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Il Gottu D’oro

Gli occhi sono cantastorie dell’anima, custodi inaffidabili dei segreti del cuore. Nei loro colori sono annegati sentimenti, sogni e ricordi più o meno lontani; intonano ciò che uno vede, ciò che ha visto e ciò che è destinato a vedere; traspirano gioia e tristezza, solitudine ed euforia, e quasi sempre si trascinano la malinconica felicità di chi ama. Quella è un’ombra che non perdono mai, perché uno sguardo innamorato è qualcosa che sopravvive anche agli anni che trascorrono e al corpo che lentamente cede alle ingiurie del tempo. Sono finestre sullo spirito di una persona e questo lui lo sapeva! E ne aveva paura! Tanto da non farsi mai vedere in giro senza i fedeli occhiali scuri indissolubilmente incastonati tra naso schiacciato ed orecchie discretamente a sventola. Perché c’è chi crede che per resistere in un mondo di cemento ed asfalto, bisogna essere più duri del primo e più ruvidi del secondo. Perché c’è chi crede che bastano un paio di lenti opache per scrutare il baratro di nascosto. Ma “se guardi troppo a lungo nell’abisso, anche l’abisso guarderà dritto dentro di te” e prima o poi troverà il modo di farti cadere. E un giorno Michele è caduto. Ma a me non interessa raccontarvi come e perché; la storia di un uomo non è scolpita negli sbagli che commette, ma è intarsiata nelle redenzione che riesce a trovare da essi. Così Michele, o Gottu, come amano chiamarlo gli amici, è risalito, perché la gravità per lui è sempre sembrata solo una favola scritta su libri di dubbia utilità. Chi ci ha giocato contro se ne ricorda soprattutto per le quote transoceaniche a cui accede per recuperare svolazzanti biglie a spicchi colorati, per poi chiudere quasi sempre con l’immancabile 45 gradi tabelonetuoamico da breve o media distanza. Chi ci ha giocato insieme invece lo rammenta per i no-look pass con cui rischia di contribuire all’estinzione di qualche specie di pennuto migratore. Non ha mai capito che non tutti sanno volare, per quanto osino farlo. Il suo regno è là però, oltre le nuvole, dove fluttua la fantasia, dove nasce la creatività che oggi lo sostiene anche fuori da questi cancelli. Il ragazzo che giocava a fare l’uomo, oggi è un uomo che gioca a fare il ragazzo. Qualche centimetro di pancia in più per qualche centimetro di elevazione in meno, anche se ciò non impedisce all’asfalto sotto le sue terrorizzate fanghe di trasformarsi in caucciù non appena sollecitato. La sua immaginazione non è più solo al servizio di coloro che tagliano in prossimità dell’anello, ma anche a supporto di chi che vorrebbe trasformare il proprio messaggio in parole, suoni ed immagini. Quando non è impegnato a fare il papà, viene a farmi visita, stesso pantaloncino, stessa taglio di capelli, stesso sorriso…….solo un particolare a immortalare la differenza, le lenti scure sono scomparse, estinte, volatilizzate, come le nubi di un temporale ormai soggiogato dalla comparsa di un sole rinato. Qualcuno penserà più che altro a una questione di stagione, di età, di diottrie, io credo invece sia un semplice fatto di luce: il futuro è più luminoso se lo guardi direttamente coi tuoi occhi. Il suo futuro è più luminoso ora che lui lo guarda direttamente con i suoi occhi.

Magut in Black

Prati verdi lastricati di bianche lapidi, come immensi tavoli da gioco in cui gli uomini feroci puntano vite proprie e altrui in un’assurda roulette. E dove l’erba non cresce ci pensano polvere e neve a ricoprire tutto di freddo anonimato. Ogni giorno qualcuno muore perché non ha il sangue giusto pompato nelle vene, il colore giusto dipinto sulla pelle, l’immagine giusta di Dio scolpita dentro al cuore. Diverso! E’ un suono che raggela, è la miccia di una bomba pronta ad esplodere, una sentenza che non lascia nessuno innocente. Questa parola andrebbe bandita dal vocabolario, si usa quasi esclusivamente per far del male. Quello lì è Diverso! Dichiara qualcuno arricciando il naso con sdegno. Sei cambiato, mi sembri Diverso. Ripete lei o lui che sta cercando le parole adatte per scaricarti. Adesso è Diverso. Balbetta l’amico che troppo facilmente ti aveva giurato eterna disponibilità. Che senso ha tutto questo!? Non si vive forse tutti, sotto un unico cielo? Per tutte le creature di Dio la diversità è sinonimo di varietà e quindi di fantasia, fascino, bellezza e armonia; solo gli esseri umani la temono come un’ ingannevole malattia. E generato dalla paura è l’odio, figlio cieco e disgraziato, che riposa nel cuore di ogni uomo in attesa di manifestarsi. Io ne ho sentito parlare, ma non l’ho mai provato direttamente; e non pensate che ciò sia dovuto al fatto che sono solo un campino di pallacanestro e non sono in grado di provare simili sentimenti, perché io so essere felice ed essere triste, so ridere e so perdere la pazienza, so aver paura e credo perfino di saper cosa sia l’amore ma non sono capace di odiare e il motivo è semplice: non me l’hanno mai insegnato. Chi viene da me si picchia, si innervosisce, si inkazza facilmente, ma mai si odia veramente, perché se è vero che “un giorno la guerra si inchinerà al suono di una chitarra”, l’odio già oggi si inginocchia al rimbombo di una pallone colorato. Però conosco bene una delle differenze che spesso si nutre di questo argomento, quella tra pelle bianca e pelle nera, anche se non capisco dove stia il problema, mi sembra una cosa naturale, giusta, scientifica. D’inverno arrivano tutti bianchi, d’estate si presentano tutti neri, o più o meno scuri poco cambia, la tonalità di fondo è la stessa. E’ un effetto del sole mi pare, anche se a me non è mai capitato, io grigio sono e grigio rimango. Uno che vedo solo d’estate e cui il sole deve piacere tantissimo, lo chiamano Themi, Gustav Themi, più o meno come lo sciatore, credo, solo che in un sorridente involucro d’ebano batte un puro cuore bergamasco, con inconfondibile cadenza magutta. Tiro a fionda e un’inspiegabile passione per il gancio cielo non ne anno mai fatto un terminale cestistico devastante, tanto che gli attribuisco probabilmente migliori doti tra neve e asticelle, come dimostra la militanza fra quelli con la piuma sul cappello, piuttosto che tra mattonelle e blocchi in movimento. “La sua mano non sembra essere stata fortificata da quelle dell’Onnipotente” e sull’asfalto di Via Madonnetta niente “scioni” e niente scarponi, ma tenuta di ordinanza anonima e avversa ai coordinati come da regolamento. Ultimamente sembra sparito, inghiottito da quella ragnatela di scelte che vorrebbero orientare la vita di ciascun essere umano, ma, la cosa non mi preoccupa, perché, se ricordo bene gliel’ho sentito ripetere più di una volta: “non ti preoccupare……di niente, perché ogni piccola cosa poi andrà bene. Non ti preoccupare…… di niente, perché ogni piccola cosa poi andrà bene……”

Lo Sport tra le Righe

In una grande città del nord, in una strada sbilenca, simile a tante altre, dove frastuoni di vita non cessano mai di scandire il ritmo frenetico dei riservati passanti, c’è un luogo in cui lo Sport non è più sudore, concentrazione e volontà, ma diventa carta, parole ed immagini. Le emozioni però, quelle non mutano, perché non conta se è il nostro corpo a sopportarne il fardello, o se sono i nostri occhi a ripercorrerne la cadenza, in entrambi i casi è la nostra mente che ne percepisce l’essenza. In questa posto lo Sport non viene praticato, ma viene conservato, come un bene assoluto, un concetto puro, fatto di tutti gli ideali, regole e storie a cui l’uomo ha dato vita dopo essersi reso conto che la sua esistenza richiedeva “uno sforzo molto maggiore del semplice fatto di respirare”. Il proprietario e custode di questa Libreria è un amico; si chiama Paolo Frascolla, anche se a lui basta Paolo: fisico solido, piantato, sguardo serio, concentrato ma che nasconde grande tenerezza. Nei lineamenti ricorda un po’ Kevin Spacey ma con tutta un’altra presenza scenica. Se vuoi vincere, devi cercare di averlo in squadra, se vuoi faticare devi provare a marcarlo, se vuoi imparare, devi osservarlo giocare. Ze Game può sembrare un fatto d’istinto, d’incoscienza, e spesso lo è, tuttavia è anche uno sforzo troppo tecnico, troppo complicato, per prescindere da una componente razionale, da una capacità di studiare e interpretare ogni istante, ogni azione, ogni movimento, come le variabili di una inimmaginabile equazione. Questa disposizione viene spesso definita “intelligenza cestistica”; non so se sia proprio intelligenza, oppure semplicemente esperienza unita a una sorta di saggezza innata, fatto sta che la possiedono molti di meno di coloro che sono in grado di cacciare un paniere da dove conta di più o di inchiodare una biglia sulla testa di qualche spaventapasseri; il buon Frascolla sicuramente si schiera nella congrega dei proprietari di suddetto bene e te ne accorgi quando, nel caos più totale, fa tranquillamente segnare il primo discinetico che si trova malauguratamente nei pressi del canestro. E’ uno che non mi ha mai fatto visita assiduamente, non emula il compagno Stakanov presentandosi ad orari caraibici sull’asfalto, per poi essere l’ultimo ad abbandonare la rena, però le sue incursioni silenziose sono certe, regolari, nella loro imprevedibilità, come quei temporali primaverili che sai che arriveranno quando è un po’ che non si presentano. Quando non lo vedo, comunque non mi preoccupo, perché so che non sta tentando di scalare qualche pericoloso palazzo di cristallo, so che non è seduto davanti a qualche bivio immaginario chiedendosi quale strada la sua vita debba seguire, no, lui è un uomo che, con tutti i dubbi e la paure di ogni essere vivente, gioca serenamente la sua partita col destino ed è troppo avanti perché possa capitargli di perdere. Professionalmente avrebbe potuto fare tutto con lo Sport, praticarlo, insegnarlo, forse addirittura inventarlo, ma la sua umiltà lo ha portato a fare la scelta più semplice e più coraggiosa, ha scelto di raccontarlo, anzi di fare in modo che ognuno potesse raccontarne una piccola parte, dando linfa immortale a gioie, dolori, lacrime e sudore, risate e saggezza di chi la Grandezza è riuscito a toccarla oppure l’ha semplicemente soltanto sognata. Dall’altra parte della cattedra ci siamo noi, noi che ascoltiamo, noi che impariamo, noi che ci meravigliamo, noi che diciamo “grazie”.

Seconda stella a destra e poi dritto fino al mattino

Che belle le favole! Mi piace ascoltare chi le racconta, mi piace osservare chi le ascolta. Oggi non capita praticamente più. Il mondo appartiene a bambini troppo adulti per avere la pazienza di ascoltare e ad adulti troppo bambini per avere il tempo di raccontare. Al sottoscritto invece la pazienza non è mai mancata; che altro poteri fare? Sono cementato qui! Non che non mi piacerebbe prendere e andare a vedere com’è il mondo, ma ormai mi sono rassegnato, in fondo è da quando sono nato che il mondo prende e viene a vedere come sono io. So che succedeva la stessa cosa a un tizio che suonava il piano su una nave, lui l’hanno fatto saltare in aria…..speriamo di non fare la stessa fine. “Mi piaccion le fiabe!” Sussurrava il bambino al vecchio di una nota canzone. Sono così vere, reali! Sorridenti “cavalieri”, “belle addormentate”, “bambini di legno” ed “animali parlanti”, li incrociamo in ogni attimo, sbucano fuori da ogni angolo; ogni giorno c’è qualcuno che passa ad offrire una mela avvelenata e ogni istante c’è chi non sa resistere alla tentazione. Nella mia preferita ci sono eterni adolescenti, indiani, pirati e sirene, e poi battaglie, fate e magia, tutto racchiuso in un isola che non esiste. Mi ricorda un po’ la via vita, e i miei amici, quelle persone che vengono a farmi visita perché con me il loro spirito non invecchia di un giorno, resta tale e quale all’istante in cui per la prima volta hanno varcato i miei cancelli, quasi ibernato al sole dell’estate; e dall’altra parte, invece, ci sono gli altri, quelli che non capiscono, bucanieri del nostro tempo in acchitate divise da ufficiali o da genitori; sono gli adulti senza memoria, predoni dei sogni altrui, troppo impegnati a soppesare chi alza un dito senza permesso, per rendersi conto che magari, in realtà, sta semplicemente indicando la luna. Ho pena per loro, per le loro illusioni, per il timore che provano verso l’inesorabile scorrere del tempo; tic tac, bang bong, scandito che sia dal ticchettio di un orologio o dai rimbalzi di un pallone, per costoro il futuro rimarrà sempre un affamato coccodrillo. In mezzo a questa combriccola non poteva mancare lui, Peter Pan, il ragazzo nato già uomo e l’uomo a cui la vita ha concesso di restare sempre ragazzo. L’unico che c’è sempre stato e sempre ci sarà, il mio angelo custode, il guardiano silente della vita che prende forma su queste mattonelle. La sua zona di competenza si colloca in posizione centrale oltre l’arco che conta di più; da lì sentenzia panieri, in particolare nei finali di partita, quando la biglia stessa trasuda fatica e la gravità si intensifica, diventando fattore discriminante tra chi potrà continuare a giocare e chi dovrà andare a testare la comodità delle panchine. Fabio è il suo nome, l’unico Lauri dell’elenco, come è solito ricordare a coloro che lo interrogano. Si presenta in bicicletta, sempre, trascinando la spensieratezza di chi parte per una gita. Ha capelli neri, anonimi, ma precisi nella loro cadenza; una carnagione chiara, pallida, avversa al sole dell’estate come all’invadenza di un venditore porta a porta; occhi scuri, attenti e d’invidiabile serenità, lo sguardo di uno che ha visto molto ma che sogna di vedere ancora di più; tutto questo è posto ad ornamento di un corpo secco, asciutto, apparentemente ridotto all’essenziale per sopravvivere. Quello che si dice un “fisico da impiegato”, anche se raramente si è visto un altro pallido mingherlino tirare biglie da sette metri come fossero supertele o divertirsi a fare buchi per terra irridendo impomatati pallettari che arrogano al locale circolo del tennis. Brutto colpo per coloro che si sono sbattuti secoli a dimostrare la relazione della massa di un corpo con la sua capacità di generare energia. “Grazie”, dice lui. Volano schiaffi spintoni rutti e bestemmie tutta la partita. E alla fine “Grazie”.
Fabio è semplicemente un Signore. Di quelli in carne e ossa, però. Non come quello con cui si “relaziona” il Ludo. Cinquanta chili di pura signorilità. Privo di bombetta, frac e tutto il resto; solo il gilet. Perché un signore, anche sotto un sole africano, un pezzo di carattere del suo abbigliamento lo porta sempre addosso. Nell’arena di Ze Game ha una presenza chirurgicamente essenziale: passaggio al compagno più vicino, o comunque al più competente, tiro smarcato e immancabile mannaia bimane pronta a calare sugli ingenui che credono ancora alla favola del lay-up contro difesa schierata. Non è un atleta dominate, si limita ad essere vincente, e questo non tanto grazie a forza o talento, ma piuttosto come conseguenza dell’armonia che riesce a infondere in una squadra. Giocatori come lui sono merce rara, una specie in via d’estinzione, un bene universale che trascende i confini di un campo sportivo per proiettare la sua influenza anche sulla realtà immanente. Sono leader invisibili, sentinelle silenziose del confine che separa i vincenti dai semplici lottatori, gli artisti dai semplici sognatori. Senza Fabio, niente più magia, niente più eroi e pirati, niente più isole nascoste sulla strada che conduce al mattino, solo corpi sudati sopra un ammasso di acciaio e cemento inerpicato su una delle tante strade che i monti concedono al mare. Senza Fabio, senza il suo gilet, senza la sua bicicletta, coloro di cui vi sto raccontato sarebbero solo ombre e polvere. Per una volta, “grazie” lo dico io.

Balengo di un Balengo!

Pioveva quella volta! Era pieno Agosto, ma pioveva con irridente convinzione; nell’aria si respirava un giustificabile ammutinamento e la giornata sembrava destinata a concludersi senza gloria e sudore, quando ecco che mi appaiono quattro figuri il rapida successione: primo il giovane Viga, impeccabile nella sua fanatica partecipazione in condizioni disagiate, a seguire l’ormai disperso Claudio Bucchioni il quale, abbaiando competenze meteorologiche marinaresche, andava profetizzando una imminente miglioramento climatico, e infine due nuovi pellegrini, comprensivi di un presenzialista mai più rilevato e di un massiccio cacazzirro pettinato come Walter Zenga e dall’espressione facciale drammaticamente simile a quella di Silvester Stallone; era l’imberbe antenato del fu Andrea Patrucco, meglio noto tra la fauna locale come il Balengo, soprannome acquisito tramite un intricato collegamento mentale tra l’origine piemontese del suddetto e gli esilaranti sketch di Gianduia Vettorello e della sua Gazzetta del……Balengo, appunto: fantasia o droga tagliata male, “ai posteri l’ardua sentenza”. Il ragazzo non è un mostro di coordinazione e rapidità, le sue personalissime versioni del passo e tiro sono attualmente oggetto di studio in diverse accademie di ballo latino-americano; palla in mano è paragonabile a Gino Fasulo ai comandi di un AirBus e a volte i suoi vorticosi tiri da media e lunga distanza somigliano più a una controffensiva bellica che a una geniale meccanica balistica. Anche la passione per l’accoppiata malto-luppolo in forma liquida, unita a una reminiscenza di pigrizia fanciullesca, hanno da sempre limitato il suo potenziale fisico – tecnico. Per fortuna, però, Ze Game non è un’aggraziata passerella per fatine fasciate in dietetiche divise, e spesso fare canestro si pone all’universalismo cestistico come una sigaretta mattutina si pone a una notte di acrobazie sessuali. Il Balengo blocca, difende, tenta di spazzare tutto ciò che vola inanimato e di spezzare tutto ciò che si muove con fare volontario. In campo è un alleato, è uno che scegli per far aderire la testuggine con cui ti lanci addosso al nemico, in borghese sembra più sereno, quasi timido, certo meno esagitato, salvo quando si assume il sacro compito di animare qualche alcolica serata fino a collassare nei campi senza più cognizione del tempo e dello spazio: un idolo totale, anche ribaltato tra i cespugli. Tornando agli eventi, quell’incontro non verrà certo ricordata come uno dei momenti più elevati della dolce disciplina della palla al cesto. Difficilmente il due contro due permette di organizzare varianti operative molto complesse e scenografiche; in più la biglia bagnata sembrava un oggetto sferico riportato da un altro universo ed allergico ad ogni tipo di giogo terrestre. Pronti via il Balengo va in derapata, arrischiando un’innocua penetrazione; si capisce subito che è meglio privilegiare sereni tentativi dalla media, piuttosto che piallarsi il culo lustrando infide mattonelle. Su questa soluzione si è decisa in qualche modo la partita, causa la disparità tecnica tra i contendenti particolarmente marcata nelle mani da pianisti edili in dotazione alla coppia Viga – Bucchio. La sparatoria durò circa un’oretta, dopo di che neanche Collina avrebbe omologato il terreno per continuare: punteggio fissato nel classico tanti a pochi per i padroni di casa. Una partita come tante in un giorno di pioggia come tanti, eppure nella mia mente occupa un posto speciale, come una di quelle vecchie fotografie che ogni tanto si spolvera per farsi assalire dai ricordi e dichiararsi, solo per un pochino, sconfitto dalla nostalgia. Parecchio tempo è passato da allora! Inverni, primavere ed estati si sono alternate senza sosta come le strofe di una canzone. Canticchiandola, tutti coloro che ho conosciuto sono cambiati, è inevitabile: il tempo non risparmia nessuno! Come molti, anche il Balengo è cresciuto, anche il Balengo è stato catapultato nel mondo del lavoro, nell’universo degli adulti, dove si smette di fare domande e si è costretti ad incominciare a dare risposte. Io questo non posso impedirlo, io questo non voglio impedirlo! Perché è giusto che la vita scorra e trascini questo ragazzo in alto là dove il suo buon cuore merita di stare, tanto da queste parti ci sarà sempre qualcuno a vigilare che non si monti troppo la testa, ricordandogli che in fondo rimane sempre un Balengo.

The Spirit Within

“Ogni saga ha un inizio……ogni generazione ha una leggenda……ogni viaggio ha un primo passo….”, bella sta frase, l’ho letta una volta su un cartellone pubblicitario, se devo cominciare a raccontare, non scelgo un luogo, un tempo o un fatto, ma decido per una persona. Non è mai stato il più dotato tecnicamente e non ha mai avuto un fisico marmoreo, ma nessuno più di lui ha incarnato l’ideale di pallacanestro, canzonatorio e drammatico, che rappresenta il mio stesso spirito. Praticamente a tutti quelli che si stringono le scarpe su questo terreno ha affibbiato un nomignolo e non importa se sia bello o brutto, apprezzato o sgradito, azzeccato o una cazzata, basta uno sguardo e come ti hanno chiamato i tuoi genitori diventa buono solo per cerimonie e scartoffie anagrafiche; lui invece non possiede appellativi rubikiani……no…..Ludovico Pacces per tutti è, e sarà sempre, semplicemente il Ludo. Scarpa nuclearizzata e stagionato costume da bagno a fiori, a far da contorno a uno stinto moschettiere senza cappa ne spada, ma con marsupio giamaicano e copricapo di Malcom X, che ricorda in scala ridotta l’intramontabile Teo Alibegovic, però in perfetto stile afro. I colleghi dell’asfalto se ne ricordano sia per i panieri “Tabellone 45 gradi tuo amico” e i lay-up rovesciati con rotazione eolica con cui irride avversari di discutibile ingenuità, sia per le censurabili procedure andrologiche con le quali mira a dissuadere gli sventurati pellegrini di centro area……perfino io mi vergogno e non sono in grado di elencarle tutte, ma limitiamoci a dire che se avevrti il classico “dito ar culo”, decantato dall’indimenticabile Alavo Vitali, mentre appoggi al cristallo, non c’è bisogno di fa intervenire gli sboroni di C.S.I per trovarne il responsabile, per non parlare della mano sbarazzina che “scucchiaia” le virtù riproduttive di qualche spensierato tiratore; e non c’è possibilità di ricambiare tali attenzioni, perché il ragazzo si classifica ai primi posti nella prestigiosa categoria dei “più sudati del campino”, risultando una sorta di polpo insaponato che eluderebbe la presa anche di uno yokosuna ricoperto di carta vetrata. La restante popolazione mondiale, e in particolare chi abita in zone limitrofe, invece, lo conosce per le folcloristiche filastrocche con cui imputa a esseri sovrannaturali di diverso rango l’esito negativo di alcuni esperimenti d’accoppiamento biglia cesto. Se Santa Margherita farà mai la fine di Atlantide, scienziati illustri elaboreranno complicate teorie sui cambiamenti climatici e sull’effetto serra, qualche fanatico sicuramente additerà la tragedia come un castigo divino della superficialità e del consumismo che si annida in questo luogo, ma io sono più propenso ad anticipare che la spiegazione andrà ricercata in qualche paniere sbagliato di troppo e in qualche partita decisiva terminata non come desiderato. Mi ricordo quella volta che l’amico Pacces si è scavigliato…..la gente si lamenta che Dio non dà notizie di se……io dico “Meno male!”, altrimenti quel giorno avrebbe fulminato tutti quanti e polverizzato l’intera regione…..per il futuro speriamo che la storiella di Sodoma e dei 10 Giusti sia stata riportata correttamente. Un Giudizio Universale anticipato però non si rischia solo in siffatte circostanze, ma anche ogni qualvolta che un destino beffardo pone nella stessa formazione il suddetto mattatore e un altro dei personaggi assoluti di questa strana commedia di strada che è mio ardire raccontare: trattasi di Luciano Devoto, solo Lucio praticamente per tutti, uno che mira a far cose che voi umani non potete immaginare, a meno che non siate sotto effetto di pesanti stupefacenti, e ottiene risultati, diciamo…..alterni o meglio, alternativi; in particolare ama passare la palla con le virtù divinatorie di un novello Tiresia, solo che spesso i suoi vaticini si infrangono in un biglia nell’adiacente parcheggio o ancora peggio in una collisione, stile armageddon, con la faccia di qualche malaugurato compagno: viste le tecniche usate, anche nani e bambini non sono al sicuro. Come capirete i risultati degli incompresi esperimenti di Lucio non contribuiscono a ottenere la pace sulla terra, anzi, direi, che incrementano la temperatura del cervello di più di qualche commilitone e tra costoro anche del poco timido Ludovico. C’è stato un tempo in cui il Ludo era sempre presente, paradenti inforcato, come il suo idolo Mohamed Alì, e timbratura regolare, un tempo in cui ogni giorno due festanti schieramenti si scontravano duramente sul mio ventre per la semplice soddisfazione di poter giocare la partita successiva; era il tempo di celebri duelli e di sfide incrociate, il tempo degli scontri dove non c’erano buoni o cattivi e tutti eravamo dei vincitori. Oggi però quel tempo si avvia al termine; oggi le schiere continuano a restringersi, come campi erbosi vittime dell’inarrestabile urbanizzazione, e anche l’amico Ludo si fa vedere sempre di meno; “l’inverno sta arrivando ”direbbe il protagonista di una celebre saga di fantasia e purtroppo noi tutti abbiamo incominciato a perdere.

Mattoni e Mattonelle

Per molte persone, anche discretamente erudite, la distinzione tra mattone e mattonella non esiste; forse qualche inguaribile ingegnere potrebbe storcere il naso e voler sottolineare una sottile differenza tecnico – fisica, ma i più giudicherebbero l’uscita solo una pedante sottigliezza. Se però il fato magnanimo ti ha toccato con la sublime pratica del gioco tecnicamente più avanzato del globo, nella tua testa tra Mattone e Mattonella esiste la stessa differenza che c’è tra il diavolo e l’acqua santa, tra l’inferno e il paradiso, tra la vita e la morte. Il Mattone è uno spicchiato di cuoio scagliato con la grazia di un cinghiale in calore verso un incolpevole anello arancione. E’ una preghiera blasfema, un errore della natura, una speranza che si infrange drammaticamente. Per alcuni è solo un raro incidente, per altri una discreta abitudine, per qualcuno una penosa condanna. Nessuno però ne è completamente immune; anche i tiratori, superba casta di frontiera, si macchiano almeno una volta nella vita di quest’onta, necessaria però per ammettere un novizio tra i seguaci di Ze game, come una sorta di battesimo al contrario che al posto di epurare un essere umano lo macchia, sottolineando però la sua stessa umanità. Non hai mai giocato veramente se, almeno una volta, non hai scagliato un vero e proprio Mattone. Tutt’altra merce invece è la Mattonella. La Mattonella è il punto cartesiano dove il paniere non si inchina alle leggi della probabilità, ma a quelle della certezza assoluta. Quasi tutti i giocatori, degni di tale qualifica, ne hanno una; per alcuni è un inespugnabile fortino da cui non si azzardano ad uscire, per altri è semplicemente una dimora familiare in cui Lari infallibili guidano sempre la biglia dove di competenza. C’è stato addirittura chi ci ha tatuato sopra il proprio nome, per segnalare che, in sua assenza, il posto è occupato, e se ti capita di tirare da lì è meglio che non ti ci abitui. Posizione di guardia sull’arco dei 6 e 25, lì è casa Vernazza, dove Mario Bros si riposa e gioca a cestinare triple, quando non è impegnato a lavorare di Monopoli. Post basso sinistro, il monolocale del Ludo, dove improvvisa la solita regata che sempre termina con lay-up filippino ad angolo che sfugge alle leggi della geometria euclidea e non. Centro area destrorso li “Papa” Filippone abusa della deficitarie infrazioni cronometriche, tipiche dei pomeriggi d’asfalto. E ce ne sarebbero ancora infinite, ma manca il tempo di elencarle tutte. Però ciascuna è la Mattonella di qualcuno, e non sei tu che la scegli, è lei che sceglie te! Perché? Questa è ma madre di tutte le domande direbbe l’indimenticabile Doc Brown; l’Immortale Ramirez trasognerebbe con: “Perché il sole sorge e tramonta? E le stelle sono solo teste di spillo nel mantello della notte? Chi può dirlo!” E il vecchio maestro Yoda concluderebbe: “Non c’è perché:niente più ti insegnerò io oggi. Pulisci tua mente da domande.”