto con la precisione di un monaco benedettino. Nome di Battaglia: Bifidus.

Cif – Voto 7

Il RiBelle che non ha paura di niente, neppure delle incrostazioni più difficili, torna alla competizioni dopo una latitanza degna dei più sfuggenti boss della Mala. Ragazzo abituato ai pascoli e ai grandi spazi aperti di Inveruno City soffre un po’ il caotico percorso cittadino, tuttavia riesce a sfoggiare una prestazione di livello. Parte nel gruppo di testa sulle caviglie dei Keniani in pieno stile RiBelle poi il fatto che in piazza della Repubblica scambi il mega poster di Belen per l’Assunzione della Beata Vergine gli consiglia di ritarare il passo. Arriva comunque in tempi più che dignitosi, pronto per nuove battaglie per un mondo più pulito. Nome di Battaglia: Mastro Cif

Frada – Voto 6,5

Ritornato a una forma atletica per cui non gli chiedono più a che mese è, il Frada decide di fare doppietta di gare ed con essa incetta di punti RiBelli. Parte dal Trofeo Sempione dove tenta il colpaccio del secondo posto dietro all’irraggiungibile Supermario, ma rimane imbottigliato nelle retrovie, dove, privo di sciabola, deve arrendersi a chi il parco non lo frequenta ancora con borsa frigo e passeggino. Alla Stramilano invece parte umile ma col chiaro obiettivo di risalire la corrente. La cosa funziona nei primi dieci chilometri, poi la temperatura che supera i venti gradi, unita alla doppia termica e lupetto che indossa, gli crea dei problemi di disidratazione, con conseguenti crampi e ricerca di un open bar che però non sembra essere disponibile. Arriva così in fondo, stringendo i denti, ma oltre il muro delle due ore, quando sua moglie ha già contattato disperata C’È Posta per Te per andare a ritrovarlo. Nome di Battaglia: Cramper.

Cisco – Voto 6

Dopo la prestazione alla Stramilano dell’anno scorso, gli organizzatori hanno messo una targa commemorativa sulla scala di metallo che si utilizza per abbandonare la zona di gara con scritto semplicemente “Sempionshima, per non dimenticare….”ma, ciò nonostante, Cisco quest’anno non riesce a presentarsi alla partenza, causa uno degli avvenimenti più importanti, per non dire fondamentali, che tocca la vita di un uomo sposato, al pari del matrimonio e della nascita del tuo primo genito; sto parlando della Laurea infrasettimanale della sorella di tua moglie, evento che, si sa, non lascia spazio di trattativa o mediazione. Ale deve così accontentarsi di racimolare punti solo al Trofeo Sempione, dove però per autopunirsi decide ci correre più di venti chilometri in solitaria prima della partenza, distanza che leggermente influisce sulla sua capacità di sprintare durante la gara. Arriverà quindi in fondo in stato confusionale con, in mano, un mazzo di rose, già pronto a festeggiare la proclamazione. Nome di Battaglia: Tafazzi.

Giampi – Voto 7

Sorprendendo un po’ l’intero popolo Ribelle, per non parlare degli addetti ai lavori, che, infatti, lasciano incustoditi i loro cantieri, provocando parecchi disagi, per venire a vedere se è vero, torna alle competizioni il RiBelle che quando afferma “è giunta l’ora di darci un taglio” di solito fa primo assoluto. Senza allineamento, senza pettorale e, probabilmente senza aver avvertito la moglie, si presenta così in una gabbia di partenza della Stramilano, pronto a irridere quei podisti che credono ancora alla favoletta che più ti alleni più corri forte. Giampi è meno preparato di un Grillino in parlamento, eppure regala una prestazione più che dignitosa, macchiata solo dal fatto che alla fine entra all’Arena Civica da una porta di servizio, affermando di essere l’amministratore dello stabile, cosa che tra l’atro potrebbe pure essere vera. Nome di Battaglia: Parmareggio.

Fiume In Pena

event_183671502Sapete, a volte scrivere è esattamente come correre sotto la pioggia. All’inizio manca proprio la voglia, quella scintilla che inneschi il fuoco che ti permette poi di lasciar scorrere i pensieri in parole, frasi, e le gambe in passi, orme che ti portano a cullare la fantasia, a giostrare con la fatica, mentre il freddo scorrere dell’acqua sulla pelle fa già da spettatore. Quanto grigio intorno a noi. La strada si confonde con il cielo, il cielo con il mare, tutto è mischiato, tutto è bagnato in una caotica inversione di ruoli, dove s’incontra la stanchezza ancora prima di andarsela a cercare. Se non fosse “la classica”, sarebbe da riaprire gli ombrelli e tornarsene a casa. Ci infiliamo, come sempre da un pertugio di lato, nel fiume di acrilico diligentemente incolonnato. Fa molto Italiano, ma fa anche molto RiBelle. Ci sentiamo quindi autorizzati. Così partiamo avanti, molto avanti, forse troppo avanti, perché già nei primi metri la questione risulta subito prendere ritmo prima che, il suddetto ritmo, prenda noi. Scende pioggia fitta, fine, ma implacabile. Il tempo concesso dal clima fa schifo, quello accordato dal cronometro invece è accettabile. Il percorso lo affrontiamo come il corridoio di casa nostra, quello che conduce alla porta d’ingresso, passi che percorri ogni giorno sempre senza pensare a dove sei, ma solo a dove stai andando. Al primo passaggio a Portofino siamo bagnati, ma al ritorno a Santa siamo ormai nuvole colorate. Il carico di pioggia si fa sentire, porta peso all’insaziabile gravità, mentre canta ai muscoli una gelida ninna nanna. Il secondo giro risuona di un feroce ticchettio. Mi chiedo solo se sia la pioggia che ormai cola come una doccia a cielo inguaribilmente coperto, oppure è il solito timer verso la detonazione. Il saggio dice che se non sei mai detonato, non hai mai corso, ma se non sei mai riuscito a non detonare, forse non avresti mai dovuto iniziare a correre. Per fortuna l’unico saggio in cui mi sono imbattuto in vita mia è stato quello di flauto, alle elementari. Eppure i chilometri passano sempre più lenti, i secondi sempre più veloci. Il ritmo cala come sul finire di una canzone incisa su qualche vecchio supporto, ed ecco che comincio ad armeggiare con i fili per evitare di saltare per aria. Non succede, ma devo rallentare, perché quella storia che basta che parti e poi ti scaldi, oggi mi sa che non funziona. A Paraggi ormai oscillo con la stessa escursione con cui avanzo. La strada è il letto di un fiume, manco tanto asciutto, e lo stiamo lentamente risalendo, tra un guado e l’altro, tra sospiro e una pernacchia. Il traguardo dura la frazione di un secondo, perché tiro dritto con gelida non curanza, anzi aumento il passo e mi fermo solo quando vedo una porta tiepida che si apre, un asciugamano enorme che mi viene incontro e un pensiero che profuma di libertà e vaniglia.
Ora, certe come la coda a Cormano e il cattivo umore il lunedì mattina, le imprescindibili pagelle.

Leo – Voto 8

Il RiBelle con il passo da coniglietto della Duracell indemoniato parte nella pancia del gruppo a ritmo da podista della domenica. I primi cinquecento metri, mentre alcuni intorno a lui sono già al gancio nel tentativo di non perdere posizioni, trotterella cantando la sigla di “Pollon Combina Guai”. Poi si accorge che a quel ritmo si sta bagnando e non riesce, come al solito, a passare sotto le gocce di pioggia prima che arrivino a terra, quindi scala due marce, risale il gruppo come Pantani su Galibier e si invola verso le posizioni che contano, tra le facce stranite degli altri runners che pensano: “Ma da dove cazzo arriva questo? C’aveva la sveglia ancora settata sul Marocco?” Alla fine però non rilascia tutti i cavalli a disposizione, ma controlla la prestazione per evitare di annichilire all’esordio gli altri RiBelli che però già stanno pensando a possibili contromisure. Leo, occhio a lasciare incustodita la borraccia nel pre gara. Nome di Battaglia: Leo C’è.

Fil – Voto 7,5

Il figlio che Santa Margherita avrebbe avuto, se non fosse stata Santa, ma solo, come cantava Coc-ciante, Margherita, si presenta alla gara di casa pronto come un nerd il primo giorno di scuola. La sua tattica di corsa è semplice: partire forte, andare forte, finire forte. Sa che Memo è lì a guar-darlo e Piersilvio cercherà di emularlo, quindi non vuole sfigurare. Dopo un chilometro la sua “svernicia” di ordinanza è quindi già risucchiata dalla testa del gruppo, dove macina chilometri con la stessa foga con cui Banderas macina frumento per le sue fette biscottate. Cede leggermente nella seconda metà del percorso, dove SuperMario, in versione fedaino delle grandi occasioni, cerca di impallinarlo. Tiene però alla grande e mette a segno lo sprint vincente, complice anche il fatto che il Vernazza, l’ultima volta che ha sprintato in riviera, hanno cacciato e incriminato il Sindaco di Genova per disastro colposo in seguito a catastrofici eventi naturali, e quindi si deve essere messo una mano sulla coscienza. Nome di Battaglia: Filibustiere.

SuperMario – Voto 7

L’uomo che ha fatto ormai della tattica per gara, un’arma di distruzione di massa, tanto che in Nord Corea, fare il Vernazza, è un codice per notificare che si stanno testando missili nucleari e lungo raggio, scende in terra di pagelli e belini, addirittura lasciando trapelare dei dubbi sulla sua effettiva partecipazione alla gara. La conseguenza è che sette Keniani degli otto previsti non si presentano dicendo di non essere sufficientemente motivati. Per la cronaca, l’ottavo vincerà con circa un quarto d’ora, due massaggi e una seduta di Tecar, di vantaggio sul secondo. Comunque, alla fine, SuperMario decide di partire, spinto dal romanticismo di una sgambata in compagnia. Romanticismo che non arriva a superare il Caffè del Porto, quando la fuga di Filippo viene vista come una violazione di proprietà privata, oppure sanno entrami che a Paraggi c’è un solo cesso disponibile, non è dato saperlo, fatto sta che rompe gli indugi e si getta all’inseguimento. Bracca il Mazzotta quasi tutta la gara e una volta agganciato cerca di stroncarlo col suo famoso “paso doble”, nel senso che, se provi a stare con lui, dopo un po’ ci vedi “doble”. Alla fine tenta di beffarlo al fotofinish, ma Fil grazie al naso più pronunciato ha la meglio. Nome di Battaglia: Matador.

Colonnello Giuliacci – Voto 6,5

L’ufficiale che prevede la pioggia, quando piove, e non la prevede, quando non piove, sale a bordo del peschereccio RiBelle con una condizione atletica misteriosa. Alcuni dicono che non corra più dal giorno di Natale, quando è corso al Supermercato a comprare le gallette di mais che erano finite, altri invece affermano che non c’è mattina in cui non macini moltitudini di chilometri lungo le sponde del naviglio, tanto che ormai le pantegane gli fanno “ciao” e stanno anche pensando di realizzare una serie animata sulla sua vita, intitolata, secondo indiscrezioni: “E’ Quasi magia Giulio” oppure “Il Grande Giuliacci”. I primi chilometri di gara però, chiariscono subito la situazione, perché il Colonnello prende immediatamente la scia a Supermario e non lo molla più, come il peggiore dei ciclononni. Solo nel secondo ritorno da Portofino viene staccato, quando le proibitive condizioni atmosferiche azzerano completamente la visibilità sulle lenti dei suoi occhiali, tanto che addirittura esce dal percorso di gara e fa tre piani del Castello di Silvio prima di accorgersi di dove si trova ma solo perché, fermatosi a chiedere indicazioni ad una figura sconosciuta, domanda annebbiato: “Ho sbagliato strada?” E quella gli risponde: “Verissimo.” Nome di battaglia: Tiresia.

Frada – Voto 8

L’atleta che ha riscritto le regole dell’abbigliamento da gara podistica, andando a cogliere best practices ed esempi di altre discipline e attività sportive, in particolare le gare in slitta con i cani e le camminate oltre il circolo polare artico, si presenta alla classica, pronto a stupire. Abituato all’equipaggiamento da campo base, non teme certo la tiepida pioggia costiera, ma quando si ac-corge di aver dimenticato a casa la cerata e di dover correre solo in piumino e dopo sci, un po’ va nel panico. La sua prestazione è tuttavia assolutamente memorabile. Parte infatti a ritmo medio, resta coperto, tanto per cambiare, ai giri di boa per non lasciar comprendere la sua reale posizione a chi lo precede, e tenta poi la zampata finale, negli ultimi chilometri, dove solo lo scaricamento dello scalda biberon, che tiene nei pantaloni – non chiedete perché – gli impedisce di assetare il colpo vincente. Nome di Battaglia: Colmar.

Ad Maiorca

img-20160922-wa0002Si può vedere la fine? La fine? Perché in questa gara c’è tutto, proprio tutto, ma non una fine. E anche se sotto di me non c’è una nave cosparsa di dinamite e pronta ad esplodere, anche se sotto di me sento solo sudore e sabbia umida che scricchiola arrendevole, ho come l’impressione di non farcela comunque a scendere, a sbarcare, perché la terra, dovunque essa sia, alla fine è una donna che ormai ha scelto un’altra persona con cui passare la vita, è un viaggio che dovrei fare da solo, senza amici, è un profumo saturo di artifizi, una musica che posso a stento mimare. Eppure tutto comincia sempre con quell’interminabile brivido di paura e tensione, subito riscaldato dal tiepido pensiero che balbetta: non vedo l’ora che sia finita. Quindi deve esserci una fine, da qualche parte! Deve esserci! Sarà nascosta dietro le lancette di un orologio che fa finta di niente. Così la cerco con lo sguardo, sta maledetta fine, la cerco e la ricerco, ma non la trovo, anche se adesso sul quadrante, ore, minuti e addirittura secondi posso vederli scorrere fin troppo chiaramente. Scruto i numeri attentamente, ma niente, ci sono solo le cifre che segnano l’ennesimo muro che non sono riuscito ad abbattere. Che poi, mi sono sempre chiesto, chi le costruirà tutte queste mura? Non mi serve trovare una risposta, ho ancora le mani sporche di malta e cemento. Non cambia nulla però, ormai lo so bene, perché per ogni muro che abbatto, me ne trovo davanti subito un altro; ancora più alto, ancora più spaventoso e adesso sono così stanco che mi ferisce anche solo il pensiero di accarezzarlo. Eppure l’alba di un giorno così è sempre una strana carezza. Il suo tocco è un freddo abbraccio delicato e, anche se l’orizzonte lampeggia minacce inesorabili, come un lampione guasto, il sole si affaccia continuamente per darci coraggio. Le prime bracciate cercano l’acqua come volessero salutarla. Mi bastano pochi metri per capire che però ormai la conosco e, anche se non andremo mai completamente d’accordo, un po’ ci vogliamo bene. Le boe appaiono piccole costruzioni sullo sfondo, poi crescono e diventano enormi castelli nemici da conquistare a qualsiasi costo, ma che poi ci lasciamo immediatamente alle spalle con la soddisfazione di un manipolo di soldati di ventura. La corrente litiga con la traiettoria da tenere, ma io faccio in modo di ascoltare entrambe e non percorro un metro più del necessario. Il passaggio sulla riva serve solo a farmi capire se ha già iniziato a piovere. Non ancora, quindi riparto a nuotare tranquillo. Il secondo anello sembra più corto, o almeno dovrebbe essere più corto, eppure le fortificazioni ostili nascono sempre più lontane e ca-dono sempre più faticosamente. Quando riconquisto definitivamente la spiaggia, tuttavia mi ac-corgo di non aver espugnato ancora nulla, anche se comincio già a sentirmi un pochino più vicino alla vittoria, su chi o che cosa però, ancora non lo so. La prima transizione è la solita lunga sequenza di confuse operazioni, che ormai conosco a memoria e tuttavia non riesco mai a fare nell’ordine stabilito o almeno in quello della volta precedente. Si parte a pedalare. Nei primi chilometri la strada è veloce, la pendenza c’è, ma si nasconde talmente bene che non mi accorgo di incontrarla. Il percorso è ampio, morbido, l’asfalto sfiora le gomme quel tanto che basta per lanciarmi in avanti. Spunta un sole deciso e sullo sfondo il mare che si mischia alle montagne tiene lontana la sensazione di fatica. Non sono solo e mi sento bene, oppure non sono solo e questo mi fa sentire bene, chissenefrega l’importante è il risultato. Quando ripasso dalla zona cambio, il tempo comincia a guastarsi, i venti, fino ad allora poco più che un sospiro, ricominciano a soffiare, un po’ contro e un po’ di traverso, comunque ora li percepisco chiaramente, ma funziona così, il vento è come la fortuna, ti accorgi della sua presenza solo quando te la trovi indiscutibilmente contro. A tre quarti della frazione ciclistica attacchiamo la salita. Non è uno strappo, non è una rampa, la strada invece comincia a salire e prima che finisca, faccio a tempo a dimenticarmi di com’era pedalare in pianura. Il cielo spazza via il giorno e porta la notte. Comincia a piovere, ma non è che piove solamente, mi trovo sotto una cascata che l’orizzonte mi riversa addosso senza alcuna compassione. Dio non ama i triatleti, soprattutto quelli superbi che si credono di ferro. Vediamo se sono anche inossidabili, penserà lui da lassù. In strada non ci sono pozzanghere, ma onde, e in vetta la situazione si complica, perché la strada smette di arrampicarsi e il carbonio brama una velocità che non gli posso concedere. Dietro una valle però, il rubinetto celeste si chiude e quando iniziamo a discendere senza più esitazioni, esce anche qualche raggio di un sole che non spunta da dietro le nuvole, ma sorge come l’alba di un nuovo giorno. Dio non ama i triatleti, però evidentemente li rispetta. Ritornato a valle, il percorso si arrotola su se stesso, fino agli ultimi venti chilometri, dove s’incunea in un infinito bastone, dritto come un pino secolare. La pioggia torna a massaggiare l’asfalto, prima dolcemente poi sempre più forte; negli ultimi dieci chilometri le carezze si sono tramutate in schiaffi. Dio non ama i triatleti e anche se li rispetta, a volte, ha avuto pure lui una giornataccia. L’ingresso in T2 è un naufragio senza vittime, ma solo qualche sospiro di sollievo e scene di moderato giubilo. In seconda transizione cerco di scongelare alcuni arti che mi servirebbero per proseguire. Mi concentro su piedi e caviglie, così quando parto a correre il resto del corpo fa ancora concorrenza a quelle mummie che ogni tanto spuntano fuori dai ghiacci millenari. Ci vuole più di mezz’ora prima che il cuore ritorni in controllo della situazione e ricominci a distribuire il sangue in modo più equanime. Il primo giro mi dico di correre piano e le gambe sembrano essere molto d’accordo con me. Il secondo giro penso di aumentare l’andatura e le gambe allora si riuniscono in concilio per pensarci. Il terzo giro mi fanno gentilmente sapere che la proposta è bocciata e che anzi l’inesorabile clessidra che cola verso la detonazione è quasi esaurita. Il quarto giro ci facciamo quindi coraggio a vicenda fino a quando, dietro l’ultima curva, drammaticamente scopriamo che, di giro, ne esiste anche un quinto. L’ultimo passaggio è quindi una lenta, soffocata melodia, arrancando verso il traguardo, dove solo le ultime centinaia di metri mi sono dolci, quando, come cantava il Faber, “la sera ed il buio mi tolgono il dolore dagli occhi” e guardo il sole, ormai poco più di un bagliore, domandandomi se è vero che sta scivolando via “a violentare altre notti”, oppure è semplicemente stanco ed il mare è la sua coperta. Allora finalmente penso di vederla, la fine. È un arco luminoso e chiassoso che scandisce il mio nome. L’accento è sbagliato, ma lascio correre. Pochi passi, ecco che la tocco, cerco di afferrala, ma niente, cado pesante dall’altra parte. Mi volto indietro e non c’è più. Eppure era lì, ne sono sicuro, c’era una fine, l’ho anche sfiorata. Solo che era solo una linea, un secondo in bilico tra il prima e il dopo, un alito di aria pura che ti entra nel naso ma che dura solo il tempo di un sospiro. Brutta storia. Ma allora è una fregatura? Cioè, se non puoi acchiapparla, se non puoi trattenerla, allora cosa serve arrivare alla fine. La riposta è lì, nel sospiro successivo, serve a continuare a respirare.

SuperMario – Voto 9

Il RiBelle che, se prima di un allenamento o di una gara dichiara oggi “fullgas”, la protezione civile allora dirama subito l’allerta calamità e i sindaci dei comuni interessati richiedono lo stato di emergenza preventivo, torna sul luogo del delitto non per ricordare la lontana esecuzione dell’uomo di ferro, ma per compiere una vera e propria strage, assolutamente premeditata. A sto giro è motivato come un cannibale in una spiaggia per nudisti e già due giorni prima della gara si chiude in un profondo stato di concentrazione interiore dal quale esce solamente per dare fugaci riposte al suono di vibrazioni che hanno l’aria di provenire veramente dal profondo. In gara parte come sempre con una frazione nuoto in cui esplora i paraggi del tracciato, ma poi, una volta in sella, libera i cavalli, meglio di Furia il Camallo del West. In seconda transizione si cambia così velocemente che la sicurezza lo insegue i primi chilometri di corsa scambiandolo per un borseggiatore in fuga. A quel punto però SuperMario è lanciato verso la gloria. Lo sputnik a confronto era una radiosveglia. Supera più persone di un abusivo in preferenziale. Rimonta Davidone che non veniva rimontato, dai tempi i cui si guadagnava da vivere facendo il porno attore, e arriva superando il traguardo con l’espressione di un lottatore di MMA alla pesa a cui hanno appena ciulato l’Hammer. Nome di Battaglia: Ringhio Vernazza.

Davidone – Voto 9,5

L’uomo che sta segretamente sostituendo il suo scheletro con placche di adamantio e legno di ce-dro profumato, in attesa che a Hollywood decidano di girare un lungometraggio dedicato alle sue imprese di gioventù e alle sue origini misteriose, intitolato, secondo indiscrezioni, “Daveheart” o “Cuore di Davidone” – il titolo Italiano è ancora in fase di revisione – oppure “David, Manìn di For-bice”, atterra oltre mare con la preparazione atletica di un insegnante di educazione fisica dell’artistico. La sua strategia di gara prevede quindi una prova conservativa, tanto che, per le due transizioni, ha persino previsto di affittare un lettino in spiaggia per ottimizzare la tintarella, non sempre lo stesso però, perché, si sa, il sole durante il giorno cambia posizione e dover trascinare sulla sabbia la propria postazione è da barboni. Parte quindi a nuotare con calma, ma arrivato al primo cambio, le nuvole che oscurano il sole, sconvolgono i suoi piani. Decide così di assumere posizione aerodinamica e lanciarsi in un’imprendibile frazione ciclistica dove svernicia più bici di un carrozziere affiliato col Bikemi. Soffre un po’ durante la corsa per il peso del metallo impiantato, ma termina comunque la sua prova con un maestoso risultato che lo investe uomo di ferro di nome e di fatto. Da allora però non abbiamo più sue notizie, probabilmente perché, facendo impazzire tutti i controlli sicurezza, non lo fanno più ripartire da Maiorca. Nome di Battaglia: Robinson Dave.

Season 2016 Week 57

Settimana cinquanta sette da Err’s kitchen, la cucina di coach Err, dove è tempo di staccare la spina e decidere a quale presa attaccarsi per la nuova stagione.

Lunedì: Doppio Palestra Core e Bike

Inizio di settimana di sudore e sospiri.

Palestra Core prevede:

Riscaldamento: 10’ bici facile

Allenamento: 4x (2×1’ core centrale rec 30’’ – 2×20 addominali con fitball supino – 2×50’’ core lato destro rec 20’’ – 2×20 addominali con fitball prono – 2×50’’ core lato sinistro rec 20’’ – 2×20 flessioni)

Defaticamento: con insalata di riso

Run prevede:

Riscaldamento/Allenamento/Defaticamento: 10′ risc – 4’forte rec 1′ – 3′ forte rec 1′ – 2′ forte rec 1′ – 2′ forte rec 1′ – 3’forte rec 1′ – 4’forte rec 1′ – 5′ def

Martedì: Bike

Si gioca col nuovo rullo.

Riscaldamento/Allenamento/Defaticamento: 60’ con variazioni di durezza

Mercoledì: Doppio H2O e Palestra

Santambrogio di passione.

H2O prevede:

Riscaldamento: 400m

Allenamento: 12×50 1 dorso + 3 sl rec 10” – 400m sl pb freq braccia alta resp ogni 3 rec 40” – 2x200m sl lunghi nuot bene rec 20” – 4x100m sl 1 lungo + 1 forte rec 10” – 200m sciolto – 600m sl pb e pa

Defaticamento: non pervenuto

Palestra Core prevede:

Riscaldamento: 10’ bici facile

Allenamento: 4x (2×1’ core centrale rec 30’’ – 2×20 addominali con fitball supino – 2×50’’ core lato destro rec 20’’ – 2×20 addominali con fitball prono – 2×50’’ core lato sinistro rec 20’’ – 2×20 flessioni)

Defaticamento: con riso e mortazza

Giovedì: Run

Mentre lei corre, tu sudi.

Riscaldamento/Allenamento/Defaticamento: 5′ risc – 40′ prog – 5′ def

Venerdì: Bike

Il nuovo rullo è una droga.

Riscaldamento/Allenamento/Defaticamento: 1h e 20′ con variazioni

Sabato: Bike

Un’altra dose.

Riscaldamento/Allenamento/Defaticamento: 70’ con variazioni

Domenica: Bike

Ormai è dipendenza.

Riscaldamento/Allenamento/Defaticamento: 15′ risc – 3x (15′ salita 6% – 10′ facile)

Season 2016 Week 56

Settimana cinquanta e sei fuori da Err’s kitchen, la cucina di coach Err, dove si ci si diletta con nuovi giochi e si provano nuovi sentimenti.

Lunedì: Doppio H2O e Bike

Nuotata più pedalata e passa la paura.

H2O prevede:

Riscaldamento: 400m

Allenamento: 2×100 mx o dorso rec 15” – 300m sl pull resp ogni 3 – 12x25m sl (4 con laccio + 4 pull max freq braccia + 4 con laccio) rec 15” – 6x150m sl con ultimo 50 più forte rec 20” – 400m pb e pa

Defaticamento: gambe sotto la scrivania

Bike prevede:

Riscaldamento: 10’

Allenamento: 5′ progressione da 70 a 100 rpm intensità media – 20′ facile con 20″ forte ogni 2′

Defaticamento: 10’ facile

Martedì: Doppio Run e Palestra

Il classico del martedì.

Run prevede:

Riscaldamento/Allenamento/Defaticamento: 60’ facile a digiuno

Palestra Core prevede:

Riscaldamento: 10’ bici facile

Allenamento: 4x (2×1’ core centrale rec 30’’ – 2×20 addominali con fitball supino – 2×50’’ core lato destro rec 20’’ – 2×20 addominali con fitball prono – 2×50’’ core lato sinistro rec 20’’ – 2×20 flessioni)

Defaticamento: a panini e….acqua

Mercoledì: Doppio Bike e Run

Chi si ferma, si ferma.

Bike prevede:

Riscaldamento: 15’

Allenamento: 3x (2’ medio + 1’ facile + 1’ max rapporto + 1’ facile) – 5’ facile – 3x (1’ gamba dx rapporto agile + 1’ normale + 1’ gamba sx rapporto agile +1’ normale)

Defaticamento: 8’

Run prevede:

Riscaldamento/Allenamento/Defaticamento: 5′ risc – 40′ prog – 5′ def

Giovedì: Riposo

In bara a doppia mandata.

Venerdì: H2O

Ripulita prima del weekend.

Riscaldamento: 400m

Allenamento: 200m gambe senza tavola – 200m pb resp ogni 3 – 200m pb – 8x100m sl 4° e 8° veloce rec 15” – 100m piano – 12x50m pull alternando 1 max ampiezza bracciata, 1 max freq bracciata rec 10”

Defaticamento: 200m

Sabato: Bike

Si prova il nuovo giocattolo.

Riscaldamento: 15’

Allenamento: 3x (15′ salita 6% – 10′ facile)

Defaticamento: in doccia

Domenica: Run

Chi a detto che rincorrere ciò che ami, non sia una gran tirata di culo.

Riscaldamento/Allenamento/Defaticamento: 60′ progressivo

Season 2016 Week 55

Settimana cinque e cinque fuori da Err’s kitchen, la cucina di coach Err, dove si è perennemente in bilico tra la voglia si taccare la spina o staccare tutto il resto.

Lunedì: Bike

Inizio facile a base di rulli.

Riscaldamento: 15’

Allenamento: 5x (1′ solo gamba dx – 1 solo sx – 2′ normale) – 5x (2′ max rapporto fuori sella – 2′ normale)

Defaticamento: 5’ facile

Martedì: Doppio Run e Palestra

Doppietta per combattere la forza di gravità.

Run prevede:

Riscaldamento/Allenamento/Defaticamento: 60’ facile a digiuno

Palestra Core prevede:

Riscaldamento: 10’ bici facile

Allenamento: 4x (2×1’ core centrale rec 30’’ – 2×20 addominali con fitball supino – 2×50’’ core lato destro rec 20’’ – 2×20 addominali con fitball prono – 2×50’’ core lato sinistro rec 20’’ – 2×20 flessioni)

Defaticamento: con due panini alla mortazza

Mercoledì: Doppio H2O e Run

Doppietta inedita ma di grade prostrazione.

H2O prevede:

Riscaldamento: 400m

Allenamento: 200 ga – 4x100m sl pull rec 15” – 8x50m sl progr 1 – 4 rec 10” – 3x (2x100m sl medio rec 15” – 1x200m sl lento rec 20” – 1x100m sl forte rec 1’) – 400m pb e pa

Defaticamento: non c’è tempo

Run prevede:

Riscaldamento/Allenamento/Defaticamento: 10′ risc – 5 x (6′ forte – 2′ rec) – 5′

Giovedì: Riposo

A cane a recuperare.

Venerdì: Doppio Bike e Palestra

Si chiama fatica, e un po’ tu la ami.

Bike prevede:

Riscaldamento: 15’

Allenamento: 5x (1′ solo gamba dx – 1 solo sx – 2′ normale) – 5x (2′ max rapporto fuori sella – 2′ normale)

Defaticamento: 5’ facile

Palestra Core prevede:

Riscaldamento: 15’

Allenamento: 5′ in progressione – 6x (1′ solo gamba dx – 1 solo sx – 2′ normale)

Defaticamento: 5’

Sabato: Run

Salite in dolce compagnia.

Riscaldamento/Allenamento/Defaticamento: 70′ con salite

Domenica: Bike

Sole uguale bici.

Riscaldamento/Allenamento/Defaticamento: 2h e 30’ facile